Giuseppi non piace agli industriali Stampa
Scritto da huffingtonpost.it   
Giovedì 07 Maggio 2020 00:35


Ma questi non hanno ancora il coraggio per buttarlo giù

Non è un modo per disarcionare Giuseppe Conte. Non è un modo per agevolare la nascita di un governo d’unità nazionale guidato da Mario Draghi. Non è neanche un modo per dare un colpo al governo giallorosso per poi trattare e scendere a patti. Insomma, non è un gioco di palazzo. L’intervista al Corriere con cui il neo presidente di Confindustria,Carlo Bonomi, ha sonoramente bocciato la gestione della Fase 2 dal punto di vista economico è qualcosa di altro rispetto alla trama politica cui siamo abituati. Ma non per questo è meno insidiosa. Anzi, in fin dei conti lo è anche di più. Perché dietro a quelle parole c’è il grido angoscioso e angosciante di una miriade di imprenditori che sono terrorizzati per quello che accadrà nei prossimi mesi. Con i soldi promessi dall’esecutivo che non arrivano e con una domanda che non si sa se riprenderà o meno, la prospettiva di dover chiudere i battenti si fa drammaticamente concreta per tante fabbriche da Bolzano a Palermo. Non è il Palazzo ma il Paese che urla.

Non a caso il passaggio più inquietante della versione di Bonomi è quello che si proietta al prossimo caldissimo autunno. “Se questa è la rotta del governo, l’approdo non può che essere uno: l’esplosione di una vera e propria emergenza sociale già a settembre-ottobre”. Laddove la rotta sbagliata, secondo lui, dipende dal fatto che il governo sta distribuendo denaro a pioggia sotto forma di una sequela di ammortizzatori sociali - come buttare soldi dall’elicottero, direbbero a Wall Street - senza destinare un euro a investimenti per agevolare la ripresa produttiva. E quando i soldi saranno finiti, le imprese non saranno nelle condizioni di sostituire gli aiuti statali con gli stipendi. Per il semplice fatto che saranno chiuse. Uno scenario da incubo, che però è tutt’altro che campato per aria. “Le parole di Bonomi non vanno interpretate col metro della tattica politica - ci dice una fonte che ha una certa consuetudine col neo-presidente - ma con quello degli iscritti che rappresenta. In queste settimane c’è stata una fortissima richiesta d’intervento da parte del territorio, una sorta di ondata dal basso. Non sapete quanti imprenditori si sono lamentati per i Dpcm di Conte, scritti male e molto confusi. Così come in tanti hanno denunciato tutti i ritardi e le lungaggini per l’accesso ai fondi con garanzia statale presso le banche. E si badi bene: non tanto o non solo per colpa degli istituti di credito ma soprattutto per una normativa che non aiuta i singoli direttori di filiale a dare prestiti in maniera celere”.

C’è poi un’altra questione che porta il capo degli industriali ha mostrare tutto il suo disappunto verso il governo. Ed è quella di un dialogo che non c’è stato, o se c’è stato, è stato finto. “Bonomi vuole che da ora in poi Confindustria possa davvero contare nelle misure anti-crisi che verranno prese e non essere consultata a babbo morto, quando tutte le decisioni sono state già prese, salvo poi in futuro scaricare sulle imprese la responsabilità della mancata ripresa”, puntualizza un’altra fonte di livello di viale dell’Astronomia. Quella che si preannuncia quindi è una stagione di rapporti sicuramente più tesi e meno diplomatici fra l’associazione e palazzo Chigi rispetto agli ultimi 4 anni. “Sarà una Confindustria tosta ma non pregiudiziale, collaborativa ma non collaborazionista”, conclude la fonte. E le prime avvisaglie si sono già viste con l’intervista-bomba piazzata al primo giorno della Fase 2. Non certo una buona notizia per un premier che in questi giorni sta sperimentando un progressivo sfaldamento delle alleanze sociali che finora aveva intessuto, dagli industriali appunto fino ai vescovi. Per ora gli resta la pax sindacale. Per ora.