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  Tratto da "Quaderni di Kultur" - Anno IV, 2000 e.v
  [ Bretagna Magica ] Un itinerario sacro nella
Foresta di Broceliande
 

Immaginate di trovarvi in una terra familiare, accogliente, e al tempo stesso capace di offrire spettacoli coinvolgenti e melanconici: siete in Bretagna.
In questa regione protesa verso l’Oceano Atlantico - quasi volesse staccarsi dalla ostile Francia, nel tentativo di abbracciare nuovamente la Cornovaglia insulare - esistono ancora dei luoghi che conservano qualcosa di “fatidico”, ove il mondo sembra essersi assopito in quel luogo ideale ove il tempo è costituito da un eterno presente, e in cui la linea di confine tra leggenda e realtà sfuma fino a dissolversi insieme alla nebbia che avvolge la razionalità umana, tenendola separata da più sottili facoltà di percezione dell’esistente. Uno di questi luoghi, o forse il più rappresentativo tra essi, è senz’altro la foresta di Brocéliande. A pochi chilometri da Rennes, attorno al paese di Paimpont - che peraltro dona alla foresta l’attuale suo nome - ci si può inoltrare in oltre settemila ettari di generosa vegetazione, tra specchi d’acqua, querce, felci ed agrifogli, sovente costeggiati da antiche fonti che conferiscono alla foresta l’invidiabile attributo di locus consecratus. È qui che i Bretoni considerano ambientate alcune tra le più affascinanti e leggendarie saghe, tramandate da bardi e giullari medioevali nel tentativo di rivivificare l’antica mitologia celtica. È qui, ad esempio, che i romanzi arturiani trovano il loro “luogo ideale”. E non è un caso che proprio all’interno della foresta si trovino diversi monumenti megalitici - risalenti alla seconda metà del terzo millennio a.C., quindi a cavallo tra il neolitico e l’età del bronzo - ai quali la tradizione locale ha ricollegato miti, saghe e leggende, la cui origine si perde nella notte dei tempi.
Ebbene, sto per accompagnarvi idealmente in uno dei luoghi più suggestivi del nord-Europa, ripercorrendo le tappe di un percorso che prende sempre meno le sembianze di un “giro turistico”, per acquisire la connotazione di un “percorso esoterico”.

La Valle senza ritorno

Partiamo dunque di primo mattino, da Le Cannée, una località a poche centinaia di metri dal borgo di Paimpont, diretti ad un piccolo paese (Trehorenteuc), adiacente al quale si estende, in tutta la sua misteriosa bellezza, la “Valle senza ritorno”. È questa, si dice, la residenza della Fata Morgana; il luogo in cui la perfida sorellastra di Artù teneva prigionieri gli amanti infedeli. Ci inoltriamo immediatamente in questa profonda valle, scavata nello scisto, in cui anche il sole pare addentrarsi con una certa cautela. Tra querce secolari, in cui il muschio sacro ai Druidi cresce rigoglioso, tra grandi frassini e faggi dal legno dolce si snodano esili sentieri che, costeggiando ora rivoli d’acqua ora massi enormi levigati dalle frequenti piogge, spesso non conducono in alcun luogo. In certi tratti l’oscurità del posto rivela la presenza dell’eterno femminino che infonde vita alla natura, pare quasi che gli spiriti dei luogo (che siano Korrigans, Gnomi o Elfì) esigano un dovuto rispetto. Il nostro silenzio, la nostra stupefatta ammirazione sono praticamente inevitabili. Un eterno incantesimo sembra avvolgere i boschi cedui di questa valle, lo scisto verde (6 milioni di anni) e quello rosso (450 milioni di anni) ed i numerosi corrugamenti rocciosi. Anche le molte specie di volatili - soprattutto upupe, tordi e merli - che qui abitano sembrano talvolta nascondersi, quasi fuggissero l’offesa dello sguardo umano. Il nostro cammino si fa incerto, eppure ci perdiamo volentieri in questa maestosa foresta. Ne osserviamo lentamente i suadenti percorsi, attraversiamo improbabili ponticelli, fino ad arrivare di fronte ad uno stagno incantevole, che riflette, calmo e trasparente, il paesaggio circostante. Siamo di fronte allo “Specchio delle Fate”, ove si dice che nelle notti di luna piena vengano a danzare le sacerdotesse della foresta, evocando fantastiche visioni in preda a furori estatici. Sopra di noi, troneggia la “Sedia di Merlino”, una imponente formazione rocciosa che domina la vallata in cui si trova incastonato il lago, e sulla quale si tramanda che il celebre mago amasse sedersi per ammirare il primo raggio di sole della giornata. Lo spettacolo che abbiamo di fronte ci proietta in una dimensione “diversa”, un profondo stato di concentrazione lascia dissolvere le barriere che separano il paesaggio esteriore da quello interiore. C’è da aspettarsi che da un momento all’altro si aprano le porte dell’«altrove»...

Il Giardino dei Monaci

Usciti dalla “Valle” di Morgana (ma non dalla foresta), dopo un breve tratto di strada asfaltata, vediamo mutare il paesaggio, il fitto bosco cede il passo a brughiere e torbiere, lungo le quali il sole torna ad illuminare dei piccoli sentieri nascosti da una vegetazione più bassa, che all’improvviso lascia intravedere mucchi di ginestre dal giallo prepotentemente sgargiante. Dopo un breve peregrinare apparentemente senza meta, scavalchiamo una fitta siepe, e ci si presenta un altro misterioso spettacolo. Percorriamo pochi metri e siamo al centro del “Giardino dei Monaci”, un piccolo monumento megalitico rettangolare (di scisto rosso e granito bianco) del 2000 a.C. Eretto dai protocelti, secondo la leggenda sarebbe il frutto amaro di una divina punizione in cui sarebbero incorsi nel medioevo alcuni monaci, il cui licenzioso contegno ne avrebbe provocato la pietrificazione. Un’altra leggenda vuole invece che i monaci puniti stessero tramando contro i locali druidi, attirando su di sé la punizione delle potenze pre-cristiane. Che ci si trovi al cospetto di un autentico “centro di forza” è facile capirlo. Sappiamo che il territorio sul quale camminiamo è disseminato di tombe risalenti al neolitico. La regolarità che caratterizza la disposizione delle pietre, suggerisce un’interpretazione geomantica del luogo: gli studiosi di archeo-astronomia un giorno forse ci diranno qualcosa di più...
Il sole è ormai allo zenit, un senso di quiete e di serenità si diffonde tutt’intorno, respiriamo il profumo del mistero.

La Fonte di Barenton

Decidiamo, dopo un breve pasto, di visitare nel primo pomeriggio un altro sito “magico” della foresta, nell’orario in cui minore è l’afflusso dei turisti comuni. Attraversiamo un paesino, Folle Pensée, il cui nome lascia indovinare la presenza, nell’antichità, di un’antica scuola medica druidica, forse specializzata nella guarigione di disturbi psichici. Partiamo quindi da un piazzale sterrato, e percorriamo un lungo sentiero che si inoltra in salita, affiancato da agrifogli e pini odorosi, stando attenti a non calpestare le felci che spuntano un po’ dovunque, tra le rocce e gli arbusti che aggiriamo lungo il nostro tortuoso cammino. Raggiungiamo infine una piccola radura, punteggiata qua e là di mirtilli, eriche e giunchiglie, al centro della quale, protetta da un ammasso di pietre che sorvegliano la lastra rovesciata di un dolmen, zampilla una piccola fonte, la fonte di Barenton. Luogo vergine, in cui il silenzio surreale fa il paio con un’aura di indefinibile mistero, la fonte ci accoglie nel modo più auspicabile. Ai piedi di una enorme quercia, che pare proteggere dai visitatori la purezza dell’acqua di sorgente, risuonano infatti le sapienti note di un’arpa celtica. Li, in postura ieratica, quasi “yoghica” saremmo tentati di dire, siede un bardo - il suo nome è Myrdin, ci diranno più avanti - gli occhi socchiusi, le cui mani, intrecciate alle corde dell’arpa, compongono melodie arcane. La natura sembra gradire, anzi ringraziarlo in una sorta di tacita intesa: nulla si ode oltre il suono dell’arpa, se non lo sgorgare dell’acqua, che concorre, anch’esso, alla realizzazione della incantevole polifonia. Noi ascoltiamo, rispettosamente fermi ad una certa distanza, insieme a pochi altri fortunati, immergendoci nella trama de Le Chevalier au Lion. Comprendiamo benissimo perché Chrétien de Troyes abbia voluto ambientare proprio in questo luogo le gesta del suo Yvain, nipote di Artù, in cerca dei poteri occulti. Qui, il giovane, indirizzato da un uomo selvaggio - metafora di un’umanità vivente ancora nella simbiosi primordiale con gli elementi - versa su di una pietra l’acqua della fonte magica, scatenando un furioso temporale, per poi sconfiggere a duello il cavaliere nero e, dopo intriganti peripezie in cui guadagnerà l’amicizia di un leone nel corso del suo cammino iniziatico nella foresta, infine divenire a sua volta il “Guardiano della Fonte”. È difficile descrivere le sensazioni che il bardo, novello Orfeo bretone, ci ha regalato nell’intento di domare gli elementi primordiali. Un profondo desiderio di introspezione si impadronisce della coscienza dei presenti, tanto che, rotto l’incantesimo (col cessare della musica), risultano addirittura sgradite le urla innocenti di alcuni bambini, intenti a giocare con l’acqua della fonte generosa. Ci sentiamo, ad ogni modo, dei privilegiati.

La Tomba di Merlino e la Fonte della Giovinezza

Ancora immersi in un’atmosfera di rarefazione spirituale, decidiamo di incamminarci di buona lena in direzione dell’ennesimo sito magico della foresta, un vero e proprio luogo di culto. È breve il sentiero che, dalla strada asfaltata, conduce all’agrifoglio ai piedi del quale si ergono i due blocchi di pietra - divisi, si narra, da un fulmine - che rappresentano i resti di una galleria del neolitico. Sui rami del verdeggiante agrifoglio, saltano agli occhi le decine di corone di spighe intrecciate, di mazzi di fiori e di bigliettini, tutte offerte votive che i seguaci del neo-druidismo tributano al Genius loci. Molti turisti affollano il luogo, il che tuttavia non ci impedisce, in un momento di rara tranquillità, di intrecciare la nostra corona e di accendere un turibolo di incenso: una piccola ma sincera offerta al signore del luogo in cui, da centinaia di anni, le energie psichiche dei bretoni saturano di devota venerazione quella che i più sostengono essere la “Tomba di Merlino”. Qui, nell’immaginario popolare, Merlino avrebbe deciso di addormentarsi, nella volontà di vegliare sulla sua amata foresta...
Non distante da quel piccolo axis mundi, tanto caro ai neo-druidi di Bretagna, si trova un’altra fonte, più piccola e senz’altro peggio conservata: la “Fonte della Giovinezza”, un tempo fonte battesimale, oggi una sorta di minuscolo stagno, invero, mal ridotto.

Il Pas du Houx, il Castello di Trécesson, la Chapelle de Saint Jean

Il nostro percorso circolare entra nella sua parte finale, si concluderà, naturalmente, nei luoghi dai quali abbiamo preso le mosse. Prima però, costeggiamo il Pas du Houx, cioè il “Passo dell’Agrifoglio”, il più grande specchio d’acqua della foresta (86 ha). In seguito, dopo un lungo tratto di strada che ci impone una (gradita) sosta nel borgo di Paimpont, e quindi non lontano dal luogo dal quale siamo partiti, ci dirigiamo nei pressi di un meraviglioso castello... Qui il paesaggio appare quasi desolante, percorriamo un lungo rettilineo ai cui lati la vegetazione si riduce al minimo, infine, dopo esserci addentrati in una piccola e scomoda mulattiera, all’improvviso veniamo colpiti da una visione tetra e magnifica allo stesso tempo: il castello di Trécesson. La magnifica costruzione, che si specchia in un incantevole laghetto, fu eretta da Jean Trécesson nel XV secolo, e fino al 1773 è rimasto di proprietà della omonima famiglia. Oggi è disabitato, almeno in apparenza... narrano infatti gli abitanti del luogo che “una notte di molto tempo fa, un bracconiere, nascosto nel parco del castello, vide fermarsi nei pressi una carrozza scura, ne discesero due uomini vestiti di nero i quali iniziarono a scavare una fossa profonda, terminato il lavoro fecero scendere dalla carrozza una giovane vestita da sposa e, malgrado il suo pianto, la sotterrarono viva, dopodiché presero la fuga. Il bracconiere avvisò immediatamente il castellano di Trécesson che fece subito liberare la giovane, ma il soccorso arrivò egualmente troppo tardi e, al levare del giorno, la sfortunata morì senza rivelare nulla. Tutte le ricerche furono vane, non si scoprì mai il terribile segreto di quella sposa: da dove venisse, chi fosse, per noi resterà sempre un mistero. Il velo e la corona della giovane restarono visibili ai visitatori [...]. Certe notti, si dice [...] che lo spirito della Dama Bianca - così viene chiamata la sposa sfortunata [N.d.A.] - faccia la sua comparsa, fluttuando attorno ai fossetti del castello o accendendo luci all’interno. Altri dicono che può capitare di incontrare lungo la strada una donna tutta vestita di nero che chiede un passaggio alle auto e si fa portare al cimiterino dietro al castello; dopo essersi inginocchiata sulla tomba della giovane sposa, scompare” (Cfr. Tiziana Bassanite - Tiziano Scapinelli, Luoghi e leggende di Brocéliande, Ed. Le Manoir du Tertre, Paimpont, s.d., p.19). Il che dà un’idea della spettralità che acquista il castello dopo il tramonto. Al di sopra della spianata sulla quale sorge il castello, si eleva un modesto poggio, già sede di tombe neolitiche, sul quale sorge la “Cappella di Saint Jean”, una piccola cappella costruita in tempi remoti dai Cavalieri Templari, accanto alla quale sopravvivono i resti di un piccolo eremo, anch’esso appartenuto ai Cavalieri del Tempio. Purtroppo, la cappella - per raggiungere la quale, confessiamo, è stato necessario un lungo e tortuoso vagare, sovente a vuoto, data l’ubicazione seminascosta della chiesetta - oggi è caduta in rovina, sconsacrata e, peggio ancora, non visitabile al suo interno. Nulla si sa dei segreti che possano esservi custoditi...

La Tomba del Gigante e la Hotie di Viviana

Proprio a pochi chilometri da Trehoranteuc, luogo a partire dal quale siamo entrati nella Valle di Viviana, ci si imbatte in altri due siti di straordinaria importanza sacrale. Il primo, la “Tomba del Gigante”, raggiungibile dopo una decina di minuti di marcia lungo un terreno arido, inframmezzato da siepi e sterpaglie, consiste in un allineamento dell’età del bronzo, a sua volta costituito da tre menhirs appartenenti ad un precedente allineamento databile intorno al 2200 a.C.; la denominazione del sito ha chiaramente un’origine leggendaria. Si dice infatti che le tre grandi rocce li posizionate siano cadute dal grembiule di una fata che le stava trasportando a Mont Saint Michel. Si dice anche che fosse una sorta di santuario (nemeton, in celtico) di una sacerdotessa o di una deità femminile. Da parte nostra, oltre a sottolineare l’estrema valenza sacrale del luogo - abbiamo trovato nei pressi dei tre elementi litici i resti di un fuoco recente, la cui posizione lascia indovinare un significato chiaramente rituale - propendiamo per quest’ultima ipotesi. Inoltre, consigliamo a chi dovesse trovarsi nei pressi della Tomba, di sedersi nel piccolo incavo che si forma dall’intersezione delle pietre: con la mente libera da pensieri profani, accompagnati dal silenzio della foresta, sarà possibile percepire le vibrazioni profonde di un lembo di terra non comune. Anche qui, l’incenso ha omaggiato i numi del luogo...
A poca distanza dalla Tomba del Gigante, si trova un altro sito megalitico, per l’esattezza, si tratta di un letto neolitico orientato ad Est, circondato da una doppia corona di pietre, nei cui pressi sono state rinvenute asce, perle ed altri oggetti. Il nome del sito, “Alloggio di Viviana” - ma alcuni lo definiscono anche “Tomba dei Druidi” - rimanda al concetto di luogo appartenente ad una forza sovrannaturale femminile, similmente all’altra tomba appena citata.

Di nuovo a Tréhorenteuc: la Chiesa del Graal

La conclusione dell’itinerario magico, nel nostro caso, non rappresenta che l’inizio di una nuova, meravigliosa scoperta: la “Chiesa del Graal” di Tréhorenteuc. Questa chiesa, edificata a due passi dalla “Valle senza ritorno” dall’abate Gillard, presenta non pochi spunti di riflessione. Intanto pare che l’architettura della stessa risponda a dei criteri derivati dalla sapienza numerologica pitagorica. Il ricorrere di determinate proporzioni e di certi numeri - tra i quali, naturalmente, il numero sette - ne sarebbero la prova. La scritta con la quale il visitatore è accolto una volta giunto all’unica entrata praticabile (lato sud): “La porta è dentro”, rimanda evidentemente ad un percorso spirituale da svolgersi in interiore homine, prima ancora che seguendo i molteplici simboli iniziatici (tanto pagani, quanto cristiani) di cui la chiesetta è costellata. Una volta all’interno, poi, è impossibile non notare la sovrapposizione di temi celtici e temi cristiani: dai triskel, alla testa di cinghiale, fino ad arrivare al cervo bianco dal collare d’oro, a cui è legata però una croce, simbolo della cristianizzazione della divinità celtica cornuta Kernunos. Il cervo è rappresentato nei pressi della fonte di Barenton, ma è circondato da quattro leoni rossi, probabilmente simboleggianti i quattro evangelisti. Le stazioni della via crucis confermano l’impressione del riemergere, sotto la forma cristiana, di simboli chiaramente precedenti l’avvento in terra bretone della religione del Cristo. Al visitatore lasciamo infine la possibilità di scoprire altri significativi elementi sui quali, qui, è bello tacere...

L’epilogo misterioso: il Manoir du Tertre

Degno epilogo del nostro viaggio, non può che essere una visita, magari in serata, come noi abbiamo preferito fare, del “Maniero del poggio”. Luogo affascinante e misterioso, questa dimora signorile risale al XVII secolo, ed è ancora arredata con mobili d’epoca. Il maniero appartenne alla cosiddetta “Gran Dama del Manoir”, vale a dire Genevieve Zaepffel, profetessa di grande fama. Alcuni la ritengono una sorta di sacerdotessa druidica, nacque in effetti a Brocéliande, e qui, proprio nel suo Maniero, all’età di sette anni, ebbe le sue prime visioni profetiche. Fu autrice di numerosi libri - a tutt’oggi conservati nella biblioteca del Maniero - ma fu apprezzata anche nel ruolo di conferenziere. Si dice che lo spirito della Zaepffel aleggi ancora all’interno della sua antica dimora. Incuriositi da ciò, siamo andati a prendere un caffè in questo magnifico Maniero, oggi albergo e ristorante tra i più raffinati della zona. Ebbene, appena entrati, è come se ad accoglierci, prima ancora del gentile proprietario - M. Ordelman-Quintin - sia stato una sorta di “clima psichico”. Odore di antichità, densità, nell’aria, nelle cose, nelle sensazioni. Ma soprattutto un quadro che sembra vivente: il ritratto a grandezza naturale della profetessa che, con sguardo sereno e profondo, pare in un certo qual modo spiare le sensazioni degli ospiti, valutandone il contegno con il quale si recano a trovarla. Un indescrivibile senso di solennità comincia a farsi strada. Questo luogo, sì, come la foresta circostante, non è uguale a tutti gli altri: la medesima, fatidica aura sembra aleggiarvi. Anche i mobili, nella loro severa ma imponente mole, stanno a testimoniarlo. Ci è sembrato di penetrare in un luogo avente una particolare “equazione spirituale”, dotato, in altre parole, di una fortissima carica magnetica. Lo sguardo si è posato su un piccolo specchio, posizionato sulla medesima parete sulla quale si trova il ritratto della Zaepffel, poi sui lampadari, i soffitti a cassettoni; seguendo, nel frattempo, il profilo delle antiche poltrone, dei pesanti arredi in stile Neo-Reggenza del Secondo Impero, di un elegante tavolino in legno di ciliegio, il tempo cedeva lentamente il passo ad una sensazione insolita di euforia, poi di calore, di “antico” eppure attualissimo calore. Poi, insieme al caffè, è arrivata da noi la piccola Hèloise, figlia dei proprietari. Una bambina che, socievole ed estroversa, si è subito presentata, scandendo contenta il suo nome. Alla domanda di rito sulla sua età, ha risposto di avere sette anni; al che, forse in modo un po’ scontato, e con l’aria di chi si dimostra compiacente con un bambino, ho aggiunto che sette anni sono un’età importante... aspettandomi un sorriso di scherno o, tutt’al più, una risposta imbarazzata. Invece, con mia grande sorpresa, la bimba ha replicato con aria solenne: “Sette anni, è l’età della ragione!”. Una risposta decisamente inconsueta! Ma soprattutto, ironia del “caso”, stranamente riconducibile al fatto che la profetessa del maniero ebbe proprio a quell’età le sue prime visioni. Proprio a sette anni, entrò, in un certo senso nella sua “età della ragione”, attraverso una esperienza super-razionale. Che la bambina abbia risposto così semplicemente per stupirci? Possibile, ma forse è più facile che sia stata ben indottrinata dai genitori sulla “presenza” che si impone all’interno della sua casa. Ovvero, si può anche supporre che la piccola fosse semplicemente molto “ispirata”, ma ciò non riduce, semmai accresce, il nostro stupore. Con la generosità che contraddistingue i bambini, Hèloise ci ha poi dato un volume all’interno del quale sono illustrate le attività del Maniero: Ballate notturne, consultazione dei Tarocchi, canti popolari al chiaro di luna, serate dedicate alle leggende bretoni, esibizioni musicali di bardi e trovatori - ed ecco apparirci una bella foto di Myrdin! - serate medioevali, o dedicate alla divinazione, canti e musiche per la terra... Inoltre, abbiamo constatato che il Maniero è un vero e proprio punto di riferimento costante per le escursioni esoteriche legate alle scadenze astronomiche più importanti: solstizi ed equinozi. Davvero non c’è male! È come se il Maniero rappresentasse una sorta di punto di ritrovo dei tradizionalisti e degli aspiranti neo-druidi di Brocéliande. E questo, per certi versi, ci ha poi confermato il proprietario del Manoir, dicendo che tutto ciò accade da sempre, e che rientra nella volontà di Madame Zaepffel. Per tale motivo, lui e sua moglie si guardano bene dal modificare qualcosa all’interno del Maniero: ogni cosa è rimasta invariata dal momento in cui la profetessa del Maniero è morta. Ci è stata anche indicata la poderosa scala del pian terreno, sostando sulla quale la piccola Genevieve ebbe la sua prima esperienza paranormale. Quindi ci siamo congedati da loro, sicuri di aver vissuto un’esperienza quanto meno insolita e “particolare”. Se vi trovate nei pressi di Paimpont, non potrete evitare di entrare nel Manoir du Tertre, sarebbe come mutilare il vostro viaggio, renderlo privo della conoscenza di un “luogo di potere” che condivide un legame osmotico, quasi geomantico, con i siti più carichi di sacralità che fanno della foresta di Brocéliande un piccolo “ombelico del mondo”. E se poi per qualcuno “è tutta suggestione” - ma noi non lo crediamo di certo - vale comunque la pena di provarla.


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