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Siria: si riprende a breve? PDF Stampa E-mail
Scritto da insiderover.com   
Lunedì 21 Ottobre 2019 00:06


Poche ragioni di ottimismo

A Washington si parla di “cessate il fuoco”, ad Ankara invece di “pausa”. La differenza non è soltanto nell’utilizzo del lessico, visto che peraltro questi due termini non sono affatto sinonimi. Per gli Stati Uniti, l’accordo raggiunto giovedì da Pence è una vera e propria tregua, tanto che Donald Trump la annuncia con toni festanti su Twitter. Recep Tayyip Erdogan si mostra invece molto più freddo. E non solo nell’annunciare, tramite fonti della presidenza, questa pausa dal conflitto, ma anche durante tutto l’incontro con la delegazione americana.

Niente conferenza stampa congiunta
Sono proprio i dettagli ad aver fatto giovedì la differenza in quel di Ankara. Quando da Washington Trump ha annunciato di voler inviare una delegazione in Turchia per trattare un cessate il fuoco, Erdogan non si è mostrato subito entusiasta. Anzi, prima ha dichiarato di non voler accogliere né Pence, vice di Trump, né Pompeo, segretario di Stato. Poche ore dopo, una nota della presidenza turca ha specificato che le dichiarazioni attribuite ad Erdogan erano frutto di malinteso. In realtà il leader turco ha fatto quelle dichiarazioni per rimarcare, con il classico stile spesso riscontrato in medio oriente, il suo ruolo. E cioè quello non di uno che riceve senza riserve i suoi ospiti, anche se questi arrivano agli Stati Uniti. Erdogan non ha mai pensato di disertare l’incontro con due pesi massimi dell’amministrazione Trump, ma ha voluto farlo credere per far capire che ogni contatto diplomatico con lui deve essere sudato.

Certo, la stessa cosa non si può dire nei confronti di Vladimir Putin, il quale ha ottenuto da Erdogan la possibilità di un faccia a faccia dopo appena una chiamata, con i due che giorno 22 si vedranno a Sochi. Anche questo è catalogabile tra i segnali lanciati dal presidente turco sotto un profilo prettamente mediatico e politico. Una volta ad Ankara comunque, il gioco delle parti lanciato da Erdogan è andato avanti: nessuna accoglienza in pompa magna per il numero due dell’amministrazione Usa, nessuno sguardo disteso a favore di telecamera. Anzi, davanti ai cronisti presenti c’era solo una bandierina americana sul tavolo durante le foto di rito, alle spalle di Erdogan e Pence invece solo due grandi bandiere turche. E poi il giallo delle dichiarazioni finali: tutti si aspettavano una conferenza stampa congiunta, invece l’annuncio del cessate il fuoco è giunto su Twitter tramite il cinguettio di Trump.

Gli scenari possibili
In un contesto del genere, anche se in effetti per cinque giorni non si dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, più combattere è molto difficile essere ottimisti. Quanto sopra descritto, non è soltanto un insieme di dettagli notati o volutamente fatti notare da Erdogan. La forma ha la sua sostanza, specie quando in ballo ci sono gli equilibri regionali del medio oriente. Il presidente turco nei giorni scorsi ha parlato della eventualità di dichiarare finite le ostilità, solo nel momento in cui può dire di aver raggiunto i suoi obiettivi. E cioè, allontanamento dei curdi dalle aree della fascia di sicurezza lungo il proprio confine meridionale. Nell’accordo annunciato da Pence, si parla in effetti dell’indietreggiamento dei curdi fino ad un limite di 30 km dal confine turco. Un allontanamento che dovrebbe avvenire, usando sempre il condizionale, in questi 5 giorni. Erdogan però non ha parlato, come detto, di cessate il fuoco bensì di “pausa” delle operazioni.

Dunque evidentemente i suoi obiettivi non sono stati ancora raggiunti o, più probabile, vuole vederci chiaro ancor prima di dichiarare terminate le operazioni. Se durante e dopo la visita di Pence il presidente turco non si è mai lasciato andare ad esultanze o proclami, come spesso è stato nel suo stile in passato, evidentemente non ha in testa di considerare terminate le operazioni belliche. Dunque, la guerra potrebbe riprendere da un momento all’altro ed il cessate il fuoco svanire poco prima o poco dopo il termine dei 5 giorni.

Anche perché sono tante le incognite insite nell’accordo stilato da Pence ad Ankara. In primis, chi assicurerà e guiderà il ritiro delle forze curde dalla fascia di sicurezza? Chi prenderà il loro posto? Torneranno in tal senso le forze americane oppure è un via libera per l’ingresso di forze turche? Ed ancora, da questo punto di vista Damasco e Mosca come si muoveranno? L’accordo dunque, sembra aggiungere dubbi piuttosto che toglierli. E non è certo un bel segnale.

Una tregua già rotta?
La tregua appare comunque fragile. E si registrano già le prime testimonianze di violazioni dell’accordo. Le Forze democratiche siriane, alleanza composta curdi e arabi, ha denunciato attacchi nei pressi di Ras al-Ayn.

Il portavoce arabo-curdo nel nord della Siria, Mustafa Bali, lo ha denunciato sui canali social. “Nonostante l’intesa per fermare i combattimenti, attacchi aerei e dell’artiglieria continuano a colpire postazioni dei combattenti, zone in cui si trovano i civili e l’ospedale di Ras al-Ayn”, ha scritto in un tweet. Poi ha aggiunto: “La Turchia sta violando l’accordo per il cessate il fuoco, sta continuando dalla notte scorsa ad attaccare la città”. L’Osservatorio siriano per i diritti umani parla di almeno cinque vittime fra i civili.

La notizia della violazione dell’accordo è stata però smentita dal governo turco e dallo stesso presidente Erdogan. “Non ci sono combattimenti. È tutta disinformazione. Non bisogna prestarvi attenzione: rafforzeremo i passi che abbiamo fatto finora”, ha detto il leader turco durante un incontro con i giornalisti a Istanbul.


 

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