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Scritto da insideover.com   
Martedì 25 Febbraio 2020 00:22


Anche in Libia per ora non conta niente

L’unica cosa che realmente interessava i ministri degli Esteri europei riuniti lunedì a Bruxelles era dimostrare di poter giungere ad un accordo. Dopo un mese di discussioni, partite dalla conferenza di Berlino del 19 gennaio scorso, circa la possibilità di lanciare una missione europea dinnanzi le coste libiche, sarebbe stato un grave smacco per la diplomazia del vecchio continente presentarsi nelle scorse ore senza alcun documento firmato da tutti gli Stati membri.
Tuttavia, per arrivare a questo risultato politico si è, ancora una volta, sacrificato il lato pratico: abbandonata la fallimentare missione Sophia, l’accordo raggiunto lunedì prevede la nascita di una nuova operazione che però rispetto alla prima di diverso sembra avere soltanto il nome. E dunque i risultati che ufficialmente si vorrebbero perseguire, ossia lotta ai trafficanti e soprattutto rispetto dell’embargo sulle armi in Libia, difficilmente saranno alla portata dell’Europa. Che dunque da questa nuova missione potrebbe raccogliere, anche a livello politico, soltanto briciole.

Come si è arrivati all’accordo sulla missione
Tutto è partito dalle settimane antecedenti la conferenza di Berlino, organizzata per provare a ridare slancio all’iniziativa europea in Libia. Nel paese nordafricano infatti, il vecchio continente è caduto in una posizione di marginalità in quanto surclassato dall’attivismo soprattutto di Russia e Turchia, rispettivamente sostenitrici del generale Khalifa Haftar e del premier Fayez Al Sarraj. L’Europa inoltre, è rimasta molto indietro rispetto ad altri attori regionali impegnati nel dossier libico. E questo vale sia in riferimento alle istituzioni comunitarie, così come ai singoli Stati nazionali come Italia e Francia, scivolati lentamente nelle retrovie della diplomazia. A Berlino si è quindi deciso di dare vita ad un documento di 55 punti, in grado di promuovere in primo luogo due principi considerati fondamentali: raggiungimento della tregua tra Haftar ed Al Sarraj e rispetto dell’embargo sulle armi. Constata subito l’impossibilità di perseguire il primo elemento, visto che a Tripoli ed a Misurata i combattimenti non sono mai cessati, l’Europa ha quindi provato a rilanciare il suo ruolo nel raggiungimento almeno del rispetto dell’embargo.
È nata così l’idea di rilanciare la missione Sophia, iniziata nel 2015 proprio per evitare l’afflusso via mare di armi verso la Libia e contrastare i trafficanti di esseri umani. I risultati di questa operazione però sono stati piuttosto fallimentari. Tanto che dal 2019 la missione Sophia ha iniziato ad operare senza l’ausilio di mezzi navali, quasi un paradosso per la natura stessa dell’operazione. L’ambizione promossa dall’alto rappresentante della politica estera dell’Ue, Josep Borrell, era quella di rilanciare Sophia in modo da poter riportare le navi a largo delle coste libiche e monitorare l’afflusso di armi verso il paese nordafricano. Ma alcuni paesi si sono subito opposti, a partire da Austria ed Ungheria. Il timore di questi governi, in parte condiviso anche dall’Italia, è che la presenza di navi dinnanzi la Libia potesse rappresentare un fattore di attrazione per i trafficanti di esseri umani. In poche parole, è stata sollevata l’obiezione motivata da quanto accaduto in effetti nei primi anni della missione Sophia, la quale ha contribuito a portare solo in Italia più di 45mila migranti.
Come detto prima però, l’Europa non poteva permettersi di uscire a mani vuote dalla riunione di lunedì dei ministri degli esteri. E così ecco che si è giunti ad un compromesso: abbandonare l’operazione Sophia, che scadrà ufficialmente il mese prossimo, per sostituirla con una nuova missione. Quest’ultima riporterà sì le navi di fronte la Libia, ma solo lungo le coste della parte orientale del paese, da dove non partono barconi. E se questo dovesse ugualmente rappresentare un reale fattore di attrazione, allora è stato deciso che immediatamente le navi faranno dietrofront.

Ma l’Europa rimarrà marginale
Il nodo quindi è stato principalmente politico, dall’inizio del concepimento del rilancio di una vecchia/nuova missione fino all’accordo che ha portato alla nascita della futura operazione. Le intenzioni della diplomazia del vecchio continente, erano quelle di tornare ad avere un ruolo in Libia. E, per farlo, si è pensato di arrivare a concepire un accordo unitario in grado di proiettare verso le coste nordafricane navi e mezzi aerei con la bandiera dell’Ue. Ma quella che in queste ore è stata fatta passare, dai rappresentanti del vecchio continente, come una vittoria politica altro non è, al contrario, che un’ennesima “vittoria di Pirro”. L’Europa avrà sì una missione a largo della Libia, tornerà ad avere propri mezzi operativi all’interno dello scacchiere libico, ma questo non cambierà le carte in tavola.
Un’operazione così concepita, come spiegato da Fausto Biloslavo su Il Giornale, difficilmente sarà coronata da successo sotto il profilo operativo. Il fatto stesso di pattugliare soltanto le coste orientali controllate da Haftar, lasciando sguarnita quella Tripolitania in cui la Turchia da settimane ha iniziato a riversare armi e rifornimenti a favore di Al Sarraj, suona già come un fallimento. Un accordo su un’operazione che probabilmente non lascerà alcuna traccia, non è un buon affare politico. L’embargo in Libia continuerà a non essere rispettato, con o senza le navi europee a largo delle coste. E quindi la sostanza non è destinata a cambiare: il vecchio continente, all’interno del contesto libico, così come accade già da mesi continuerà ad avere un ruolo marginale.


 

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