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Immaginate
di trovarvi in una terra familiare, accogliente, e al
tempo stesso capace di offrire spettacoli coinvolgenti
e melanconici: siete in Bretagna.
In questa regione protesa verso l’Oceano Atlantico
- quasi volesse staccarsi dalla ostile Francia, nel
tentativo di abbracciare nuovamente la Cornovaglia insulare
- esistono ancora dei luoghi che conservano qualcosa
di “fatidico”, ove il mondo sembra essersi
assopito in quel luogo ideale ove il tempo è
costituito da un eterno presente, e in cui la linea
di confine tra leggenda e realtà sfuma fino a
dissolversi insieme alla nebbia che avvolge la razionalità
umana, tenendola separata da più sottili facoltà
di percezione dell’esistente. Uno di questi luoghi,
o forse il più rappresentativo tra essi, è
senz’altro la foresta di Brocéliande. A
pochi chilometri da Rennes, attorno al paese di Paimpont
- che peraltro dona alla foresta l’attuale suo
nome - ci si può inoltrare in oltre settemila
ettari di generosa vegetazione, tra specchi d’acqua,
querce, felci ed agrifogli, sovente costeggiati da antiche
fonti che conferiscono alla foresta l’invidiabile
attributo di locus consecratus. È qui che i Bretoni
considerano ambientate alcune tra le più affascinanti
e leggendarie saghe, tramandate da bardi e giullari
medioevali nel tentativo di rivivificare l’antica
mitologia celtica. È qui, ad esempio, che i romanzi
arturiani trovano il loro “luogo ideale”.
E non è un caso che proprio all’interno
della foresta si trovino diversi monumenti megalitici
- risalenti alla seconda metà del terzo millennio
a.C., quindi a cavallo tra il neolitico e l’età
del bronzo - ai quali la tradizione locale ha ricollegato
miti, saghe e leggende, la cui origine si perde nella
notte dei tempi.
Ebbene, sto per accompagnarvi idealmente in uno dei
luoghi più suggestivi del nord-Europa, ripercorrendo
le tappe di un percorso che prende sempre meno le sembianze
di un “giro turistico”, per acquisire la
connotazione di un “percorso esoterico”.
La
Valle senza ritorno
Partiamo
dunque di primo mattino, da Le Cannée, una località
a poche centinaia di metri dal borgo di Paimpont, diretti
ad un piccolo paese (Trehorenteuc), adiacente al quale
si estende, in tutta la sua misteriosa bellezza, la
“Valle senza ritorno”. È questa,
si dice, la residenza della Fata Morgana; il luogo in
cui la perfida sorellastra di Artù teneva prigionieri
gli amanti infedeli. Ci inoltriamo immediatamente in
questa profonda valle, scavata nello scisto, in cui
anche il sole pare addentrarsi con una certa cautela.
Tra querce secolari, in cui il muschio sacro ai Druidi
cresce rigoglioso, tra grandi frassini e faggi dal legno
dolce si snodano esili sentieri che, costeggiando ora
rivoli d’acqua ora massi enormi levigati dalle
frequenti piogge, spesso non conducono in alcun luogo.
In certi tratti l’oscurità del posto rivela
la presenza dell’eterno femminino che infonde
vita alla natura, pare quasi che gli spiriti dei luogo
(che siano Korrigans, Gnomi o Elfì) esigano un
dovuto rispetto. Il nostro silenzio, la nostra stupefatta
ammirazione sono praticamente inevitabili. Un eterno
incantesimo sembra avvolgere i boschi cedui di questa
valle, lo scisto verde (6 milioni di anni) e quello
rosso (450 milioni di anni) ed i numerosi corrugamenti
rocciosi. Anche le
molte specie di volatili - soprattutto upupe, tordi
e merli - che qui abitano sembrano talvolta nascondersi,
quasi fuggissero l’offesa dello sguardo umano.
Il nostro cammino si fa incerto, eppure ci perdiamo
volentieri in questa maestosa foresta. Ne osserviamo
lentamente i suadenti percorsi, attraversiamo improbabili
ponticelli, fino ad arrivare di fronte ad uno stagno
incantevole, che riflette, calmo e trasparente, il paesaggio
circostante. Siamo di fronte allo “Specchio delle
Fate”, ove si dice che nelle notti di luna piena
vengano a danzare le sacerdotesse della foresta, evocando
fantastiche visioni in preda a furori estatici. Sopra
di noi, troneggia la “Sedia di Merlino”,
una imponente formazione rocciosa che domina la vallata
in cui si trova incastonato il lago, e sulla quale si
tramanda che il celebre mago amasse sedersi per ammirare
il primo raggio di sole della giornata. Lo spettacolo
che abbiamo di fronte ci proietta in una dimensione
“diversa”, un profondo stato di concentrazione
lascia dissolvere le barriere che separano il paesaggio
esteriore da quello interiore. C’è da aspettarsi
che da un momento all’altro si aprano le porte
dell’«altrove»...
Il
Giardino dei Monaci
Usciti
dalla “Valle” di Morgana (ma non dalla foresta),
dopo un breve tratto di strada asfaltata, vediamo mutare
il paesaggio, il fitto bosco cede il passo a brughiere
e torbiere, lungo le quali il sole torna ad illuminare
dei piccoli sentieri nascosti da una vegetazione più
bassa, che all’improvviso lascia intravedere mucchi
di ginestre dal giallo prepotentemente sgargiante. Dopo
un breve peregrinare apparentemente senza meta, scavalchiamo
una fitta siepe, e ci si presenta un altro misterioso
spettacolo. Percorriamo pochi metri e siamo al centro
del “Giardino dei Monaci”, un piccolo monumento
megalitico rettangolare (di scisto rosso e granito bianco)
del 2000 a.C. Eretto dai protocelti, secondo la leggenda
sarebbe il frutto amaro di una divina punizione in cui
sarebbero incorsi nel medioevo alcuni monaci, il cui
licenzioso contegno ne avrebbe provocato la pietrificazione.
Un’altra leggenda vuole invece che i monaci puniti
stessero tramando contro i locali druidi, attirando
su di sé la punizione delle potenze pre-cristiane.
Che ci si trovi al cospetto di un autentico “centro
di forza” è facile capirlo. Sappiamo che
il territorio sul quale camminiamo è disseminato
di tombe risalenti al neolitico. La regolarità
che caratterizza la disposizione delle pietre, suggerisce
un’interpretazione geomantica del luogo: gli studiosi
di archeo-astronomia un giorno forse ci diranno qualcosa
di più...
Il sole è ormai allo zenit, un senso di quiete
e di serenità si diffonde tutt’intorno,
respiriamo il profumo del mistero.
La
Fonte di Barenton
Decidiamo,
dopo un breve pasto, di visitare nel primo pomeriggio
un altro sito “magico” della foresta, nell’orario
in cui minore è l’afflusso dei turisti
comuni. Attraversiamo un paesino, Folle Pensée,
il cui nome lascia indovinare la presenza, nell’antichità,
di un’antica scuola medica druidica, forse specializzata
nella guarigione di disturbi psichici. Partiamo quindi
da un piazzale sterrato, e percorriamo un lungo sentiero
che si inoltra in salita, affiancato da agrifogli e
pini odorosi, stando attenti a non calpestare le felci
che spuntano un po’ dovunque, tra le rocce e gli
arbusti che aggiriamo lungo il nostro tortuoso cammino.
Raggiungiamo infine una piccola radura, punteggiata
qua e là di mirtilli, eriche e giunchiglie, al
centro della quale, protetta da un ammasso di pietre
che sorvegliano la lastra rovesciata di un dolmen, zampilla
una piccola fonte, la fonte di Barenton. Luogo vergine,
in cui il silenzio surreale fa il paio con un’aura
di indefinibile mistero, la fonte ci accoglie nel modo
più auspicabile. Ai piedi di una enorme quercia,
che pare proteggere dai visitatori la purezza dell’acqua
di sorgente, risuonano infatti le sapienti note di un’arpa
celtica. Li, in postura ieratica, quasi “yoghica”
saremmo tentati di dire, siede un bardo - il suo nome
è Myrdin, ci diranno più avanti - gli
occhi socchiusi, le cui mani, intrecciate alle corde
dell’arpa, compongono melodie arcane. La natura
sembra gradire, anzi ringraziarlo in una sorta di tacita
intesa: nulla si ode oltre il suono dell’arpa,
se non lo sgorgare dell’acqua, che concorre, anch’esso,
alla realizzazione della incantevole polifonia. Noi
ascoltiamo, rispettosamente fermi ad una certa distanza,
insieme a pochi altri fortunati, immergendoci nella
trama de Le Chevalier au Lion. Comprendiamo benissimo
perché Chrétien de Troyes abbia voluto
ambientare proprio in questo luogo le gesta del suo
Yvain, nipote di Artù, in cerca dei poteri occulti.
Qui, il giovane, indirizzato da un uomo selvaggio -
metafora di un’umanità vivente ancora nella
simbiosi primordiale con gli elementi - versa su di
una pietra l’acqua della fonte magica, scatenando
un furioso temporale, per poi sconfiggere a duello il
cavaliere nero e, dopo intriganti peripezie in cui guadagnerà
l’amicizia di un leone nel corso del suo cammino
iniziatico nella foresta, infine divenire a sua volta
il “Guardiano della Fonte”. È difficile
descrivere le sensazioni che il bardo, novello Orfeo
bretone, ci ha regalato nell’intento di domare
gli elementi primordiali. Un profondo desiderio di introspezione
si impadronisce della coscienza dei presenti, tanto
che, rotto l’incantesimo (col cessare della musica),
risultano addirittura sgradite le urla innocenti di
alcuni bambini, intenti a giocare con l’acqua
della fonte generosa. Ci sentiamo, ad ogni modo, dei
privilegiati.
La
Tomba di Merlino e la Fonte della Giovinezza
Ancora
immersi in un’atmosfera di rarefazione spirituale,
decidiamo di incamminarci di buona lena in direzione
dell’ennesimo sito magico della foresta, un vero
e proprio luogo di culto. È breve il sentiero
che, dalla strada asfaltata, conduce all’agrifoglio
ai piedi del quale si ergono i due blocchi di pietra
- divisi, si narra, da un fulmine - che rappresentano
i resti di una galleria del neolitico. Sui rami del
verdeggiante agrifoglio, saltano agli occhi le decine
di corone di spighe intrecciate, di mazzi di fiori e
di bigliettini, tutte offerte votive che i seguaci del
neo-druidismo tributano al Genius loci. Molti turisti
affollano il luogo, il che tuttavia non ci impedisce,
in un momento di rara tranquillità, di intrecciare
la nostra corona e di accendere un turibolo di incenso:
una piccola ma sincera offerta al signore del luogo
in cui, da centinaia di anni, le energie psichiche dei
bretoni saturano di devota venerazione quella che i
più sostengono essere la “Tomba di Merlino”.
Qui, nell’immaginario popolare, Merlino avrebbe
deciso di addormentarsi, nella volontà di vegliare
sulla sua amata foresta...
Non distante da quel piccolo axis mundi, tanto caro
ai neo-druidi di Bretagna, si trova un’altra fonte,
più piccola e senz’altro peggio conservata:
la “Fonte della Giovinezza”, un tempo fonte
battesimale, oggi una sorta di minuscolo stagno, invero,
mal ridotto.
Il
Pas du Houx, il Castello di Trécesson, la Chapelle
de Saint Jean
Il
nostro percorso circolare entra nella sua parte finale,
si concluderà, naturalmente, nei luoghi dai quali
abbiamo preso le mosse. Prima però, costeggiamo
il Pas du Houx, cioè il “Passo dell’Agrifoglio”,
il più grande specchio d’acqua della foresta
(86 ha). In seguito, dopo un lungo tratto di strada
che ci impone una (gradita) sosta nel borgo di Paimpont,
e quindi non lontano dal luogo dal quale siamo partiti,
ci dirigiamo nei pressi di un meraviglioso castello...
Qui il paesaggio appare quasi desolante, percorriamo
un lungo rettilineo ai cui lati la vegetazione si riduce
al minimo, infine, dopo esserci addentrati in una piccola
e scomoda mulattiera, all’improvviso veniamo colpiti
da una visione tetra e magnifica allo stesso tempo:
il castello di Trécesson. La magnifica costruzione,
che si specchia in un incantevole laghetto, fu eretta
da Jean Trécesson nel XV secolo, e fino al 1773
è rimasto di proprietà della omonima famiglia.
Oggi è disabitato, almeno in apparenza... narrano
infatti gli abitanti del luogo che “una notte
di molto tempo fa, un bracconiere, nascosto nel parco
del castello, vide fermarsi nei pressi una carrozza
scura, ne discesero due uomini vestiti di nero i quali
iniziarono a scavare una fossa profonda, terminato il
lavoro fecero scendere dalla carrozza una giovane vestita
da sposa e, malgrado il suo pianto, la sotterrarono
viva, dopodiché presero la fuga. Il bracconiere
avvisò immediatamente il castellano di Trécesson
che fece subito liberare la giovane, ma il soccorso
arrivò egualmente troppo tardi e, al levare del
giorno, la sfortunata morì senza rivelare nulla.
Tutte le ricerche furono vane, non si scoprì
mai il terribile segreto di quella sposa: da dove venisse,
chi fosse, per noi resterà sempre un mistero.
Il velo e la corona della giovane restarono visibili
ai visitatori [...]. Certe notti, si dice [...] che
lo spirito della Dama Bianca - così viene chiamata
la sposa sfortunata [N.d.A.] - faccia la sua comparsa,
fluttuando attorno ai fossetti del castello o accendendo
luci all’interno. Altri dicono che può
capitare di incontrare lungo la strada una donna tutta
vestita di nero che chiede un passaggio alle auto e
si fa portare al cimiterino dietro al castello; dopo
essersi inginocchiata sulla tomba della giovane sposa,
scompare” (Cfr. Tiziana Bassanite - Tiziano Scapinelli,
Luoghi e leggende di Brocéliande, Ed. Le Manoir
du Tertre, Paimpont, s.d., p.19). Il che dà un’idea
della spettralità che acquista il castello dopo
il tramonto. Al di sopra della spianata sulla quale
sorge il castello, si eleva un modesto poggio, già
sede di tombe neolitiche, sul quale sorge la “Cappella
di Saint Jean”, una piccola cappella costruita
in tempi remoti dai Cavalieri Templari, accanto alla
quale sopravvivono i resti di un piccolo eremo, anch’esso
appartenuto ai Cavalieri del Tempio. Purtroppo, la cappella
- per raggiungere la quale, confessiamo, è stato
necessario un lungo e tortuoso vagare, sovente a vuoto,
data l’ubicazione seminascosta della chiesetta
- oggi è caduta in rovina, sconsacrata e, peggio
ancora, non visitabile al suo interno. Nulla si sa dei
segreti che possano esservi custoditi...
La
Tomba del Gigante e la Hotie di Viviana
Proprio
a pochi chilometri da Trehoranteuc, luogo a partire
dal quale siamo entrati nella Valle di Viviana, ci si
imbatte in altri due siti di straordinaria importanza
sacrale. Il primo, la “Tomba del Gigante”,
raggiungibile dopo una decina di minuti di marcia lungo
un terreno arido, inframmezzato da siepi e sterpaglie,
consiste in un allineamento dell’età del
bronzo, a sua volta costituito da tre menhirs appartenenti
ad un precedente allineamento databile intorno al 2200
a.C.; la denominazione del sito ha chiaramente un’origine
leggendaria. Si dice infatti che le tre grandi rocce
li posizionate siano cadute dal grembiule di una fata
che le stava trasportando a Mont Saint Michel. Si dice
anche che fosse una sorta di santuario (nemeton, in
celtico) di una sacerdotessa o di una deità femminile.
Da parte nostra, oltre a sottolineare l’estrema
valenza sacrale del luogo - abbiamo trovato nei pressi
dei tre elementi litici i resti di un fuoco recente,
la cui posizione lascia indovinare un significato chiaramente
rituale - propendiamo per quest’ultima ipotesi.
Inoltre, consigliamo a chi dovesse trovarsi nei pressi
della Tomba, di sedersi nel piccolo incavo che si forma
dall’intersezione delle pietre: con la mente libera
da pensieri profani, accompagnati dal silenzio della
foresta, sarà possibile percepire le vibrazioni
profonde di un lembo di terra non comune. Anche qui,
l’incenso ha omaggiato i numi del luogo...
A poca distanza dalla Tomba del Gigante, si trova un
altro sito megalitico, per l’esattezza, si tratta
di un letto neolitico orientato ad Est, circondato da
una doppia corona di pietre, nei cui pressi sono state
rinvenute asce, perle ed altri oggetti. Il nome del
sito, “Alloggio di Viviana” - ma alcuni
lo definiscono anche “Tomba dei Druidi”
- rimanda al concetto di luogo appartenente ad una forza
sovrannaturale femminile, similmente all’altra
tomba appena citata.
Di
nuovo a Tréhorenteuc: la Chiesa del Graal
La conclusione dell’itinerario magico, nel nostro
caso, non rappresenta che l’inizio di una nuova,
meravigliosa scoperta: la “Chiesa del Graal”
di Tréhorenteuc. Questa chiesa, edificata a due
passi dalla “Valle senza ritorno” dall’abate
Gillard, presenta non pochi spunti di riflessione. Intanto
pare che l’architettura della stessa risponda
a dei criteri derivati dalla sapienza numerologica pitagorica.
Il ricorrere di determinate proporzioni e di certi numeri
- tra i quali, naturalmente, il numero sette - ne sarebbero
la prova. La scritta con la quale il visitatore è
accolto una volta giunto all’unica entrata praticabile
(lato sud): “La porta è dentro”,
rimanda evidentemente ad un percorso spirituale da svolgersi
in interiore homine, prima ancora che seguendo i molteplici
simboli iniziatici (tanto pagani, quanto cristiani)
di cui la chiesetta è costellata. Una volta all’interno,
poi, è impossibile non notare la sovrapposizione
di temi celtici e temi cristiani: dai triskel, alla
testa di cinghiale, fino ad arrivare al cervo bianco
dal collare d’oro, a cui è legata però
una croce, simbolo della cristianizzazione della divinità
celtica cornuta Kernunos. Il cervo è rappresentato
nei pressi della fonte di Barenton, ma è circondato
da quattro leoni rossi, probabilmente simboleggianti
i quattro evangelisti. Le stazioni della via crucis
confermano l’impressione del riemergere, sotto
la forma cristiana, di simboli chiaramente precedenti
l’avvento in terra bretone della religione del
Cristo. Al visitatore lasciamo infine la possibilità
di scoprire altri significativi elementi sui quali,
qui, è bello tacere...
L’epilogo
misterioso: il Manoir du Tertre
Degno
epilogo del nostro viaggio, non può che essere
una visita, magari in serata, come noi abbiamo preferito
fare, del “Maniero del poggio”. Luogo affascinante
e misterioso, questa dimora signorile risale al XVII
secolo, ed è ancora arredata con mobili d’epoca.
Il maniero appartenne alla cosiddetta “Gran Dama
del Manoir”, vale a dire Genevieve Zaepffel, profetessa
di grande fama. Alcuni la ritengono una sorta di sacerdotessa
druidica, nacque in effetti a Brocéliande, e
qui, proprio nel suo Maniero, all’età di
sette anni, ebbe le sue prime visioni profetiche. Fu
autrice di numerosi libri - a tutt’oggi conservati
nella biblioteca del Maniero - ma fu apprezzata anche
nel ruolo di conferenziere. Si dice che lo spirito della
Zaepffel aleggi ancora all’interno della sua antica
dimora. Incuriositi da ciò, siamo andati a prendere
un caffè in questo magnifico Maniero, oggi albergo
e ristorante tra i più raffinati della zona.
Ebbene, appena entrati, è come se ad accoglierci,
prima ancora del gentile proprietario - M. Ordelman-Quintin
- sia stato una sorta di “clima psichico”.
Odore di antichità, densità, nell’aria,
nelle cose, nelle sensazioni. Ma soprattutto un quadro
che sembra vivente: il ritratto a grandezza naturale
della profetessa che, con sguardo sereno e profondo,
pare in un certo qual modo spiare le sensazioni degli
ospiti, valutandone il contegno con il quale si recano
a trovarla. Un indescrivibile senso di solennità
comincia a farsi strada. Questo luogo, sì, come
la foresta circostante, non è uguale a tutti
gli altri: la medesima, fatidica aura sembra aleggiarvi.
Anche i mobili, nella loro severa ma imponente mole,
stanno a testimoniarlo. Ci è sembrato di penetrare
in un luogo avente una particolare “equazione
spirituale”, dotato, in altre parole, di una fortissima
carica magnetica. Lo sguardo si è posato su un
piccolo specchio, posizionato sulla medesima parete
sulla quale si trova il ritratto della Zaepffel, poi
sui lampadari, i soffitti a cassettoni; seguendo, nel
frattempo, il profilo delle antiche poltrone, dei pesanti
arredi in stile Neo-Reggenza del Secondo Impero, di
un elegante tavolino in legno di ciliegio, il tempo
cedeva lentamente il passo ad una sensazione insolita
di euforia, poi di calore, di “antico” eppure
attualissimo calore. Poi, insieme al caffè, è
arrivata da noi la piccola Hèloise, figlia dei
proprietari. Una bambina che, socievole ed estroversa,
si è subito presentata, scandendo contenta il
suo nome. Alla domanda di rito sulla sua età,
ha risposto di avere sette anni; al che, forse in modo
un po’ scontato, e con l’aria di chi si
dimostra compiacente con un bambino, ho aggiunto che
sette anni sono un’età importante... aspettandomi
un sorriso di scherno o, tutt’al più, una
risposta imbarazzata. Invece, con mia grande sorpresa,
la bimba ha replicato con aria solenne: “Sette
anni, è l’età della ragione!”.
Una risposta decisamente inconsueta! Ma soprattutto,
ironia del “caso”, stranamente riconducibile
al fatto che la profetessa del maniero ebbe proprio
a quell’età le sue prime visioni. Proprio
a sette anni, entrò, in un certo senso nella
sua “età della ragione”, attraverso
una esperienza super-razionale. Che la bambina abbia
risposto così semplicemente per stupirci? Possibile,
ma forse è più facile che sia stata ben
indottrinata dai genitori sulla “presenza”
che si impone all’interno della sua casa. Ovvero,
si può anche supporre che la piccola fosse semplicemente
molto “ispirata”, ma ciò non riduce,
semmai accresce, il nostro stupore. Con la generosità
che contraddistingue i bambini, Hèloise ci ha
poi dato un volume all’interno del quale sono
illustrate le attività del Maniero: Ballate notturne,
consultazione dei Tarocchi, canti popolari al chiaro
di luna, serate dedicate alle leggende bretoni, esibizioni
musicali di bardi e trovatori - ed ecco apparirci una
bella foto di Myrdin! - serate medioevali, o dedicate
alla divinazione, canti e musiche per la terra... Inoltre,
abbiamo constatato che il Maniero è un vero e
proprio punto di riferimento costante per le escursioni
esoteriche legate alle scadenze astronomiche più
importanti: solstizi ed equinozi. Davvero non c’è
male! È come se il Maniero rappresentasse una
sorta di punto di ritrovo dei tradizionalisti e degli
aspiranti neo-druidi di Brocéliande. E questo,
per certi versi, ci ha poi confermato il proprietario
del Manoir, dicendo che tutto ciò accade da sempre,
e che rientra nella volontà di Madame Zaepffel.
Per tale motivo, lui e sua moglie si guardano bene dal
modificare qualcosa all’interno del Maniero: ogni
cosa è rimasta invariata dal momento in cui la
profetessa del Maniero è morta. Ci è stata
anche indicata la poderosa scala del pian terreno, sostando
sulla quale la piccola Genevieve ebbe la sua prima esperienza
paranormale. Quindi ci siamo congedati da loro, sicuri
di aver vissuto un’esperienza quanto meno insolita
e “particolare”. Se vi trovate nei pressi
di Paimpont, non potrete evitare di entrare nel Manoir
du Tertre, sarebbe come mutilare il vostro viaggio,
renderlo privo della conoscenza di un “luogo di
potere” che condivide un legame osmotico, quasi
geomantico, con i siti più carichi di sacralità
che fanno della foresta di Brocéliande un piccolo
“ombelico del mondo”. E se poi per qualcuno
“è tutta suggestione” - ma noi non
lo crediamo di certo - vale comunque la pena di provarla.
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