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Autunni arabi PDF Stampa E-mail
Scritto da lastampa.it   
Venerdì 13 Ottobre 2017 00:25


La Tunisia dove esplose l'illusione versa ora in condizioni disperate

Lo stipendio di un insegnante con 34 anni di anzianità è il corrispettivo di 380 euro. Quello di un meccanico apprendista non supera 130 euro. Agricoltura povera. La vecchia ferrovia che trasporta fosfati. Se si esclude il turismo messo in crisi da tre diversi attentati terroristici fra il 2015 e il 2016, non c’è molto altro per vivere nel Sud della Tunisia. Il dinaro è ai minimi storici. Anche i pescatori lamentano guadagni insufficienti, nella perenne contesa con i colleghi italiani di Mazara del Vallo. È da qui che scappano i ragazzi tunisini. Da Sfax, da queste coste. Di nuovo migranti. Di nuovo per mare. Consapevoli di rischiare la morte, come sono morti molti dei loro fratelli maggiori. Ma senza neanche la Primavera Araba a sospingerli verso l’Europa. 
Era iniziato tutto nella città sperduta di Sidi Bouzid, a 100 chilometri da Sfax, il 17 dicembre 2010. Un venditore abusivo di frutta e verdura di nome Mohamed Bouazizi si era dato fuoco davanti all’ufficio del governo. Un vigile gli aveva sequestrato ancora una volta il carretto e le poche patate che stava cercando di vendere. Il gesto disperato e pubblico di Mohamed Bouazizi, che morì in ospedale dopo 18 giorni di agonia, divenne simbolico. Mesi di rivolte, il presidente Ben Ali costretto alla fuga. Fu l’inizio dei grandi sommovimenti nel Nord Africa, la prima ondata migratoria. Nel 2011 a Lampedusa arrivarono in 51 mila: più di due terzi erano tunisini.
Oggi, se vai a Sfax, ti raccontano tutti di come la Primavera Araba sia stata una grande illusione. «Non c’è lavoro, nessun futuro», dicono i ragazzi che stanno per tentare l’attraversata. Scappano dalla miseria. Dalla poca libertà. Anche da storie come questa: il 29 settembre una coppia è stata condannata a 4 mesi e mezzo di carcere per un bacio in spiaggia giudicato «oltraggio al pudore». Scappano perché pensano di trovare in Europa tutto quello che manca nelle loro vite. Affrontano un viaggio molto rischioso, complicato anche dalla Guardia costiera tunisina, che riceve soldi dal governo italiano con il preciso compito di bloccarli prima che passino le acque internazionali. Ecco perché il posto delle partenze è diventata una spiaggia sull’estremità settentrionale dell’isola di Kerkennah, a un’ora di traghetto da Sfax. Un porto remoto. Proprio davanti alle coste siciliane, fra Agrigento e Porto Empedocle.
Eravamo lì due settimane fa. È ripreso il contrabbando di sigarette e il traffico di esseri umani. Il solo parlare di «migranti» creava molti fastidi fra i poliziotti di guardia al porto. Per ogni ragazzo che tenta la via del Mediterraneo e passa, l’accordo con il governo italiano potrebbe subire un contraccolpo. L’ordine era quello di sminuire il fenomeno. Ma è un fatto che solo a settembre 1400 tunisini siano stati intercettati in Italia, mentre nei 7 mesi precedenti erano stati in tutto 1350. Qualcosa deve essere cambiato. Nulla che c’entri con la chiusura della rotta libica. Perché da Kerkennah, davanti a Sfax, partono soltanto tunisini. La televisione ripropone spesso l’intervista a un migrante «pentito» di nome Hichem Manouba che ha provato due volte, ha rischiato di morire e adesso consiglia a tutti di restare in Tunisia. Ma non serve. Si imbarcano quasi ogni giorno, sempre di più. I dati reali delle partenze sono sottostimati, perché non tengono conto di tutti quelli che effettivamente riescono a sbarcare e dileguarsi. È proprio questo che chiedono i ragazzi: arrivare sulle coste siciliane di notte, mettersi a correre e sparire come fantasmi. Tutti sanno che dentro quel mare si può morire. Ma pensano anche che sia l’unica speranza per vivere.
Il viaggio fino a Kerkennah si fa in traghetto. Le navi della compagnia Sonotrak vanno avanti e indietro, ogni due ore, dal porto di Sfax. L’attraversata per l’Italia costa poco, ma non così poco da non essere comunque un affare per i trafficanti: da 300 a 500 euro a passaggio. Piccole barche da pesca si mettono in viaggio puntando le stelle. Devono sfuggire ai radar. Salpano con il buio, a luci spente. E con il buio devono arrivare. Quando incontri uno di questi ragazzi e gli domandi se sappia nuotare, spesso risponde così: «No. Ma arriverò lo stesso. Se Allah vorrà».

 

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