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  di Silvio Cerulli Belfast Ovest, Febbraio 2004
  [ Irlanda del Nord ] di chi è la colpa?
  Un vecchio scatolone impolverato ritrovato nel sottotetto; è pieno di appunti, note, brutte copie, scritti su più o meno qualunque cosa, persino su una multa della polizia. Frammenti di una guerra vera e istanti di una pace irreale; un bossolo di bengala, un brandello di un vessillo orangista, un plastic bullet. Mi colpisce la pagina di un libretto di istruzioni dell’auto sulla quale stavamo viaggiando verso Derry, preparando l’intervista con Martin McGuinness. Era il luglio del 1996 e anche se il GFA era ancora lontano il processo di pace aveva già mostrato alcuni dei suoi limiti; accanto al funzionamento di frecce e luci si legge: “Come si può mettere colui che in questo conflitto era e rimane l’aggressore alla guida di un processo di pace che se dovrà succedere dovrà necessariamente decretarne il ritiro, e allo stesso tempo sperare che il processo funzioni?” McGuinness preferì restare alla sciarada orangista di quei giorni liquidando in poche parole l’argomento. Negli anni a seguire il dubbio non è mai andato via.


Dallo scatolone, quasi accartocciata in una smorfia di dolore, salta fuori una copia del Good Friday Agreement (gli Accordi di Belfast del 10 Aprile 1998). Quali che siano i suoi limiti o le sue debolezze, qualunque sia il suo incerto futuro, il GFA resterà una pietra miliare nella storia d’Irlanda: non perché abbia posto fine al conflitto anglo-irlandese, ma perché per la prima volta in 800 anni d’occupazione dell’Irlanda il governo inglese ha tentato una soluzione che non fosse esclusivamente militare. Sei anni più tardi il dubbio è legittimo: è fallita anche questa soluzione?

Tuttavia, come confermato dagli eventi del processo di pace, è ormai chiaro che Londra ha intrapreso questa strada non per restituire agli Irlandesi diritti umani, libertà o autodeterminazione, quanto piuttosto per continuare a difendere gli enormi interessi della Corona in Irlanda, economici, strategici e militari. La grande coreografia blairiana che accompagna il processo di pace ha conferito alla presenza inglese un’aureola di legalità, presentandola come neutrale e accettabile, l’ha in gran parte istituzionalizzata, lasciando credere all’opinione pubblica internazionale che il GFA avrebbe limato rivalità e contraddizioni.

Spesso si dimentica, tuttavia, che il GFA era stato negoziato all’indomani del ritorno dei Laburisti a Downing Street e della seconda tregua dello IRA; la storica firma giunse dopo due settimane di negoziati non-stop e ben oltre la scadenza fissata da Blair. Pur di presentare al mondo lo storico accordo, il governo inglese preferì lasciare irrisolte una serie di questioni fondamentali, errore di cui si sarebbe poi amaramente pentito; ma il GFA avrebbe dovuto essere il biglietto da visita con cui Tony Blair si presentava –sulla pelle del popolo irlandese- alla diplomazia internazionale, anche se dopo l’Iraq il bluff è ormai prossimo ad essere scoperto. Con il senno di poi, forse sarebbe stato meglio rinviare le cerimonie e sciogliere i nodi prima del pettine, ma il GFA era comunque il massimo che si potesse ottenere in quel particolare momento e in quelle condizioni.

Quasi sei anni sono trascorsi da allora e non mi era più capitato di sfogliarne una copia, per cui sarà interessante scoprire quali e quanti punti dell’accordo sono stati rispettati, cosa è cambiato veramente, quali sono le prospettive del GFA alla luce della vittoria alle recenti elezioni nel nord della destra unionista che chiede di cestinare l’accordo del Venerdì Santo per rinegoziarne uno più favorevole. Niente paura: non si tratta di un mattone in stile Trattato di Oslo, nessun sconfinato arcipelago di cavilli, appendici, annessi e connessi. Il testo del GFA è scarno come il suo contenuto: ventinove pagine ciclostilate, parole vuote (degli unionisti), sacri principi traditi (dai repubblicani), impegni sottoscritti sapendo non verranno mantenuti (dagli inglesi). Quante vite umane erano andate perdute? Erano andate perdute per queste ventinove pagine?

Si comincia con una Declaration of Support, a pagina 1, in cui i partecipanti ai negoziati scrivono a babbo natale promettendo (paragrafi 2,3,4,5) di essere buoni, tolleranti e riconcilianti. La seconda pagina contiene un passaggio importante in cui i due governi e le forze politiche impegnati nei negoziati di pace si impegnano a “rispettare la libera scelta della popolazione del nord riguardo allo status, se essa preferisce l’unione con la Gran Bretagna o un’Irlanda unita e sovrana”. Più avanti verrà descritto come il “Principio del Consenso”, e significa che il nord resterà sotto la Union Jack inglese sin quando sarà la maggioranza della popolazione delle Sei Contee a volerlo. Purtroppo anche la speranza demografica ha subito un brusco raffreddamento dopo i risultati dell’ultimo censimento.

Il Good Friday Agreement significa anche Devolution come in Scozia e Galles e trasferimento dei poteri da Westminster al parlamento di Stormont. Il bianco palazzo in stile Disneyland nel benestante quartiere di Stormont, a Belfast Est, era stato il simbolo dello Stato protestante per una popolazione protestante sin dal 1921, ove era stato edificato uno Stato che poggiava su apartheid e negazione dei diritti umani e civili della minoranza cattolica. Il nuovo “parlamentino” di Stormont invece “proteggerà i diritti e gli interessi di entrambe le comunità” anche se tutte le questioni di “sicurezza” rimarranno di competenza londinese. Si tratta di un punto a favore degli unionisti, da loro dichiarato non negoziabile durante i colloqui di pace. L’accordo, sulla carta, dichiara i protestanti eguali ai cattolici e Stormont è il loro strumento per continuare a sentirsi più uguali degli altri, “the chosen people” (‘il popolo eletto’).

A governare la nuova assemblea sarà il “cross-community support”, l’appoggio della maggioranza di entrambe le comunità. All’indomani dell’Accordo lo UUP (pubblicamente pro-agreement ma in realtà allergico ai cambiamenti previsti) aveva 26 seggi contro i 24 del DUP del reverendo Paisley; alla luce della disfatta elettorale dello UUP e dopo il passaggio di tre unionisti guidati da Jeffrey Donaldson al DUP, questo si ritrova con 33 seggi contro i 24 dello UUP. La destra unionista avrebbe i numeri per paralizzare gli Accordi fino alle elezioni politiche del 2005; per allora o il DUP avrà avviato una transizione verso il ‘centro’ oppure resterà agli ‘estremi’ chiedendo di stipulare un nuovo Accordo. Complimenti invece al Sinn Féin per il nuovo arrivo. Billy Leonard, protestante, ex-poliziotto nella vecchia RUC, ex-figura di spicco del SDLP, ha rassegnato le dimissioni dal partito ed è passato con i repubblicani. Si sapeva di alcuni soldati inglesi passati all’IRA negli anni 70/80, ma questa è la prima volta che il Sinn Féin annovera tra le sue fila un ex-poliziotto (che per giunta si chiama Billy).

Tornando alle istituzioni previste dall’Accordo, accanto al nuovo parlamento di Stormont avrebbe dovuto funzionare il North/South Ministerial Council, istituito per sviluppare e uniformare i rapporti tra nord e sud in materie quali sanità, educazione, economia, agricoltura, trasporti, ecc. Per il Sinn Féin rappresentava l’inizio di una reale riunificazione: e infatti il Council si riunirà solo tre volte in 6 anni, con gli unionisti determinati a sbarazzarsene ad ogni costo. Di fatto, malgrado gli Accordi e i nuovi rapporti tra Dublino e Belfast (e Dublino e Londra), dieci anni dopo la tregua dell’IRA, nord e sud d’Irlanda restano due entità completamente diverse.

La cosiddetta ‘Terza linea guida’ (Strand Three) degli Accordi del Venerdì Santo prevedeva la creazione di un nuovo British-Irish Council composto da ministri irlandesi e nord-irlandesi, scozzesi, gallesi e inglesi, chiamati ad esplorare “il miglioramento del livello di vita delle popolazioni di queste isole”. Non avendo alcun tipo di potere o meccanismo legislativo, tali summit non servono assolutamente a nulla se non a rafforzare lo status e l’identità unionista di un Ulster unionista. Si tratta di un punto dell’Accordo richiesto dagli unionisti e infatti, grazie ai contribuenti, il Council ha continuato a incontrarsi, lo scorso autunno l’ultima volta, anche durante le ‘sospensioni’ di Stormont.
Sino a questo punto gli Accordi erano quasi filati lisci, ma a partire da pagina 16, il GFA precipita nella perfidia inglese. Il capitolo è stato battezzato Rights, Safeguards and Equality of Opportunity e basterebbe solo il titolo ad inorridire gli unionisti visto che si tratta di argomenti tutti per loro inconcepibili e dei quali, per la natura stessa di questo Stato settario, essi sono praticamente all’oscuro. Partiti e governi s’impegnavano solennemente a rispettare 8 punti fondamentali. Eccoli:

The right of free political thought – Applicabile anche ai repubblicani a patto che accettino le condizioni dettate dagli unionisti (non-violenza, disarmo, ecc.). Negato a tutte le voci del dissenso nazionalista (IRSP, Republican Sinn Féin e 32 Counties Sovereignty Committee) e a ogni tentativo di articolare un’alternativa al GFA. Diminuito ingiustamente per le formazioni politiche minori come il Progressive Unionist Party o la ormai quasi defunta Women’s Coalition.

The right of freedom and expression of religion – Come non ricordare due anni di ‘pacifici’ picchetti lealisti alla chiesetta cattolica di Harryville, fuori di Ballymena. Come si fa a dimenticare i tre fratellini Quinn bruciati vivi a Ballymoney perché figli di un matrimonio misto. Come si può perdonare Tony Blair per aver gettato benzina sulle fiamme del razzismo protestante, sfruttando l’odio tribale delle marce orangiste prima e la sanguinosa faida interna lealista per i fini politici del suo governo e dei suoi apparati di sicurezza?

The right to pursue democratically national and political aspirations e, subito sotto,

The right to seek constitutional change by peaceful and legitimate means, entrambi de facto cancellati da Londra grazie alle continue ‘sospensioni’ di Devolution e istituzioni.

The right to equal opportunity in all social and economic activity, regardless of class, creed, disability, gender or ethnicity – Quasi sei anni dopo la firma del trattato i cattolici rimangono cittadini di seconda classe, il GFA non li rende liberi né eguali. A tale proposito Londra non ha ancora messo in atto l’Equality Agenda (Programma per l’Uguaglianza) e nulla lascia pensare che si prepari a farlo. Tuttavia la popolazione nazionalista, soprattutto nei centri urbani, sembra ingolfata in un’apatia impenetrabile come la nebbia, come stordita, dopata, addirittura corrotta dal costante flusso di milioni di sterline che Downing Street continua a versare in aree come Belfast Ovest, mentre un miglio più a nord Belfast Nord è ancora rovinata da squallore, povertà e violenza. E così - triste ironia - lungo uno dei luoghi simbolo della resistenza repubblicana, la Falls Road, le grandi catene di supermarket, imprese e negozi inglesi duellano a colpi di milioni di pounds. Il capitalismo imperialista sembra aver avuto successo là dove la repressione imperialista aveva fallito; ciò nonostante i cattolici formano ancora i due terzi della popolazione nordirlandese disoccupata. Tre anni orsono Downing Street ha trasformato i meccanismi dei ‘Social Benefits’ in modo tale da far apparire in calo la disoccupazione; tuttavia piccole aziende locali, negozietti tradizionali, pub e bar, chiudono uno dietro l’altro per la competizione con i giganti britannici e un numero sempre maggiore non solo di cattolici ma anche di protestanti lasciano le coste irlandesi per lavori meglio retribuiti in Inghilterra o in Europa. Hanno fallito, o si apprestano a farlo, tutti i colossi dell’economia nord-irlandese: da Harland & Wolff, i cantieri navali che partorirono il Titanic, a Short, produttore di componenti per aerei e per missili; e la lista è lunghissima.
In quanto alle etnie immigrate, gli attacchi contro le comunità indiane e cinesi nella zona universitaria di Belfast vengono sferrati ormai su basi settimanali. A orchestrarli sono i paramilitari della UDA/UFF. Con molte abitazioni vuote e altre di proprietà del comune, le minoranze etniche hanno trovato una sistemazione temporanea insidiosa, visto che i lealisti non vogliono ‘impuri’ nel loro quartiere. E chissà cosa accadrà con tutto il personale (internazionale) del vicino City Hospital, cui il ministero della sanità agevola l’acquisto di una casa nei pressi dell’ospedale; lanceranno una campagna anche contro medici e infermieri?

The right of freedom from sectarian harassment – Il governo inglese ha mostrato il suo vero volto lasciando che le bambine di una scuola elementare femminile di Ardoyne, la Holy Cross, subissero per tre mesi ogni tipo di umiliazione, di abuso, di lancio di sassi e bastoni incluse due granate artigianali, da parte dei protestanti che vivono accanto alla scuola.

The right of women to full and equal political partecipation – Le discriminazioni settarie sono allo stesso livello del 1994 se la religione della donna in questione è quella cattolica.

Per “garantire” tale lista di diritti, il Good Friday Agreement prevede una nuova Northern Ireland Human Rights Commission, pagina 16 e 17, che sarà invitata a “suggerire diritti supplementari e ad aderire a quelli della Convenzione Europea sui Diritti Umani”. Esattamente come nel caso della Equality Commission (anch’essa prescritta dall’Accordo ma tramutata in una specie di tribunale sindacale), sin dalla sua formazione la Commissione per i Diritti Umani si è distinta per la sua completa inutilità e dopo lo spregevole comportamento del suo presidente, Dickson, nei confronti delle povere bambine della Holy Cross, ha visto tutti i membri cattolici della Commissione presentare le proprie dimissioni. A pagina 19 Londra si impegnava a presentare la strategia economica di cui stiamo ammirando i risultati, prometteva investimenti pubblici, nuovi fondi (ma niente parità con la lingua inglese) per scuole e organizzazioni di lingua o cultura gaelica, e persino di rispettare l’ambiente (sempre sperando che il giorno in cui accadrà qualcosa alla centrale nucleare di Sellafield, i venti soffino nella direzione opposta). Si tratta di un cocktail di propaganda e investimenti mirati, antipasto succoso per la prossima pagina, la numero venti, quella più citata e famosa dell’intero Good Friday Agreement. Quella sul disarmo, il Decommissioning.

Si tratta del punto dell’Accordo in cui Inglesi e unionisti esigono la sconfitta militare e politica dello IRA. Le armi lealiste, che pure sparano piuttosto spesso mentre quelle dell’IRA (a parte i mesi seguenti all’attentato di Canary Wharf) restano mute dal 1994, non potrebbero interessarli di meno. Tonnellate d’inchiostro sono state versate sull’argomento, ma l’Accordo sembra cristallino su questo punto: “Tutti i partecipanti si impegnano a usare tutta l’influenza che possano avere per ottenere la messa fuori uso di tutte le armi dei paramilitari entro due anni dal Referendum” (ma la scadenza è stata poi estesa a tempo indeterminato viste le continue ‘sospensioni’ delle istituzioni). Tutti sanno come siano andate le cose in questi sei anni: tre arsenali dello IRA consegnati all’apposita Commissione, nessun disarmo o ritiro dell’Esercito britannico, nessun disarmo ma solo una riduzione del personale della RUC/PSNI, nessun disarmo da parte di UDA/UFF e UVF, 6 mitragliette e 6 carabine consegnate dalla LVF; nessuna notizia infine delle armi sud-africane importate per i lealisti dalle unità segrete dell’Esercito britannico e dei Servizi segreti di Sua Maestà. Quando a fine gennaio Blair ha radunato i partiti nord-irlandesi a Downing Street per annunciare l’ennesima Revisione dell’Accordo, egli non ha attaccato Trimble per l’occasione sprecata o Paisley per la paralisi che si prospetta, bensì i repubblicani “per non aver fatto abbastanza”. Se un qualunque tentativo di riattivare le istituzioni sospese nell’ottobre 2002 dovesse avvenire, potete star certi che la distruzione dei tre precedenti arsenali (alcuni contenenti armi pesanti) non sarà servita a nulla e che ai repubblicani verranno chiesti ulteriori passi in questa direzione prima che Stormont possa riaprire i battenti.

Molto interessante invece la pagina seguente del GFA, quella sulla cosiddetta “Sicurezza”. I vocaboli demilitarizzazione o ritiro non compaiono mai; quella che viene definita “normalizzazione” prevede un piano di smantellamento di gran parte delle installazioni militari e un ritiro delle truppe compatibile con la “normalità” raggiunta. Ma l’occupazione inglese potrà mai essere “normale”? A più riprese Londra ha promesso la pubblicazione del piano, ma ancora oggi lo stanno tutti aspettando. Gli unici passi concreti, la demolizione di un paio di caserme in zone protestanti e di qualche Watchtower, sono stati compiuti per ricambiare gli atti di disarmo dell’IRA. Il livello di soldati inglesi nel nord è sceso dai 18mila del 1994 ai 15mila del 2003, oltre la metà delle istallazioni militari sono ancora al loro posto. Sino a oggi la ‘black propaganda’ inglese ha funzionato a pieno regime su quest’argomento: Londra annunciava ai media di tutto il mondo di chiudere una base quando si trattava solo di una torretta della stessa; ha invitato i media londinesi ad assistere all’inizio dello smantellamento di Fort Jericho, a Ballymurphy (West Belfast), senza dir loro che 500 metri più in basso sulla stessa strada sta sorgendo una nuova fortezza che alloggerà polizia ed esercito inglese. In realtà Londra ha usato questi anni per riorganizzare, riammodernare e ridispiegare le sue forze in tutto il territorio delle Sei Contee, per rafforzare fortificazioni e reti di sorveglianza e di comunicazioni. Con lo IRA “on ceasefire” l’Esercito inglese non ha più compiti di difesa di città, di bersagli sensibili, eccetera; in altre parole, gran parte del suo ‘ritiro’ è avvenuto da zone protestanti mentre l’Esercito britannico ha mantenuto una presenza oppressiva e inutile in quelle cattoliche, seppur minore rispetto al passato.

Oltre al ritiro delle truppe e alla demolizione dei fortini Londra si impegnava a rimuovere le ‘Leggi d’emergenza’ (emergency powers): ma dieci anni dopo la tregua oggi è ancora in vigore la stessa legislazione d’emergenza in vigore prima del 1994. Il governo inglese era inoltre chiamato a “introdurre altre misure compatibili con una società pacifica”. Per esempio l’uscita di scena delle letali pallottole di plastica, i plastic bullets: la riforma della polizia ne ordinava la messa al bando nel 2001, ma Tony Blair le ha sostituite con nuovi proiettili di plastica “ancor più letali” secondo la Commissione Europea sui Diritti Umani. Il premier britannico si era di nuovo impegnato a ritirare le micidiali pallottole entro lo scorso Natale, e ora vorrebbe sostituirle con una nuova super-arma chimica, un plastic bullet che all’impatto sprigiona gas CS. E per fortuna la polizia avrebbe dovuto essere demilitarizzata!

Le dolenti note continuano a pagina 22, Policing, la riforma della polizia, che era destinato a essere uno dei temi più scottanti. Gli unionisti volevano lasciare intatta la vecchia RUC, i repubblicani chiedevano una nuova forza di polizia. Il GFA incaricava una commissione internazionale, presieduta dal conservatore Chris Patten, di trovare il compromesso tra i due estremi. Nella sua riforma Patten previde tra le altre cose drastici tagli di personale, fusione dei servizi investigativi e speciali, abolizione dei riservisti. Tutti articoli poi corretti, accomodati e riscritti da un paio di Segretari di Stato inglesi per il Northern Ireland, Peter Mandelson (soprattutto) e il suo successore, John Reid. Gli unionisti hanno accettato la nuova versione della riforma, i repubblicani erano giunti assai vicini all’accettare la versione originale (di Chris Patten) quando Mandelson cominciò a stravolgere la riforma. Tra valli e villaggi irlandesi un nuovo nome (PSNI) e mezza nuova uniforme (i pantaloni restano gli stessi) non hanno segnato l’inizio di una “nuova era” per la polizia come Londra aveva promesso. Ampiamente sterili le varie commissioni miste per “seguire l’operato della polizia” introdotte dal GFA. Si salva solo quella dell’Ombudsman, che poi in realtà è una donna, Nuala O’Loan, i cui rapporti sul coinvolgimento attivo di polizia ed Esercito inglese nella strage di Omagh portarono alle dimissioni l’allora capo della RUC, Ronnie Flanagan. Inutile aggiungere come tutti gli unionisti insistano per chiudere la commissione e mandare la O’Loan a casa.

Di nuovo ingannata l’opinione pubblica internazionale riguardo alla chiusura di un altro triste monumento al fallimento inglese in Irlanda, gli Holding Centres, i centri di interrogatorio di Castlereagh (Belfast), Gough Barracks (Portadown) e Strand Road a Derry, dove decine di migliaia di persone – in gran parte cattoliche - sono state torturate e seviziate. Tutte e tre le caserme restano al loro posto, mentre gli “interrogatori” vengono effettuati in altre caserme o basi delle ‘Security forces’. Molti degli aguzzini che avevano prestato servizio in questi centri, così come numerosi secondini che erano in servizio negli oggi deserti Blocchi-H di Long Kesh, stanno facendo una fortuna dove le loro tecniche sono ancora apprezzate, guadagnando migliaia di sterline nelle prigioni israeliane e ora anche irachene. Uomini ombra i cui volti o nomi non sono mai trapelati in un decennio di processo di pace. Pensare che anni orsono i repubblicani avevano promesso alla loro gente che gli aguzzini e i loro superiori sarebbero stati smascherati e incriminati.

Adams e McGuinness avevano promesso anche di portare i detenuti politici a casa (pagina 25) e almeno in questo caso sono stati di parola. Purtroppo il rilascio dei prigionieri è rimasto l’unico punto del GFA favorevole ai repubblicani che non sia stato negato loro dal governo inglese. Con Long Kesh chiuso da anni (si affievoliscono le speranze che se ne possa fare un museo sul modello di Robben Island), l’attenzione si è spostata sul vicino campo di Maghaberry, un tempo supercarcere femminile, oggi abitato da detenuti affiliati ai repubblicani di Continuità IRA e Real IRA, oppure da paramilitari lealisti, della UDA/UFF in particolare. Dopo una violenta protesta repubblicana terminata l’estate scorsa le autorità carceraria hanno deciso di separare i prigionieri delle fazioni rivali che prima condividevano gran parte degli spazi. Questo ha fermato la protesta repubblicana, ma ha innescato quella della UDA/UFF, e dopo un paio di rivolte carcerarie i lealisti stanno cominciando a farsi sentire anche fuori dal carcere. A Maghaberry infatti si trovano tre dei leader dell’UDA, André Shoukri (Brigata di Belfast Nord), Jim ‘Bacardi’ Simpson (Brigata di Antrim Sud) e Mo Courtney che aveva preso il posto del deposto Johnny Adair a Belfast Ovest. Anche ‘Cane Pazzo’, Mad Dog, alloggia a Maghaberry, ma nel braccio femminile, per tenerlo isolato dai suoi ex-commilitoni. E visto che a Maghaberry si trova anche Ken Barrett, ecco che tre dei presunti cinque paramilitari dell’UDA/UFF coinvolti nell’omicidio dell’avvocato Pat Finucane, Courtney, Adair e Barrett, sebbene con accuse diverse, sono tutti nello stesso posto. Chissà che qualcuno tra questi tre non faccia la fine di Billy Wright o di William Stobie.

Il Good Friday Agreement finisce in pratica qui, a pagina 25; le ultime 4 pagine sono dedicate a eventuali revisioni e modalità applicative. Altre questioni che sono parte integrante del processo di riconciliazione entreranno a far parte dei negoziati solo negli anni dopo la firma. Nessuna di esse verrà risolta. Blair promette un’inchiesta indipendente sulla collusione tra Servizi di Sua Maestà e squadroni della morte lealisti, il giudice canadese Cory consegna il suo rapporto in cui conferma le accuse, ma Londra ne blocca già da oltre tre mesi la promessa pubblicazione; il premier inglese acconsente a un graduale trasferimento dei poteri giudiziari da Westminster a Stormont e alla ristrutturazione di un sistema giudiziario che non impiega cattolici a nessun livello, ma il nuovo inizio promesso dal GFA si fonda ancora sulle vecchie leggi discriminatorie e repressive. E poi il ritorno a casa, mai concesso, di circa 40 attivisti repubblicani ancora ‘ricercati’ dalla polizia nord-irlandese. Né andrebbe dimenticato come, già prima di quel Venerdì Santo del 1998, ai repubblicani fossero stati costretti a fare “concessioni” importanti, come la rinuncia agli Articoli 2 e 3 della Costituzione irlandese (che rivendicavano la giurisdizione dublinese su tutta l’isola), o i principi della non-violenza imposti dal senatore Mitchell, che comportarono la spaccatura tra Provisionals e Real IRA.

Purtroppo, questi sono i fatti. Il GFA non è alla deriva perché i repubblicani non hanno fatto abbastanza, ma perché Blair, rilascio dei prigionieri politici a parte, ha disonorato ogni altro punto dell’Accordo. Ecco chi è che sta gettando al vento la più concreta speranza di pace in ottocento anni.


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