Alla lunga al Pentagono sta riuscendo lo "scontro di civiltà" Stampa
Scritto da insideover.com   
Mercoledì 07 Ottobre 2020 00:27


449 anni dopo Lepanto la nuova offensiva ottomana a tenaglia
Si compattano i fronti
Gli scontri tra azeri e armeni nel Nagorno Karabakh, o Artsakh, quest’anno rischiano di essere molto più gravi rispetto alla quattro-giorni di fuoco dell’aprile 2016. I motivi sono principalmente tre: l’ascendente russo su Yerevan è diminuito, l’influenza turca su Baku è aumentata, entrambi i belligeranti stanno facendo ricorso al fascino esercitato dal richiamo della fede e dell’identità per attrarre combattenti stranieri.
In questa partita a scacchi in cui la posta in gioco non è una semplice zona montagnosa ma il controllo del Caucaso meridionale, un punto-chiave per l’egemonia nell’area transcaspica, la prima mossa è stata fatta dalla Turchia, la quale avrebbe inviato nel territorio conteso un vero e proprio esercito – formato verosimilmente da più di 4mila persone – composto da soldati dell’Esercito Siriano Libero, un gruppo di ribelli anti-Assad su posizioni filoturche e islamiste, e da membri dei Lupi grigi.
La Turchia, l’Azerbaigian e gli stessi vertici dell’Esl negano ogni trasferimento di truppe dalla Siria al Nagorno-Karabakh, ma l’Armenia sarebbe in grado di, e pronta a, presentare le prove, avendo comunicato di aver ucciso 89 combattenti islamisti dall’inizio degli scontri. Anche l’intelligence saudita, che monitora il teatro siriano, ha fatto filtrare informazioni inerenti l’arrivo di combattenti dell’Esl nella regione, aggiungendo che verranno pagati 1.500 dollari al mese per i loro servizi.
Quel che rende la notizia ancora più grave è il motivo non-monetario che ha spinto i soldati dell’Esl a partire in massa per il fronte azero-armeno: la volontà di fare una “guerra santa contro i crociati”, ossia gli armeni. Il movente religioso è stato citato da diversi militanti e troverebbe ulteriore conferma nei video che stanno venendo diffusi in rete, direttamente dalle strade azere e dell’Artsakh, in cui si vedono file di autoveicoli sui quali viaggiano uomini armati intenti a gridare canti di battaglia in lingua araba.
La possibilità di uno scenario Iugoslavia, qualora gli scontri dovessero proseguire, non è data solamente dall’entrata in scena di mercenari e volontari islamisti e jihadisti in chiave filo-azera, ma anche dall’esercito di armeni e fedeli ortodossi che sta rapidamente giungendo nell’Artsakh in supporto dei separatisti. Un numero imprecisato di armeni, provenienti dall’estero, sta facendo rientro in patria in queste ore con l’intenzione di recarsi al fronte e da Mosca giunge la notizia che almeno 20mila persone, in larga parte della comunità diasporica armena, sono state reclutate come combattenti volontari dall’Unione degli Armeni di Russia e potrebbero partire se il conflitto dovesse aggravarsi ulteriormente.
Gli ingredienti per la trasformazione del Nagorno Karabakh in una nuova Iugoslavia vi sono tutti: il mondo ortodosso è in fermento, e lo stesso governo armeno ha scelto di pubblicizzare strategicamente una chiamata alle armi attraverso la foto di un prete armato di croce e mitraglia, così come quello dell’islam radicale, che sta riunendo mercenari e volontari nel nome della guerra santa.
Un compromesso tra le grandi potenze che manovrano le due nazioni caucasiche è nell’interesse di entrambe, ed è possibile che si possa arrivare ad un’escalation quale maniera per gettare le basi per una de-escalation, perché una pacificazione è l’unica via per evitare che ciò che ieri accadde in Bosnia, Kosovo e Serbia si ripeta oggi in Armenia e Azerbaigian.

Una situazione incandescente
Il 29 settembre il The Moscow Times ha pubblicato un intervento di Sergei Markedonov, eminente politologo e direttore del Dipartimento per i problemi delle relazioni etniche presso l’Istituto di analisi politica e militare di Mosca, che spiega in maniera chiara e limpida il punto di vista russo su quanto sta accadendo nella regione contesa.
Secondo Markedonov sussistono abbastanza indizi a sostegno dell’ipotesi che i belligeranti potrebbero giungere ad un armistizio con molta più difficoltà rispetto agli anni precedenti. Il principale motivo è che mentre l’astro russo sull’Armenia si è indebolito in maniera significativa nel tempo, in particolare dall’ascesa dell’attuale primo ministro Nikol Pashinyan, in Azerbaigian è aumentata in maniera inversamente proporzionale l’influenza turca. Questo mutamento di equilibri ha avuto un doppio effetto: da una parte si è ridotta la capacità di persuasione della diplomazia russa su Yerevan e, di riflesso anche su Baku, dall’altra si è assistito ad aumento della retorica bellicista e muscolare di quest’ultima per via del partenariato con Ankara.
La Russia, come riporta Markedonov, aveva avuto difficoltà nel processo di intermediazione già nel corso di luglio, in occasione delle schermaglie nel Tovuz, come palesato dal fatto che, pur avendo raggiunto l’obiettivo di evitare un’escalation, aveva mancato quello di convincere entrambe le parti a ripristinare pienamente il dialogo: “[Nel dopo-Tavush] Le trattative tra Armenia e Azerbaigian non sono state riprese, neanche a livello simbolico, e la scusante fornita – della pandemia di coronavirus – non è molto convincente: [la pandemia] non impediva [di organizzare] altri vertici tra i rappresentanti dei due Paesi”.
In breve, secondo il politologo russo, anche se “l’escalation non è stata provocata dalla Turchia, è innegabile che essa abbia contribuito all’irrigidimento della posizione dell’Azerbaigian nel mezzo dei negoziati in stallo”. L’insieme di questi fattori potrebbe condurre a diversi scenari: il più probabile è una “battaglia per [la conquista di] pezzi di terra piccoli e non particolarmente importanti”, ma il rischio è che le ambizioni territoriali possano impedire il raggiungimento di un cessate il fuoco in tempi rapidi, il secondo è che l’escalation possa convincere le parti ad avviare i negoziati per evitare una guerra aperta, il terzo è che l’intromissione dei generali, in sostituzione ai diplomatici, possa spianare la strada ad una “guerra regionale”.