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La Russia e i militari PDF Stampa E-mail
Scritto da internazionale.it   
Mercoledì 12 Giugno 2019 00:02


Una scelta in linea con la gestione sovietica

Il “modello siriano” si ripropone in Sudan, e come in Siria entra in campo Mosca. Alla ricerca dell’ “Assad di Khartoum”, la Russia esprime la sua contrarietà a “ogni intervento straniero” nella crisi sudanese, si dichiara favorevole alle elezioni e ritiene necessario mettere a freno “estremisti e provocatori”: ad affermarlo è il  vice ministro degli Esteri russo, Mikhail Bogdanov, senza specificare quali gruppi Mosca consideri “estremisti”, lo riporta Ria Novosti.
La storia si ripete, ma la tragedia non si trasforma in farsa. Perché a Khartoum la gente continua a morire per mano dei militari e le vittime accertate, 108, sono solo una parte di un bilancio molto più pesante. Lo stesso avvenne in Siria, era il marzo 2011, quando l’esercito di Bashar al-Assad, supportato dagli squadroni della morte, represse nel sangue le manifestazioni di piazza, facendo strage di donne e uomini che, sull’onda delle “Primavere arabe” rivendicavano, come in Tunisia e in Egitto, diritti, libere elezioni, riforme.
Al Palazzo di Vetro, Cina e Russia iniziarono a bloccare ogni risoluzione che contenesse una condanna dell’azione del regime, garantendo così l’impunità internazionale al “macellaio di Damasco”. Lo stesso schema si ripete ora col Sudan. Nei giorni scorsi, sull’onda delle drammatiche notizie che giungevano da Khartoum, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito, a porte chiuse, su richiesta del Regno Unito e della Germania. Un triste déjà-vu. La riunione si conclude con un nulla di fatto: la Cina, appoggiata dalla Russia, ha bloccato, esercitando il diritto di veto, l’approvazione di una risoluzione che condannava l’uccisione dei civili e chiedeva alle potenze mondiali di fare pressioni sui militari sudanesi per fermare le violenze.
Ieri in Siria, oggi in Sudan, Mosca ha scelto con chi stare: con i militari. Bogdanov non dice ufficialmente a chi si riferisce quando parla di “estremisti e provocatori”, ma a Khartoum, i leader dell’opposizione non hanno dubbi: le parole del vice ministro degli Esteri, combinate con la posizione assunta da mosca al Palazzo di Vetro, non lasciano dubbi: i “provocatori” vanno ricercati tra i tanti che continuano a rivendicare una vera transizione democratica dopo la fine del regime di al-Bashir, il dittatore su cui pende un mandato di arresto della Corte penale internazionale de l’Aia per crimini contro l’umanità perpetrati in Darfur. L’Onu non ferma la repressione.  Repressione che ora - sostiene l’opposizione democratica - è passata agli ex Janjaweed, che 15 anni fa compivano massacri nel Darfur e che ora si sarebbero riciclati come miliziani in borghese al servizio del regime.
“Abbiamo raggiunto il punto in cui non possiamo nemmeno mettere piede fuori di casa per paura di essere pestati o uccisi a fucilate dalle forze di sicurezza”, testimonia un abitante di Khartoum citato dalla Bbc. Un altro, sempre citato dal sito dell’emittente britannica, ha detto di essere stato trascinato fuori dalla sua automobile e pestato “dai Janjaweed”. In questo scenario, bloccare una risoluzione di condanna dell’uccisione di civili, dicono ad HuffPost fonti diplomatiche occidentali all’Onu, equivale a concedere l’impunità a esecutori e mandanti di quelle uccisioni.
Una mattanza che continua. A denunciarlo non sono solo le opposizioni ma anche le organizzazioni umanitarie internazionale. “Secondo fonti ospedaliere della capitale Khartoum, oltre 100 persone sono state uccise dal 3 giugno, quando le forze di sicurezza sudanesi - compresa la famigerata Forza rapida di supporto, un’unità speciale creata dal precedente governo, già responsabile di massacri in Darfur - hanno aperto il fuoco contro un accampamento di manifestanti e le successive proteste”, rimarca Amnesty International.
“La prima fine del Ramadan dopo 30 anni di terrore del deposto Omar al-Bashir si è trasformata in giorni di morte, paura e rabbia. Gli attivisti dell’opposizione sudanese hanno riferito di decine di corpi recuperati dalle acque del fiume Nilo – prosegue la nota di AI - Amnesty International ha sollecitato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione africana ad assumere iniziative urgenti per interrompere il bagno di sangue, porre fine all’impunità e pretendere che i responsabili della strage di manifestanti siano assicurati alla giustizia”. Una risposta importante viene dal Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana, che ha sospeso la partecipazione del Sudan da tutte le attività dell’organismo “con effetto immediato” a causa della persistente violenza nel paese. La sospensione resterà in vigore fino “all’effettivo ristabilimento” di un’autorità civile di transizione, “unica via per permettere al Sudan di uscire dall’attuale crisi”, ha affermato l’Ua. Il chairman della commissione dell’Unione Africana Moussa Fake Maham in precedenza aveva condannato la violenza e chiesto alla giunta militare al potere “di proteggere i civili”. Ma la “pax russa” non va in questa direzione.

 

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