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Il Che senza complessi PDF Stampa E-mail
Scritto da Carlomanno Adinolfi x Il Primato Nazionale   
Venerdì 12 Ottobre 2018 00:35


Non appropriazione, non imitazione, non sdegno perbenista

È il 9 ottobre 1967. Nei pressi di La Higuera, un piccolo villaggio andino della Bolivia, muore Ernesto “Che” Guevara. Il 9 ottobre 2018, Gioventù Nazionale (movimento giovanile di Fratelli d’Italia) posta sulla pagina social romana una locandina in ricordo proprio del Che. Da qui una feroce polemica sull’opportunità o meno di omaggiare un personaggio come Che Guevara, dichiaratamente comunista e da sempre idolo della sinistra a tutti i livelli, con risposte sul fatto che in realtà il Che sia “uno di noi”, una specie di “camerata inconsapevole”.

Ora la domanda sorge spontanea: sono peggio quelli che fanno il poster sul Che o quelli che li criticano?

Perché sì, a noi piace anche il Che, lo abbiamo omaggiato più volte, ma lo abbiamo omaggiato come si può omaggiare un “nemico” – anche se probabilmente a Cuba saremmo stati dalla stessa parte, di certo non in Congo e forse neanche in Bolivia – e soprattutto abbiamo sempre aborrito il discorso “era uno di noi” o peggio la sua decomunistizzazione che fa tanto il verso a quelli che cercano di defascistizzare Pirandello, Pound, Marinetti, Heidegger, Hamsun eccetera per poterne parlare nelle accademie. In una civiltà si può anche rispettare il nemico pur riconoscendolo come tale. Quando nel 2009, proprio il 9 ottobre, fu fatta una conferenza a CasaPound su Ernesto Guevara, l’apertura di Adriano Scianca che allora moderava fu chiarissima: Ernesto Guevara non era fascista, Ernesto Guevara era comunista.

Spiegò poi che noi non volevamo parlarne per dire che è sbagliato che sia un idolo della sinistra – anche se è tuttora palese che la sinistra lo usi spesso a sproposito come simbolo pacifista, che non fu mai, come simbolo antifascista, che non fu mai, e come simbolo dei diritti gay, che non solo a lui non interessavano ma che anzi osteggiava – né per dimostrare che in realtà dovrebbe essere un idolo della destra radicale o meno, ma solo per omaggiare un combattente che di certo ha generato un certo fascino anche a destra e ancor più tra i fascisti e spiegarne i motivi. E non a caso tra i relatori fu invitato anche un esponente allora di SeL proprio per fugare ogni sciocco tentativo di “appropriazione” o “deideologizzazione” del personaggio.

Ma quello che forse sfugge ai più che a destra hanno la fascinazione per il Che è che puoi omaggiarlo SOLO se hai il coraggio di omaggiare in primis i tuoi, da Ricci a Pavolini, da Balbo a Giani, da Mussolini a Muti senza vergognartene ma anzi facendotene vanto, cosa che non ci sembra l’area politica a cui fa riferimento Gioventù Nazionale riesca a fare. Ci sembra il solito tentativo della ricerca dell’accettazione anche dall’altra parte provando a disfarsi di un peso ideologico, nella ricerca di una nuova simbologia e un nuovo pantheon più debole, meno oneroso e più spendibile.

Detto questo sentire chi grida all’ovvove perché è stato omaggiato il Che che era un brutto comunista assassino terrorista eccetera fa vedere solo l’altra faccia della destra moderna italiana: il più becero reazionarismo da partitino liberale pre anni ’20 ma peggiorato da venature conservatrici anglosassoni. Perché criticare chi in una certa destra omaggia il Che, portando come contraltare Ettore Muti o Alessandro Pavolini ha un suo senso che difficilmente ci sentiremmo di contraddire. Ma criticare il Che nel nome di Winston Churchill o di Lyndon Johnson o in generale della “difesa della democrazia e dei valori occidentali” è una cosa che fa vomitare e che ci fa venir voglia immediata di attaccare in cameretta non solo il poster di Che Guevara ma anche quello di Ho Chi Minh. Per fortuna poi ci ricordiamo che, con tutto il rispetto, in cameretta preferiamo sempre Muti e Pavolini e che i suddetti restano comunque nemici. Magari rispettabili per alcuni versi, affascinanti per molti altri, ma pur sempre nemici. E come diceva Giorgio Gaber in Io Se Fossi Dio: “rimpiangerei il furore antico dove si odiava e poi si amava e si ammazzava il nemico”. E sì, Gaber era comunista, non era uno di noi, ci odiava come noi avremmo odiato lui se ci fossimo trovati in piazza su fronti opposti, ma ciò nonostante ci piace, maledetti stronzi.

 

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