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Scritto da insideover.com   
Mercoledì 15 Luglio 2020 00:13


Cosa accade in Iran?


Una quarta misteriosa esplosione colpisce l’Iran. Questa volta a essere coinvolta in un incidente è la centrale elettrica Shahid Medhaj Power Plant (Zargan), cinque chilometri da Avhaz nel sud-ovest del Paese, città nota negli ultimi tempi per essere stata la sede del primo corteo funebre in onore del generale Qasem Soleimani. Secondo i media locali, l’esplosione avrebbe interessato uno dei generatori di energia. E a quanto pare – questa almeno la versione ufficiale di Mostafa Rajabi Mashhadi, portavoce della compagnia elettrica statale Tavanir – non vi sarebbero state interruzioni della fornitura di energia.
Tutto tornato alla normalità, insomma. Ma è una normalità che in Iran inizia ad avere il sapore di un assedio oscuro e chirurgico di cui ora qualcuno inizia a chiedere qualche informazione in più.
Quella colonna di fumo nero che si è innalzata dall’impianto di Zargan non può certo essere considerata una casualità. Inutile cercare di affermare convintamente il contrario dopo che nell’arco di pochi giorni ben quattro esplosioni in Iran hanno coinvolto un sito missilistico, un sito nucleare, una clinica a Teheran e ora una centrale elettrica. Esplosione, questa di Avhaz, seguita oltretutto da un altro incidente nell’arco di un’ora avvenuto presso la Karun Petrochemical Company, con il ferimento di 70 addetti ai lavori che avrebbero inalato gas di cloro usato all’interno dell’impianto. Una strana serie di eventi di cui adesso qualcuno in Iran inizia a cercare la matrice ben al di là dei propri confini, e in molti, tramite fonti anonime e media arabi, iniziano a puntare il dito su Israele, colpevole, a detta degli accusatori, di aver innescato una serie di attacchi cyber o veri e propri raid chirurgici nel cuore dell’Iran.

La questione si è resa particolarmente importante dopo l’incidente di Natanz. Quello di Parchin, il primo, è stato quasi volutamente mostrato dalle autorità iraniane a dimostrare che si trattasse effettivamente di una casualità. Il governo ha innanzitutto cambiato immediatamente il luogo dell’incidente – le prime informazioni parlavano di un altro sito legato in maniera ancora più forte al programma missilistico. Poi ha continuato a rimarcare la tesi della perdita di gas da un deposito e ha iniziato a coprire il tutto con una sorta di verità messa a disposizione dell’opinione pubblica. c’è un incidente, ve ne parliamo subito, vi diamo le informazioni e cerchiamo di evitare troppe domande. Poi è arrivato l’incendio nella clinica Sina Arthar di Teheran, ma quel luogo, almeno nell’immediato, non è mai sembrato legato ad alcun “segreto” iraniano: un incidente in un centro sanitario della capitale poteva apparire come una disgrazia, ma non come un attacco. E la lista delle vittime non ha mostrato nomi sospetti legati ai programmi più bollenti della Repubblica islamica.
Con Natanz invece il problema c’è. Perché quella centrale è un problema. L’Agenzia internazionale per l’Energia atomica non ha mai negato la volontà di accedere completamente al complesso nucleare. E nel 2010 israeliani e americani colpirono la centrale con un attacco cyber (via Stuxnet) che distrusse centinaia di centrifughe. Anche in questo caso il governo ha scelto la via delle dichiarazioni ufficiali, tratteggiando il classico quadro di un incidente che però, coinvolgendo un sito sensibile, si preferiva non rendere del tutto pubblico. Il problema è che qualcosa effettivamente non tornava nella dinamica descritta dalle autorità iraniane. L’opinione pubblica di Teheran non è facile da tranquillizzare con semplici note diramate dai ministeri. Il popolo, già messo alla prova da altri incidenti, dalle rivolte per la crisi e dalla gestione coronavirus, e l’attenzione dei media internazionali a quanto avvenuto a Natanz non poteva lasciare imperturbabili le rigide gerarchie iraniane. Che infatti hanno iniziato a “parlare”. A modo loro, ovviamente. Ma le informazioni sono iniziate a trapelare a tal punto che anche i dubbi di Teheran hanno iniziato a tradursi in “certezze”.

Prima dell’ultimo incidente di Zargan, le autorità iraniane avevano detto, infatti, qualcosa di molto importante su quanto successo a Natanz. Keyvan Khosravi, portavoce del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, ha rivelato che la Repubblica islamica ha individuato l’origine dell’incendio al complesso nucleare ma di non voler rendere pubblici i risultati dell’indagine per “motivi di sicurezza”. Ha poi aggiunto in modo sibillino che “le cause e i dettagli di questo incidente saranno annunciati al momento opportuno”. Quale possa essere il momento opportuno è difficile da dirsi, ma è chiaro che in caso di informazioni su un presunto attacco cyber sa parte di un Paese nemico (gli occhi puntano tutti su Israele) sarebbe una mossa politica in grado di cambiare radicalmente gli equilibri interni e del Medio Oriente.

le domande, dopo l’esplosione della centrale elettrica, aumentano. La catena di eventi è sicuramente sospetta. Difficile che ci siano quattro esplosioni in siti più o meno sensibili nell’arco di una settimana, soprattutto in un Paese come l’Iran dove la segretezza e la protezione di alcuni luoghi legate ai programmi nucleare e balistico è quasi totale. Altrettanto difficile è riuscire a capire se effettivamente si tratti di attacchi coordinati, se solo alcuni di essi lo siano, e soprattutto se esiste una singola matrice. Israele è il primo indiziato, specie dopo la conferma dell’attacco al terminal di Shahid Rajaee – con tanto di premiazione ufficiale della Unit 8200, punta di lancia del programma di cyber warfare delle Israel defense forces.
È possibile, come spiegato da Amos Harel su Haaretz, che l’attacco – qualora fosse partito da Israele-  sia servito a lanciare un duplice messaggio a Teheran: da una parte far capire le conseguenze delle violazioni sul nucleare; dall’altro voler abbattere ogni velleità di arricchimento dell’uranio da parte delle forze della Repubblica islamica. Ma non va sottovalutata nemmeno l’ipotesi di una strategia della tensione interna da parte di gruppi che combattono una oscura e radicata guerra per il potere all’ombra del sistema degli Ayatollah. In ogni caso, le accuse a Israele significherebbero un innalzamento della tensione che potrebbe portare quantomeno a una risposta nello stesso dominio da parte di Teheran. Come del resto già avvenuto nei mesi scorsi con l’attacco all’infrastruttura idrica dello Stato ebraico. Benjamin Netanyahu, commentando quanto stesse avvenendo in Iran, ha risposto con un no comment” che potrebbe significare tutto. Quello che è certo è che qualcosa non torna e non è impossibile che la serie di incendi sia frutto di una strategia precisa che potrebbe anche vedere coinvolti gli Stati Uniti. L’assedio nei confronti dell’Iran cresce, così come la volontà di Donald Trump di giungere a un accordo che gli darebbe un’ampia boccata d’ossigeno in vista della corsa alla Casa Banca. Le navi iraniane arrivate in Venezuela hanno rappresentato una mossa estremamente forte, che al Pentagono e al Dipartimento di Stato hanno accolto decisamente male. E l’arrivo dell’emissario Usa per l’Iran, Brian Hook, a Gerusalemme, è stato subito prima della serie di incendi misteriosi che hanno preso di mira i siti iraniani. Difficile trovare il colpevole: impossibile non pensare che i sospetti abbiano un senso.

 

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