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di
Silvio Cerulli Belfast
Ovest, Febbraio 2004 |
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[
Irlanda del Nord ] di
chi è la colpa? |
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Un
vecchio scatolone impolverato ritrovato nel sottotetto;
è pieno di appunti, note, brutte copie, scritti
su più o meno qualunque cosa, persino su una multa
della polizia. Frammenti di una guerra vera e istanti
di una pace irreale; un bossolo di bengala, un brandello
di un vessillo orangista, un plastic bullet. Mi colpisce
la pagina di un libretto di istruzioni dell’auto
sulla quale stavamo viaggiando verso Derry, preparando
l’intervista con Martin McGuinness. Era il luglio
del 1996 e anche se il GFA era ancora lontano il processo
di pace aveva già mostrato alcuni dei suoi limiti;
accanto al funzionamento di frecce e luci si legge: “Come
si può mettere colui che in questo conflitto era
e rimane l’aggressore alla guida di un processo
di pace che se dovrà succedere dovrà necessariamente
decretarne il ritiro, e allo stesso tempo sperare che
il processo funzioni?” McGuinness preferì
restare alla sciarada orangista di quei giorni liquidando
in poche parole l’argomento. Negli anni a seguire
il dubbio non è mai andato via.
Dallo scatolone, quasi accartocciata in una smorfia di
dolore, salta fuori una copia del Good Friday Agreement
(gli Accordi di Belfast del 10 Aprile 1998). Quali che
siano i suoi limiti o le sue debolezze, qualunque sia
il suo incerto futuro, il GFA resterà una pietra
miliare nella storia d’Irlanda: non perché
abbia posto fine al conflitto anglo-irlandese, ma perché
per la prima volta in 800 anni d’occupazione dell’Irlanda
il governo inglese ha tentato una soluzione che non fosse
esclusivamente militare. Sei anni più tardi il
dubbio è legittimo: è fallita anche questa
soluzione?
Tuttavia, come confermato dagli eventi del processo di
pace, è ormai chiaro che Londra ha intrapreso questa
strada non per restituire agli Irlandesi diritti umani,
libertà o autodeterminazione, quanto piuttosto
per continuare a difendere gli enormi interessi della
Corona in Irlanda, economici, strategici e militari. La
grande coreografia blairiana che accompagna il processo
di pace ha conferito alla presenza inglese un’aureola
di legalità, presentandola come neutrale e accettabile,
l’ha in gran parte istituzionalizzata, lasciando
credere all’opinione pubblica internazionale che
il GFA avrebbe limato rivalità e contraddizioni.
Spesso si dimentica, tuttavia, che il GFA era stato negoziato
all’indomani del ritorno dei Laburisti a Downing
Street e della seconda tregua dello IRA; la storica firma
giunse dopo due settimane di negoziati non-stop e ben
oltre la scadenza fissata da Blair. Pur di presentare
al mondo lo storico accordo, il governo inglese preferì
lasciare irrisolte una serie di questioni fondamentali,
errore di cui si sarebbe poi amaramente pentito; ma il
GFA avrebbe dovuto essere il biglietto da visita con cui
Tony Blair si presentava –sulla pelle del popolo
irlandese- alla diplomazia internazionale, anche se dopo
l’Iraq il bluff è ormai prossimo ad essere
scoperto. Con il senno di poi, forse sarebbe stato meglio
rinviare le cerimonie e sciogliere i nodi prima del pettine,
ma il GFA era comunque il massimo che si potesse ottenere
in quel particolare momento e in quelle condizioni.
Quasi sei anni sono trascorsi da allora e non mi era più
capitato di sfogliarne una copia, per cui sarà
interessante scoprire quali e quanti punti dell’accordo
sono stati rispettati, cosa è cambiato veramente,
quali sono le prospettive del GFA alla luce della vittoria
alle recenti elezioni nel nord della destra unionista
che chiede di cestinare l’accordo del Venerdì
Santo per rinegoziarne uno più favorevole. Niente
paura: non si tratta di un mattone in stile Trattato di
Oslo, nessun sconfinato arcipelago di cavilli, appendici,
annessi e connessi. Il testo del GFA è scarno come
il suo contenuto: ventinove pagine ciclostilate, parole
vuote (degli unionisti), sacri principi traditi (dai repubblicani),
impegni sottoscritti sapendo non verranno mantenuti (dagli
inglesi). Quante vite umane erano andate perdute? Erano
andate perdute per queste ventinove pagine?
Si comincia con una Declaration of Support, a pagina 1,
in cui i partecipanti ai negoziati scrivono a babbo natale
promettendo (paragrafi 2,3,4,5) di essere buoni, tolleranti
e riconcilianti. La seconda pagina contiene un passaggio
importante in cui i due governi e le forze politiche impegnati
nei negoziati di pace si impegnano a “rispettare
la libera scelta della popolazione del nord riguardo allo
status, se essa preferisce l’unione con la Gran
Bretagna o un’Irlanda unita e sovrana”. Più
avanti verrà descritto come il “Principio
del Consenso”, e significa che il nord resterà
sotto la Union Jack inglese sin quando sarà la
maggioranza della popolazione delle Sei Contee a volerlo.
Purtroppo anche la speranza demografica ha subito un brusco
raffreddamento dopo i risultati dell’ultimo censimento.
Il Good Friday Agreement significa anche Devolution come
in Scozia e Galles e trasferimento dei poteri da Westminster
al parlamento di Stormont. Il bianco palazzo in stile
Disneyland nel benestante quartiere di Stormont, a Belfast
Est, era stato il simbolo dello Stato protestante per
una popolazione protestante sin dal 1921, ove era stato
edificato uno Stato che poggiava su apartheid e negazione
dei diritti umani e civili della minoranza cattolica.
Il nuovo “parlamentino” di Stormont invece
“proteggerà i diritti e gli interessi di
entrambe le comunità” anche se tutte le questioni
di “sicurezza” rimarranno di competenza londinese.
Si tratta di un punto a favore degli unionisti, da loro
dichiarato non negoziabile durante i colloqui di pace.
L’accordo, sulla carta, dichiara i protestanti eguali
ai cattolici e Stormont è il loro strumento per
continuare a sentirsi più uguali degli altri, “the
chosen people” (‘il popolo eletto’).
A governare la nuova assemblea sarà il “cross-community
support”, l’appoggio della maggioranza di
entrambe le comunità. All’indomani dell’Accordo
lo UUP (pubblicamente pro-agreement ma in realtà
allergico ai cambiamenti previsti) aveva 26 seggi contro
i 24 del DUP del reverendo Paisley; alla luce della disfatta
elettorale dello UUP e dopo il passaggio di tre unionisti
guidati da Jeffrey Donaldson al DUP, questo si ritrova
con 33 seggi contro i 24 dello UUP. La destra unionista
avrebbe i numeri per paralizzare gli Accordi fino alle
elezioni politiche del 2005; per allora o il DUP avrà
avviato una transizione verso il ‘centro’
oppure resterà agli ‘estremi’ chiedendo
di stipulare un nuovo Accordo. Complimenti invece al Sinn
Féin per il nuovo arrivo. Billy Leonard, protestante,
ex-poliziotto nella vecchia RUC, ex-figura di spicco del
SDLP, ha rassegnato le dimissioni dal partito ed è
passato con i repubblicani. Si sapeva di alcuni soldati
inglesi passati all’IRA negli anni 70/80, ma questa
è la prima volta che il Sinn Féin annovera
tra le sue fila un ex-poliziotto (che per giunta si chiama
Billy).
Tornando alle istituzioni previste dall’Accordo,
accanto al nuovo parlamento di Stormont avrebbe dovuto
funzionare il North/South Ministerial Council, istituito
per sviluppare e uniformare i rapporti tra nord e sud
in materie quali sanità, educazione, economia,
agricoltura, trasporti, ecc. Per il Sinn Féin rappresentava
l’inizio di una reale riunificazione: e infatti
il Council si riunirà solo tre volte in 6 anni,
con gli unionisti determinati a sbarazzarsene ad ogni
costo. Di fatto, malgrado gli Accordi e i nuovi rapporti
tra Dublino e Belfast (e Dublino e Londra), dieci anni
dopo la tregua dell’IRA, nord e sud d’Irlanda
restano due entità completamente diverse.
La cosiddetta ‘Terza linea guida’ (Strand
Three) degli Accordi del Venerdì Santo prevedeva
la creazione di un nuovo British-Irish Council composto
da ministri irlandesi e nord-irlandesi, scozzesi, gallesi
e inglesi, chiamati ad esplorare “il miglioramento
del livello di vita delle popolazioni di queste isole”.
Non avendo alcun tipo di potere o meccanismo legislativo,
tali summit non servono assolutamente a nulla se non a
rafforzare lo status e l’identità unionista
di un Ulster unionista. Si tratta di un punto dell’Accordo
richiesto dagli unionisti e infatti, grazie ai contribuenti,
il Council ha continuato a incontrarsi, lo scorso autunno
l’ultima volta, anche durante le ‘sospensioni’
di Stormont.
Sino a questo punto gli Accordi erano quasi filati lisci,
ma a partire da pagina 16, il GFA precipita nella perfidia
inglese. Il capitolo è stato battezzato Rights,
Safeguards and Equality of Opportunity e basterebbe solo
il titolo ad inorridire gli unionisti visto che si tratta
di argomenti tutti per loro inconcepibili e dei quali,
per la natura stessa di questo Stato settario, essi sono
praticamente all’oscuro. Partiti e governi s’impegnavano
solennemente a rispettare 8 punti fondamentali. Eccoli:
The right of free political thought – Applicabile
anche ai repubblicani a patto che accettino le condizioni
dettate dagli unionisti (non-violenza, disarmo, ecc.).
Negato a tutte le voci del dissenso nazionalista (IRSP,
Republican Sinn Féin e 32 Counties Sovereignty
Committee) e a ogni tentativo di articolare un’alternativa
al GFA. Diminuito ingiustamente per le formazioni politiche
minori come il Progressive Unionist Party o la ormai quasi
defunta Women’s Coalition.
The right of freedom and expression of religion –
Come non ricordare due anni di ‘pacifici’
picchetti lealisti alla chiesetta cattolica di Harryville,
fuori di Ballymena. Come si fa a dimenticare i tre fratellini
Quinn bruciati vivi a Ballymoney perché figli di
un matrimonio misto. Come si può perdonare Tony
Blair per aver gettato benzina sulle fiamme del razzismo
protestante, sfruttando l’odio tribale delle marce
orangiste prima e la sanguinosa faida interna lealista
per i fini politici del suo governo e dei suoi apparati
di sicurezza?
The right to pursue democratically national and political
aspirations e, subito sotto,
The right to seek constitutional change by peaceful and
legitimate means, entrambi de facto cancellati da Londra
grazie alle continue ‘sospensioni’ di Devolution
e istituzioni.
The right to equal opportunity in all social and economic
activity, regardless of class, creed, disability, gender
or ethnicity – Quasi sei anni dopo la firma del
trattato i cattolici rimangono cittadini di seconda classe,
il GFA non li rende liberi né eguali. A tale proposito
Londra non ha ancora messo in atto l’Equality Agenda
(Programma per l’Uguaglianza) e nulla lascia pensare
che si prepari a farlo. Tuttavia la popolazione nazionalista,
soprattutto nei centri urbani, sembra ingolfata in un’apatia
impenetrabile come la nebbia, come stordita, dopata, addirittura
corrotta dal costante flusso di milioni di sterline che
Downing Street continua a versare in aree come Belfast
Ovest, mentre un miglio più a nord Belfast Nord
è ancora rovinata da squallore, povertà
e violenza. E così - triste ironia - lungo uno
dei luoghi simbolo della resistenza repubblicana, la Falls
Road, le grandi catene di supermarket, imprese e negozi
inglesi duellano a colpi di milioni di pounds. Il capitalismo
imperialista sembra aver avuto successo là dove
la repressione imperialista aveva fallito; ciò
nonostante i cattolici formano ancora i due terzi della
popolazione nordirlandese disoccupata. Tre anni orsono
Downing Street ha trasformato i meccanismi dei ‘Social
Benefits’ in modo tale da far apparire in calo la
disoccupazione; tuttavia piccole aziende locali, negozietti
tradizionali, pub e bar, chiudono uno dietro l’altro
per la competizione con i giganti britannici e un numero
sempre maggiore non solo di cattolici ma anche di protestanti
lasciano le coste irlandesi per lavori meglio retribuiti
in Inghilterra o in Europa. Hanno fallito, o si apprestano
a farlo, tutti i colossi dell’economia nord-irlandese:
da Harland & Wolff, i cantieri navali che partorirono
il Titanic, a Short, produttore di componenti per aerei
e per missili; e la lista è lunghissima.
In quanto alle etnie immigrate, gli attacchi contro le
comunità indiane e cinesi nella zona universitaria
di Belfast vengono sferrati ormai su basi settimanali.
A orchestrarli sono i paramilitari della UDA/UFF. Con
molte abitazioni vuote e altre di proprietà del
comune, le minoranze etniche hanno trovato una sistemazione
temporanea insidiosa, visto che i lealisti non vogliono
‘impuri’ nel loro quartiere. E chissà
cosa accadrà con tutto il personale (internazionale)
del vicino City Hospital, cui il ministero della sanità
agevola l’acquisto di una casa nei pressi dell’ospedale;
lanceranno una campagna anche contro medici e infermieri?
The right of freedom from sectarian harassment –
Il governo inglese ha mostrato il suo vero volto lasciando
che le bambine di una scuola elementare femminile di Ardoyne,
la Holy Cross, subissero per tre mesi ogni tipo di umiliazione,
di abuso, di lancio di sassi e bastoni incluse due granate
artigianali, da parte dei protestanti che vivono accanto
alla scuola.
The right of women to full and equal political partecipation
– Le discriminazioni settarie sono allo stesso livello
del 1994 se la religione della donna in questione è
quella cattolica.
Per “garantire” tale lista di diritti, il
Good Friday Agreement prevede una nuova Northern Ireland
Human Rights Commission, pagina 16 e 17, che sarà
invitata a “suggerire diritti supplementari e ad
aderire a quelli della Convenzione Europea sui Diritti
Umani”. Esattamente come nel caso della Equality
Commission (anch’essa prescritta dall’Accordo
ma tramutata in una specie di tribunale sindacale), sin
dalla sua formazione la Commissione per i Diritti Umani
si è distinta per la sua completa inutilità
e dopo lo spregevole comportamento del suo presidente,
Dickson, nei confronti delle povere bambine della Holy
Cross, ha visto tutti i membri cattolici della Commissione
presentare le proprie dimissioni. A pagina 19 Londra si
impegnava a presentare la strategia economica di cui stiamo
ammirando i risultati, prometteva investimenti pubblici,
nuovi fondi (ma niente parità con la lingua inglese)
per scuole e organizzazioni di lingua o cultura gaelica,
e persino di rispettare l’ambiente (sempre sperando
che il giorno in cui accadrà qualcosa alla centrale
nucleare di Sellafield, i venti soffino nella direzione
opposta). Si tratta di un cocktail di propaganda e investimenti
mirati, antipasto succoso per la prossima pagina, la numero
venti, quella più citata e famosa dell’intero
Good Friday Agreement. Quella sul disarmo, il Decommissioning.
Si tratta del punto dell’Accordo in cui Inglesi
e unionisti esigono la sconfitta militare e politica dello
IRA. Le armi lealiste, che pure sparano piuttosto spesso
mentre quelle dell’IRA (a parte i mesi seguenti
all’attentato di Canary Wharf) restano mute dal
1994, non potrebbero interessarli di meno. Tonnellate
d’inchiostro sono state versate sull’argomento,
ma l’Accordo sembra cristallino su questo punto:
“Tutti i partecipanti si impegnano a usare tutta
l’influenza che possano avere per ottenere la messa
fuori uso di tutte le armi dei paramilitari entro due
anni dal Referendum” (ma la scadenza è stata
poi estesa a tempo indeterminato viste le continue ‘sospensioni’
delle istituzioni). Tutti sanno come siano andate le cose
in questi sei anni: tre arsenali dello IRA consegnati
all’apposita Commissione, nessun disarmo o ritiro
dell’Esercito britannico, nessun disarmo ma solo
una riduzione del personale della RUC/PSNI, nessun disarmo
da parte di UDA/UFF e UVF, 6 mitragliette e 6 carabine
consegnate dalla LVF; nessuna notizia infine delle armi
sud-africane importate per i lealisti dalle unità
segrete dell’Esercito britannico e dei Servizi segreti
di Sua Maestà. Quando a fine gennaio Blair ha radunato
i partiti nord-irlandesi a Downing Street per annunciare
l’ennesima Revisione dell’Accordo, egli non
ha attaccato Trimble per l’occasione sprecata o
Paisley per la paralisi che si prospetta, bensì
i repubblicani “per non aver fatto abbastanza”.
Se un qualunque tentativo di riattivare le istituzioni
sospese nell’ottobre 2002 dovesse avvenire, potete
star certi che la distruzione dei tre precedenti arsenali
(alcuni contenenti armi pesanti) non sarà servita
a nulla e che ai repubblicani verranno chiesti ulteriori
passi in questa direzione prima che Stormont possa riaprire
i battenti.
Molto interessante invece la pagina seguente del GFA,
quella sulla cosiddetta “Sicurezza”. I vocaboli
demilitarizzazione o ritiro non compaiono mai; quella
che viene definita “normalizzazione” prevede
un piano di smantellamento di gran parte delle installazioni
militari e un ritiro delle truppe compatibile con la “normalità”
raggiunta. Ma l’occupazione inglese potrà
mai essere “normale”? A più riprese
Londra ha promesso la pubblicazione del piano, ma ancora
oggi lo stanno tutti aspettando. Gli unici passi concreti,
la demolizione di un paio di caserme in zone protestanti
e di qualche Watchtower, sono stati compiuti per ricambiare
gli atti di disarmo dell’IRA. Il livello di soldati
inglesi nel nord è sceso dai 18mila del 1994 ai
15mila del 2003, oltre la metà delle istallazioni
militari sono ancora al loro posto. Sino a oggi la ‘black
propaganda’ inglese ha funzionato a pieno regime
su quest’argomento: Londra annunciava ai media di
tutto il mondo di chiudere una base quando si trattava
solo di una torretta della stessa; ha invitato i media
londinesi ad assistere all’inizio dello smantellamento
di Fort Jericho, a Ballymurphy (West Belfast), senza dir
loro che 500 metri più in basso sulla stessa strada
sta sorgendo una nuova fortezza che alloggerà polizia
ed esercito inglese. In realtà Londra ha usato
questi anni per riorganizzare, riammodernare e ridispiegare
le sue forze in tutto il territorio delle Sei Contee,
per rafforzare fortificazioni e reti di sorveglianza e
di comunicazioni. Con lo IRA “on ceasefire”
l’Esercito inglese non ha più compiti di
difesa di città, di bersagli sensibili, eccetera;
in altre parole, gran parte del suo ‘ritiro’
è avvenuto da zone protestanti mentre l’Esercito
britannico ha mantenuto una presenza oppressiva e inutile
in quelle cattoliche, seppur minore rispetto al passato.
Oltre al ritiro delle truppe e alla demolizione dei fortini
Londra si impegnava a rimuovere le ‘Leggi d’emergenza’
(emergency powers): ma dieci anni dopo la tregua oggi
è ancora in vigore la stessa legislazione d’emergenza
in vigore prima del 1994. Il governo inglese era inoltre
chiamato a “introdurre altre misure compatibili
con una società pacifica”. Per esempio l’uscita
di scena delle letali pallottole di plastica, i plastic
bullets: la riforma della polizia ne ordinava la messa
al bando nel 2001, ma Tony Blair le ha sostituite con
nuovi proiettili di plastica “ancor più letali”
secondo la Commissione Europea sui Diritti Umani. Il premier
britannico si era di nuovo impegnato a ritirare le micidiali
pallottole entro lo scorso Natale, e ora vorrebbe sostituirle
con una nuova super-arma chimica, un plastic bullet che
all’impatto sprigiona gas CS. E per fortuna la polizia
avrebbe dovuto essere demilitarizzata!
Le dolenti note continuano a pagina 22, Policing, la riforma
della polizia, che era destinato a essere uno dei temi
più scottanti. Gli unionisti volevano lasciare
intatta la vecchia RUC, i repubblicani chiedevano una
nuova forza di polizia. Il GFA incaricava una commissione
internazionale, presieduta dal conservatore Chris Patten,
di trovare il compromesso tra i due estremi. Nella sua
riforma Patten previde tra le altre cose drastici tagli
di personale, fusione dei servizi investigativi e speciali,
abolizione dei riservisti. Tutti articoli poi corretti,
accomodati e riscritti da un paio di Segretari di Stato
inglesi per il Northern Ireland, Peter Mandelson (soprattutto)
e il suo successore, John Reid. Gli unionisti hanno accettato
la nuova versione della riforma, i repubblicani erano
giunti assai vicini all’accettare la versione originale
(di Chris Patten) quando Mandelson cominciò a stravolgere
la riforma. Tra valli e villaggi irlandesi un nuovo nome
(PSNI) e mezza nuova uniforme (i pantaloni restano gli
stessi) non hanno segnato l’inizio di una “nuova
era” per la polizia come Londra aveva promesso.
Ampiamente sterili le varie commissioni miste per “seguire
l’operato della polizia” introdotte dal GFA.
Si salva solo quella dell’Ombudsman, che poi in
realtà è una donna, Nuala O’Loan,
i cui rapporti sul coinvolgimento attivo di polizia ed
Esercito inglese nella strage di Omagh portarono alle
dimissioni l’allora capo della RUC, Ronnie Flanagan.
Inutile aggiungere come tutti gli unionisti insistano
per chiudere la commissione e mandare la O’Loan
a casa.
Di nuovo ingannata l’opinione pubblica internazionale
riguardo alla chiusura di un altro triste monumento al
fallimento inglese in Irlanda, gli Holding Centres, i
centri di interrogatorio di Castlereagh (Belfast), Gough
Barracks (Portadown) e Strand Road a Derry, dove decine
di migliaia di persone – in gran parte cattoliche
- sono state torturate e seviziate. Tutte e tre le caserme
restano al loro posto, mentre gli “interrogatori”
vengono effettuati in altre caserme o basi delle ‘Security
forces’. Molti degli aguzzini che avevano prestato
servizio in questi centri, così come numerosi secondini
che erano in servizio negli oggi deserti Blocchi-H di
Long Kesh, stanno facendo una fortuna dove le loro tecniche
sono ancora apprezzate, guadagnando migliaia di sterline
nelle prigioni israeliane e ora anche irachene. Uomini
ombra i cui volti o nomi non sono mai trapelati in un
decennio di processo di pace. Pensare che anni orsono
i repubblicani avevano promesso alla loro gente che gli
aguzzini e i loro superiori sarebbero stati smascherati
e incriminati.
Adams e McGuinness avevano promesso anche di portare i
detenuti politici a casa (pagina 25) e almeno in questo
caso sono stati di parola. Purtroppo il rilascio dei prigionieri
è rimasto l’unico punto del GFA favorevole
ai repubblicani che non sia stato negato loro dal governo
inglese. Con Long Kesh chiuso da anni (si affievoliscono
le speranze che se ne possa fare un museo sul modello
di Robben Island), l’attenzione si è spostata
sul vicino campo di Maghaberry, un tempo supercarcere
femminile, oggi abitato da detenuti affiliati ai repubblicani
di Continuità IRA e Real IRA, oppure da paramilitari
lealisti, della UDA/UFF in particolare. Dopo una violenta
protesta repubblicana terminata l’estate scorsa
le autorità carceraria hanno deciso di separare
i prigionieri delle fazioni rivali che prima condividevano
gran parte degli spazi. Questo ha fermato la protesta
repubblicana, ma ha innescato quella della UDA/UFF, e
dopo un paio di rivolte carcerarie i lealisti stanno cominciando
a farsi sentire anche fuori dal carcere. A Maghaberry
infatti si trovano tre dei leader dell’UDA, André
Shoukri (Brigata di Belfast Nord), Jim ‘Bacardi’
Simpson (Brigata di Antrim Sud) e Mo Courtney che aveva
preso il posto del deposto Johnny Adair a Belfast Ovest.
Anche ‘Cane Pazzo’, Mad Dog, alloggia a Maghaberry,
ma nel braccio femminile, per tenerlo isolato dai suoi
ex-commilitoni. E visto che a Maghaberry si trova anche
Ken Barrett, ecco che tre dei presunti cinque paramilitari
dell’UDA/UFF coinvolti nell’omicidio dell’avvocato
Pat Finucane, Courtney, Adair e Barrett, sebbene con accuse
diverse, sono tutti nello stesso posto. Chissà
che qualcuno tra questi tre non faccia la fine di Billy
Wright o di William Stobie.
Il Good Friday Agreement finisce in pratica qui, a pagina
25; le ultime 4 pagine sono dedicate a eventuali revisioni
e modalità applicative. Altre questioni che sono
parte integrante del processo di riconciliazione entreranno
a far parte dei negoziati solo negli anni dopo la firma.
Nessuna di esse verrà risolta. Blair promette un’inchiesta
indipendente sulla collusione tra Servizi di Sua Maestà
e squadroni della morte lealisti, il giudice canadese
Cory consegna il suo rapporto in cui conferma le accuse,
ma Londra ne blocca già da oltre tre mesi la promessa
pubblicazione; il premier inglese acconsente a un graduale
trasferimento dei poteri giudiziari da Westminster a Stormont
e alla ristrutturazione di un sistema giudiziario che
non impiega cattolici a nessun livello, ma il nuovo inizio
promesso dal GFA si fonda ancora sulle vecchie leggi discriminatorie
e repressive. E poi il ritorno a casa, mai concesso, di
circa 40 attivisti repubblicani ancora ‘ricercati’
dalla polizia nord-irlandese. Né andrebbe dimenticato
come, già prima di quel Venerdì Santo del
1998, ai repubblicani fossero stati costretti a fare “concessioni”
importanti, come la rinuncia agli Articoli 2 e 3 della
Costituzione irlandese (che rivendicavano la giurisdizione
dublinese su tutta l’isola), o i principi della
non-violenza imposti dal senatore Mitchell, che comportarono
la spaccatura tra Provisionals e Real IRA.
Purtroppo, questi sono i fatti. Il GFA non è alla
deriva perché i repubblicani non hanno fatto abbastanza,
ma perché Blair, rilascio dei prigionieri politici
a parte, ha disonorato ogni altro punto dell’Accordo.
Ecco chi è che sta gettando al vento la più
concreta speranza di pace in ottocento anni.
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