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Scritto da huffingtonpost.it   
Giovedì 21 Maggio 2020 00:39


La ripresa così è un'agonia

Le saracinesche, non tutte, anzi poche, si sono alzate dopo mesi di chiusura. Chi poteva fare solo servizio da asporto o a domicilio da lunedì può accogliere i clienti. Meno di prima. Ma, da Aosta a Palermo, è impossibile parlare di vera ripresa. È, piuttosto, una falsa ripartenza quella che si apprestano a vivere molti ristoratori, baristi e piccoli commercianti, alle prese non solo con un due mesi di stop, ma con un mondo che non sarà - ancora per molto tempo - lo stesso di prima.

Tra entrate azzerate, carenza di liquidità, totale assenza di turisti nelle città d’arte e di studenti fuorisede nelle zone universitarie - senza contare la difficoltà delle famiglie a riprendere i consumi - viene da dire che il danno Covid è già fatto. E i rimedi, almeno per ora, possono essere solo palliativi.

E così, c’è chi ha rinviato l’apertura e chi non riaprirà mai più. Quelli che ricominciano si sforzano di sorridere, e non nascondono l’emozione di tornare a lavoro. Ma sono spaventati e consapevoli del fatto che riuscire a tirare avanti in queste condizioni sarà complicato

Un quadro impietoso della situazione è stato tratteggiato dal presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli: “Ad aprile, i consumi sono crollati
del 47 per cento col rischio di danni permanenti all’economia”, ha detto commentando i dati diffusi oggi dall’Ufficio Studi di Confcommercio. Poi la richiesta di “un piano di ricostruzione complessiva del Paese che oggi ancora non c’è” e di “indennizzi più robusti e liquidità vera”. Confesercenti, invece, parla di avvio molto lento e sottolinea che per i parrucchieri e gli estetisti le cose andranno meglio rispetto agli altri.  “La Fase 2, come era prevedibile, sta partendo molto gradualmente: circa 6 negozi e pubblici esercizi su 10 hanno già riaperto, ma il movimento di clienti rimane ancora sotto la media del periodo antecedente al lockdown”, spiega la presidente Patrizia De Luise: “L’auspicio è che durante la settimana la spesa delle famiglie segni un recupero”. L’incertezza per il futuro la porta a dire che “non è scontato che le imprese che si troveranno a lavorare in perdita vogliano continuare a rimanere aperte: per questo è necessario assicurare a chi riparte che i sostegni proseguiranno anche per tutta la fase di ripartenza”.

In grande difficoltà le città a vocazione turistica. Venezia stamattina si è svegliata sì con i negozi aperti, ma con flussi di persone molto limitati.“Si riparte senza resse, con calma, almeno stando alle prime notizie: a Venezia, riapre la Basilica di San Marco ma alla prima messa dopo settimane di chiusura pochi fedeli, ancor meno persone in piazza”, è il commento di Roberto Ciambetti, presidente del Consiglio regionale del Veneto. E mentre il commercio al dettaglio riprende l’attività, la maggior parte degli alberghi - senza turisti e senza prospettiva che questi arrivino a breve - resta chiusa, in tutta la regione. E, si legge su La Nuova Venezia, non riaprirà prima del 3 giugno, quando saranno riaperti - a tutti e non solo ai veneti che hanno parenti in Trentino, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia - i confini tra regioni.

A Firenze le file davanti ai negozi sono solo in periferia. Il centro soffre l’assenza di turisti al punto che, si legge su La Nazione, alcuni bar in piazza Duomo hanno deciso di non aprire. Senza visitatori che vengono da altre regioni o dall’estero sarà difficile andare avanti in una città che è ormai museo a cielo aperto. Ma, come ha detto al quotidiano locale un commerciante che ha scelto di ripartire, “la speranza è l’ultima a morire”. In Toscana, in generale, ad oggi ha riaperto solo il 40% di bar e ristoranti. Secondo la stima della Confcommercio regionale, altri ripartiranno nelle prossime settimane. Ma un 25% non rialzerà mai più la serranda.

A Palermo e a Torino si sono viste code davanti a punti vendita di catene come Zara o H&M, con persone in fila anche un’ora prima dell’apertura. A Milano in molti hanno atteso la riapertura della Rinascente. Ma a soffrire sono i negozianti che non sono legati a nessuna multinazionale. Uno scenario, cui si assiste più o meno ovunque, anche a Roma. Il centro riapre ma, senza turisti, la differenza rispetto alle settimane scorse non sarà poi così grande. Come racconta HuffPost, nella Capitale, i piccoli commercianti sono quelli che stanno facendo più fatica. E che hanno più paura.

Tornando in provincia, c’è chi non rialza la saracinesca perché non ha ancora fatto in tempo ad adeguarsi alle norme a tutela della sicurezza e chi, invece, non lo fa perché ha già perso troppo. E non può rischiare ancora. C’è chi, invece, lamenta che le regole regionali sono arrivare tardi e, nell’incertezza, ha deciso di continuare la serrata. È il caso, ad esempio, di molti baristi e ristoratori di Pavia.

Chi riesce a ripartire è consapevole di muoversi con un equilibrio fin troppo precario. A Pisa, ad esempio, un barista racconta al Tirreno di aver perso un’entrata lorda di 50mila euro in questi due mesi. Zero introiti, ma tante uscite. E l’angoscia di sapere che ai loro dipendenti storici non è ancora arrivata la cassa integrazione: “Entro la fine del mese cercheremo di sopperire anche a questa mancanza dello Stato o comunque, in qualche modo, aiuteremo chi da anni lavora al nostro fianco”, dicono al quotidiano locale.

Alle perdite necessariamente registrate nelle settimane di lockdown si aggiungono i costi di sanificazione e di adeguamento alla normativa anticontagio. “Per ripartire ho già speso 5mila euro. Ora aspetto gli aiuti promessi”, dice al Corriere un barista di Brescia, una delle città maggiormente colpite dall’epidemia.

A Pescara, invece, interi quartieri resteranno con le serrande abbassate. Decine di pub, ristoranti e vinerie delle zone della movida - si legge sul Centro - non riapriranno. A fermarli, tra l’altro, gli orari di apertura, considerati “troppo restrittivi” e la poca chiarezza sui dehors.

La mancanza di liquidità, che è uno dei problemi per chi ha piccole attività, affligge anche le famiglie. E impedirà a molte di queste di riprendere a consumare come prima della pandemia. Ne sono consapevoli i negozianti di Napoli. In città, e in tutta la regione, bar e ristoranti non hanno ancora ricominciato ad accogliere clienti in sala o nei dehors. Ripartiranno, come ha disposto il governatore Vincenzo De Luca, il 21 maggio. Ma gli altri commercianti al dettaglio, che hanno potuto rialzare la serranda, hanno visto pochi clienti affacciarsi alle loro porte. “La gente non ha soldi da spendere”, ha detto uno di loro al Mattino. La stima è gli esercenti del capoluogo campano possano arrivare a perdere fino all′80% del fatturato.

Anche qui si confida nel turismo che, però, si riprenderà con fatica e lentezza. Mentre i commercianti della via dei Presepi non riaprono per protesta, perché chiedono regole nuove, i loro colleghi della centralissima via Toledo hanno salutato la fase nuova con un lungo applauso, fatto in strada, davanti ai negozi. Un segno di incoraggiamento in un panorama, locale e nazionale, che di incoraggiante ha ben poco.

 

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