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Senza aiuti l'Iraq muore PDF Stampa E-mail
Scritto da Famiglia Cristiana (Fulvio Scaglione)   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

Sempre più esigui i contributi per le ricostituzioni postbelliche di un paese distrutto da due guerre e da un severissimo embargo.

«Il problema, innegabile, è questo: i militari sono solo una componente del nation building, della ricostruzione di una nazione». Impossibile non dar ragione al generale Giulio Fraticelli, capo di Stato maggiore dell’Esercito, quando fa notare, in una recente intervista, che l’impiego delle truppe non è la soluzione quando il problema è quello di uno Stato che si disgrega e di una nazione che drammaticamente si divide. Una realtà che non riguarda solo il contingente italiano di stanza a Nassiriya e neppure il solo caso, pur clamoroso, dell’Iraq.Se andiamo a ripercorrere i dati, vediamo che il nation building sta ottenendo sempre meno fondi. In Kosovo sono stati spesi 814 dollari l’anno per abitante, a Timor Est 256, in Bosnia 249, giù giù fino ai poveri 67 dollari l’anno per abitante spesi finora in Afghanistan. Facile notare che i contributi ai vari dopoguerra si son fatti via via più esangui, anche perché nel frattempo siamo intervenuti in Paesi sempre più grandi e popolosi.

L’Occidente e i suoi alleati, insomma, non hanno abbastanza quattrini (o li hanno e non possono spenderli) per tutte le imprese in cui si lanciano. Saranno conti della serva, ma sarebbe stato meglio tenerli a portata di mano prima di promettere la ricostruzione dell’Irak. Non bastano gli interventi armati, dunque, e neppure le forze armate, come ricorda il generale Fraticelli. Il quale, poi, per carità di patria, evita di affondare il colpo e si limita a lamentare l’assenza delle "associazioni non governative" e delle "organizzazioni internazionali" dalla regione irachena controllata dalle truppe italiane.

È una rimostranza che i nostri soldati hanno finora espresso solo a mezza bocca, ma che è ben presente ai loro occhi, anche perché gli ordini e le priorità della missione in Irak sono chiari: primo, garantire la sicurezza dell’area; secondo, agevolare l’afflusso degli aiuti umanitari e la ricostruzione. I contingenti che si sono avvicendati a Nassiriya, invece, hanno dovuto fare l’uno e l’altro: proteggersi e proteggere gli iracheni, ma anche far ripartire la centrale elettrica, distribuire gli stipendi agli ex soldati, asfaltare le strade. 


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