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L'ultima diga della vecchia Europa PDF Stampa E-mail
Scritto da insideover.com   
Mercoledì 02 Settembre 2020 00:06


Il conflitto sporco di cui nessuno parla ma che se sarà perduto dai francesi segnerà la nostra fine su tutti i piani

Si sta combattendo una brutta guerra in Sahel. Una guerra complessa, asimmetrica, nella quale si mischiano e si scontrano reclute di eserciti locali, poco preparate e mal armate, terroristi sanguinosi e risoluti, e soldati europei, che nonostante l’impiego delle armi e dei mezzi più sofisticati, non riescono ad arginare in nessun modo la minaccia. Uno scenario che ha tutte le carte per diventare il vero nuovo fronte caldo della “guerra santa”, combattuta ciecamente dalle ultime bandiere nere dell’integralismo islamico.
Sono state definite come ” due guerre parallele”, quelle che si stanno consumando in Niger, Mali e Burkina Faso: i fronti più caldi della fascia Sahel, dove soldati con armi sorpassate, uniformi spaiate, e un addestramento basilare, talvolta lacunoso, vengono coadiuvati da specialisti delle truppe d’élite francesi – ora anche italiane – e si scontrano in una guerriglia sanguinosa che, dalle operazioni per l’eliminazione di bersagli “hunting-killer” condotte con i droni, finiscono per sfociare in “massacri e esecuzioni sommarie”. Mettendo sotto accusa il governo di Parigi, che tace su quelle che parrebbero essere delle ritorsioni mosse dalla frustrazione. Una frustrazione condivisa con i vertici militari francesi, che non riescono a venir fuori da quella che più volte abbiamo definito “l’Afghanistan francese“.

Due guerre perché mentre le forze speciali francesi conducono raid chirurgici – emulando i Navy Seal in Medio Oriente, ed eliminando “bersagli di alto valore” come il leader di Al Qaeda nel Maghreb islamico, Abdelmalek Droukdel -, gli eserciti che fanno capo ai governi africani che Parigi supporta fornendogli armi e addestramento si stanno macchiando di veri e propri massacri inter-etnici nel corso di quelle che dovrebbero essere delle “operazioni anti-terrorismo“. A denunciarlo è stata per prima Amnesty International. Sarebbero almeno 200- secondo l’organizzazione non governativa – le vittime civili poi seppellite in fosse comuni localizzate in zone desertiche e isolate. Morti che andrebbero a sommarsi – sempre secondo le medesime fonti – alle “vittime collaterali” dei raid e delle operazioni condotte dai droni e dai commando francesi – che reclamano l’eliminazione di oltre mille terroristi affiliati alle cellule dei gruppi jihadisti attivi negli Stati che formano il noto G5. Eliminazioni che non risultano essere sufficienti ad arginare la minaccia, anzi, al contrario starebbero “gonfiando” le fila dei gruppi islamisti, riproducendo lo stesso circolo vizioso cui si è assistito per trent’anni in Afghanistan.
Violazioni dei diritti umani, arresti, esecuzioni sommarie e vittime collaterali porterebbero molti giovani ad unirsi ai militanti del jihad che terrorizzano le reclute degli eserciti regolari – già vittime di numerosi devastanti attentati – e spesso le inducono a gettare le armi per unirsi a loro. Ibrahim Traoré, ricercatore dell’Institut d’études de sécurité di Bamako citato nel reportage di Pietro Del Re su Repubblica, spiega come “la strategia anti-jihadista dell’ex potenza coloniale” si sia rivelata “controproducente”, dato l’incremento di violenza cui si è assistito negli ultimi otto anni. “Dall’inizio dell’intervento di Parigi, nel 2013, i gruppi armati si sono moltiplicati e l’anno scorso nel Sahel gli attentati sono aumentati del 70%”, spiega il ricercatore. Gruppi che nell’ultimo decennio si sono ben organizzati ed espansi fino a mettere i generali di Parigi di fronte a una scelta estremamente delicata: abbandonare il campo e concedere la vittoria ai terroristi; oppure inviare rinforzi, uomini e mezzi, alzando la posta in gioco. Rinforzi che il ministro della Difesa francese ha chiesto apertamente anche all’Europa. Nell’intenzione di formare un nuovo comando interforze analogo a quello che venne allestito contro l’Isis nel Siraq.

Secondo quanto sostenuto dalle fonti locali, le esecuzioni sommarie commesse dalle milizie locali che cooperano con l’esercito francese, hanno trovato una sorta di assoluzione da parte di Parigi, che estranea ai fatti sembra non essere al corrente di tali accadimenti. Anche se è difficile credere che l’intelligence francese fosse completamente all’oscuro di ciò che viene denunciato da Amnesty International. Dato che si sarebbe consumato in zone dove si muovono e operano continuamene soldati francesi e dove l’occhio vigile dei servizi segreti è sempre allerta. Ciò lascia quasi pensare, con il beneficio del dubbio, che di fronte a questi metodi barbari, ci si sia limitato a chiudere gli occhi per non aggiungere un’ulteriore problematica di difficile risoluzione, all’interno di un conflitto che sembrerebbe essere già lungi dall’essere vinto. Ma sono solo supposizioni fino a quando non ci saranno prove più schiaccianti sulla guerra sporca del Sahel.


 

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