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Scritto da insideover.com   
Giovedì 18 Giugno 2020 00:53


Ogni genere di sovranismo è impugnato dagli Wasp contro la nostra sovranità

Si complica la strada verso il fondo per la ripresa dell’Unione europea immaginato dall’asse franco-tedesco e delineato dalla commissione di Ursula von der Leyen. Dopo la presentazione della proposta ufficiale di un piano da 750 miliardi di euro contenente sussidi a fondo perduto e prestiti da ancorare al bilancio pluriennale dell’Unione dei prossimi sette anni, all’opposizione dei falchi del rigore (Olanda, Svezia, Austria, Danimarca), anticipata dalla presentazione di un contro-documento radicale sul fronte della limitazione dei fondi, si è aggiunto un nuovo poderoso ostacolo.
Parliamo dello strappo consumato dal gruppo di Visegrad, rimasto sino ad ora relativamente silente nel corso dell’evoluzione delle procedure di risposta alla crisi del coronavirus ma entrato in campo a fianco dei falchi perché convergente con essi sulla scelta di non ritenere opportuno il destinare risorse europee comune alla risoluzione di crisi nazionali di diversa portata.

Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno avuto un’estensione del contagio tutto sommato limitata rispetto a quanto subito da Paesi come Italia, Spagna e Francia e hanno avuto più tempo per pensare alla fase della risposta economica. In particolare Varsavia, secondo le stime europee, risulterebbe la “migliore” economia dell’Ue nel 2020 pur con una decrescita di ampia portata (-4,3%), vedendo premiata la tempestività degli interventi economici che il governo conservatore del partito “Giustizia e Libertà” ha portato avanti, pari a quasi il 7% del Pil polacco. Andrej Babis, leader di Praga, e Viktor Orban, premier ungherese, hanno dichiarato di ritenere problematico il fatto che “i poveri paghino per i ricchi”, per quanto mai il contributo dei Paesi Visegrad al fondo NextGen potrà mai compensare l’ampio ammontare di fondi di coesione che alimenta crescita ed investimenti nei quattro Stati ex socialisti.
I falchi e Visegrad concordano entrambi nel voler preservare lo status quo: da un lato mantenendo l’Europa ancorata alle logiche iper-competitive del liberismo e dell’austerità fiscale, dall’altro mantenendo l’equilibrio tra contributi dati (pochi) e fondi ricevuti (molti). A esser colpita da questa convergenza inaspettata è in particolare la Germania di Angela Merkel, che nei prossime mese dovrà rimuovere dal percorso numerose mine negoziali messe dalle diplomazie degli otto Paesi, quasi un terzo dell’Ue. Esse, ricorda Il Messaggero, riguardano “l’equilibrio sussidi/prestiti; la redistribuzione delle risorse considerata troppo sbilanciata a favore del Sud Europa; il volume finanziario dell’operazione (c’è chi vuole tornare al livello originario della proposta franco-tedesca di 500 miliardi); le condizioni per ottenere gli aiuti e la vigilanza su come vengono impiegati”.

La sfera geoeconomica tedesca si estende sia ai partner “anseatici” guidati dall’Olanda, che hanno evoluto l’ideologia del rigore di matrice germanica, che alle fondamentali piattaforme industriali del blocco di Visegrad: la scommessa anti-austeritaria della Merkel e la scelta di controllare i tempi del Recovery Fund, rimandandone al 2021 l’entrata in vigore, aprono alla guerra di logoramento che mira a ridurre la redistribuzione verso la Francia e i Paesi del Sud Europa. “A Roma”, prosegue il quotidiano della capitale, “ci si sente già molto stretti così anche se non lo si dice apertamente”: in occasione degli “Stati generali” Giuseppe Conte è arrivato a chiedere alle opposizioni aiuti per smussare le spigolature del blocco di Visegrad, segnalando di fatto l’assenza di una linea programmatica e strategica da parte del suo esecutivo. La “terza Europa” ex comunista e i falchi del rigore hanno un obiettivo e un disegno, funzionale alla conquista di un minor esborso possibile nel fondo per la ripresa; l’Italia invece no. Ed è per questo che l’Italia conta sul terreno negoziale meno di due blocchi i cui membri, in entrambi i casi, non arrivano sommati al suo Pil e alla sua popolazione.

 

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