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GB: rivelate falsita'e menzogne riguardo l'arresto di Hamza PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansa   
Venerdì 28 Maggio 2004 01:00

Lo sceicco Omar Bakri ha accusato i media britannici di menzogne, in relazione alla vicenda dell'arresto dell'iman estremista Abu Hamza.

Lo sceicco ha detto che l'estremista iman e' stato dipinto come 'il nemico pubblico numero uno' ed ha sostenuto che l'arresto e' segnale 'del fallimento della CIA nel trovare informazioni sui veri membri di al Qaida e dei taleban'.
 
Spagna, Eta: trattativa segreta per tregua PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Mercoledì 26 Maggio 2004 01:00

Secondo il giornale spagnolo El Mundo, le due principali formazioni del nazionalismo basco, Pnv (Partito Nazionalista Basco) ed Ea (Eusko Alkartasuna), stanno trattando in segreto per una tregua dell'Eta.

Fonti del giornale riferiscono di incontri tra i rappresentanti di Pnv ed Ea e i dirigenti di Batasuna - il braccio politico del gruppo armato del separatismo basco

- per affermare che nel piano di riforma istituzionale portato avanti dal presidente regionale basco, Juan Josè Ibarretxe, "c'è posto per tutti i baschi e dunque era arrivato il momento di chiedere all'Eta di smetterla di uccidere". Le informazioni sugli incontri sono state monitorate dal controspionaggio francese (Renseignement Generaux) ed in seguito trasmesse alla Guardia Civil spagnola.

 
SUDAN, ACCORDO TRA GOVERNO E SECESSIONISTI DEL SUD PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansa   
Mercoledì 26 Maggio 2004 01:00

Raggiunta l'intesa finale tra governo di Khartoum e secessionisti del Sud. L'annuncio e' stato dato ufficialmente stamane a Nairobi. La cerimonia ufficiale della firma e' prevista per mercoledi' alle 13 locali (le 12 italiane) a Niavasha, localita' ad una settantina di km. da Nairobi dove i colloqui si sono svolti negli ultimi mesi.

NAIROBI -

L'accordo mette formalmente fine a circa 21 anni di guerra civile, che hanno causato circa due milioni di morti. L'intesa odierna, che sara' solennemente formalizzata domani, non riguarda il Darfur (ovest del Sudan, ai confini col Ciad) che e' rimasto fuori dai negoziati e dove le forze di Khartoum con l'appoggio di milizie paramilitari arabe stanno compiendo una sorta di pulizia etnica nei confronti delle popolazioni locali, in larga misura nere ed animiste. In teoria nella regione c'e' un cessate il fuoco in vigore dai primi di aprile, ma sembra piu' formale che sostanziale.

Gli ultimi punti che sono stati risolti nei negoziati riguardavano lo status di tre regioni geograficamente al nord, ma politicamente da sempre legate agli indipendentisti del Sud. Si tratta dell'Abyei, del Nilo Azzurro Meridionale e delle Montagne Nuba. Definiti anche i dettagli sugli equilibri del potere politico nel periodo di governo di transizione. Transizione che durera' -era gia' stato acquisito- sei anni e mezzo, dopo di che il Sud potra' adire all'indipendenza mediante referendum. Erano, inoltre, gia' stati raggiunti altri tre accordi decisivi: non applicabilita' della 'sharia', la legge coranica, al Sud; divisione dei proventi petroliferi (il Sudan e' ricchissimo di petrolio, finora sfruttato solo in minima parte); e schieramento delle rispettive forze militari (che non saranno unificate, o almeno non del tutto) sul territorio. Il governo di transizione avra' sede a Khartoum, ma sembra ci sia accordo perche' i suoi uffici siano situati in un quartiere della capitale dove non sara' in vigore la sharia. Il Sudan e' il paese piu' ampio dell'Africa, e la guerra civile tra Nord di etnia araba e bianca, e di religione islamica, e Sud nero ed animista o cristiano durava da quasi 21 anni, anche se dalla seconda meta' del 2002 c'era un cessate il fuoco che teneva largamente, salvo marginali sbavature.

 
L'unità tra sunniti e sciiti PDF Stampa E-mail
Scritto da Massimo Fini   
Mercoledì 26 Maggio 2004 01:00

Le menzogne sulla “liberazione degli irakeni” – raccontate dall’Occidente innanzitutto a se stesso - non hanno retto. L’operazione di guerra in Iraq si è rivelata un boomerang da ogni punto di vista. Quando capiremo che è ora di smetterla di “importare democrazia”?

So bene che è poco elegante dire: io l'avevo detto. Ma qualche volta
è necessario, soprattutto momenti come questi in cui si assiste a un
fuggi fuggi generale dalle proprie responsabilità.

L'avevo scritto, su queste colonne, pochi giorni dopo
la `liberazione' di Bagdad, che ciò che gli occidentali avrebbero
dovuto affrontare in Iraq non era una lotta a frange terroristiche e
a qualche residuale seguace di Saddam, ma una guerra di guerriglia
appoggiata da una parte consistente della popolazione. Non c'era
bisogno di essere dei geni, per capire che non si può marciare al
ritmo di una mezza dozzina di attacchi al giorno, che non si nuota
in un'acqua estremamente favorevole. Le scene, ripetute, dei
cadaveri di quei poveri soldati americani fatti oggetto di scempio
da una folla esultante e irridente, di uomini, donne, di bambini,
avrebbero dovuto sciogliere ogni dubbio.

Mi rifiuto quindi di pensare che i nostri responsabili politici e i
molti intellettuali che hanno appoggiato l'occupazione dell'Iraq non
avessero chiaro, da tempo, il quadro reale della situazione. Invece
si è preferito andare avanti autoconvincendoci delle menzogne
della `liberazione' e che noi italiani eravamo in Iraq all'interno
di un'operazione di `peace keeping'.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti. I nostri soldati non sono
forze di pace, ma non sono nemmeno attrezzati per essere forze di
guerra. Sono bersagli. Si è molto irriso, in Italia, a Zapatero, ma
Zapatero, preso atto della realtà, è salito su uno degli ultimi
autobus disponibili. Adesso per noi è diventato molto più difficile
disimpegnarci. Non perché, come ha ripetuto il nostro Presidente del
Consiglio in Parlamento, se lasciamo l'Iraq "sarà il disordine e il
caos" (siamo proprio noi - la presenza delle truppe occupanti - la
causa prima del disordine), ma perché, essendo sotto scacco, avrebbe
tutta l'aria di una fuga.

Ma in un momento di maggior calma bisognerà pure che le democrazie
occidentali prendano atto che l'`operazione Iraq' è stata un
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Giù le mani dal Venezuela PDF Stampa E-mail
Scritto da Zeliko   
Lunedì 24 Maggio 2004 01:00

Mentre gli organi di stampa occidentali ignorano come sempre tutto ciò che accade in America Latina, il Venezuela sta conoscendo una nuova e autentica stagione rivoluzionaria.

Il presidente Chavez sta infatti mettendo mano sempre più decisamente all’architettura oligarchica di una nazione (egli ha infatti definito il 2004 <<l’anno del consolidamento della rivoluzione>>), quella venezuelana, per oltre 50 anni soffocata dal mortale abbraccio tra l’alta borghesia industrial-finanziaria-sindacale e i padri-padroni di Washington.

L’ascesa dell’ex comandante dei paracadutisti ha conosciuto finora un cammino particolare e tormentato.

Le elezioni del 1998 furono vinte a sorpresa, grazie alla sua popolarità di ufficiale raggiunta sei anni prima, quando egli aveva tentato un colpo di stato per protestare contro la repressione militare del 1989; Chavez si era allora rifiutato di partecipare alla carneficina di un popolo disarmato (si calcola che i morti furono tra i 2000 e i 3.000), reo solo di manifestare contro un sistema politico che arricchiva i soliti noti malgrado le cospicue materie prime contenute nel sottosuolo venezuelano.

In un primo momento il suo programma di stampo “bolivariano” non andò oltre il capitalismo e persino un determinato settore dell’oligarchia pensò di poterlo utilizzare per riportare ordine nel paese.

Ma Chavez iniziò subito ad applicare le riforme promesse e in particolare:

1) Una Costituzione democratica molto avanzata, elaborata mediante assemblee popolari e referendum (Assemblea costituente);

2) 49 nuove leggi nel solo 2001, delle quali tre molto importanti: quella sulla pesca, a difesa dei piccoli pescatori contro le multinazionali del settore; quella sulla terra, volta a distribuire ai contadini le proprietà con più di 5000 ettari lasciate incolte; quella sugli idrocarburi, la più importante.

Quest’ultima stabilì il principio che le risorse petrolifere appartengono alla Nazione e non possono essere privatizzate; l’industria petrolifera, già nazionalizzata nel 1976, era però finita nelle mani di un’enorme burocrazia, così potente da controllare i vari governi e talmente oligarchica da destinare l’80% delle risorse alle spese di funzionamento e solo il 20% allo Stato. Peraltro, poco prima dell’ascesa di Chavez, era già pronto un piano destinato a privatizzare l’industria petrolifera dopo averla smembrata in varie parti, assecondando il desiderio delle multinazionali di Washington (ricordiamo che il Venezuela è il terzo esportatore mondiale di petrolio verso gli Stati Uniti d’America).

La “reazione” non si fece attendere e il tentato golpe dell’aprile 2002 venne immediatamente riconosciuto da Stati Uniti e Spagna che, seguendo il modello

 
Iraq, razzi sulla festa: c'è un video PDF Stampa E-mail
Scritto da mediavideo   
Lunedì 24 Maggio 2004 01:00

Gli Usa avevano affermato: era rifugio di guerriglieri. La realtà del video: è stato bombardato un matrimonio.

Un video ottenuto dai media americanidall'agenzia Ap ha mostrato le immagini della festa nuziale sulla quale mercoledì scorso si sono abbattuti i missili lanciati da elicotteri Usa provocando oltre 40 morti. Leripresemostrano scene del ricevimento prima e dopo l'attacco: canti e balli con donne e bambini e poi corpi privi di vita e frammenti di decorazioni. Il Pentagono sostiene invece che l'edificio attaccato era un rifugio di guerriglieri.

Lapromessa sposaarriva in una camionetta bianca e viene rapidamente condotta in una casa da un gruppo di donne. All'esterno, alcuni uomini sono seduti su cuscini di seta colorata, sotto una tenda, mentre ragazzini danzano al ritmo di canti tribali. sono queste alcune delle immagini che appaiono nel video ottenuto dall'agenzia Associated Press Television News (Aptn). Mostrano il matrimonio bombardato mercoledì, secondo alcuni sopravvissuti, da aerei americani. L'attacco ha fatto 45 morti, tra i quali Yasser Shawkat Abdullah, il cameraman reclutato per filmare la cerimonia.

L'esercito americano ha annunciato l'apertura di una inchiesta sul bombardamento, che ha colpito il villaggio di Mogr el-Dib, a circa otto chilometri dalla frontiera siriana. Ma per ora, sostiene che il posto fosse utilizzato come base di combattenti stranieri.

generale Mark Kimmit, sottocapo di stato maggiore delle operazioni per la coalizione, ha affermato sabato che "nessun segno di matrimonio" era stato trovato sul posto. Ma il reportage girato il giorno dopo da Aptn mostra sul posto strumenti musicali e drappi colorati utilizzati per le feste. Nel video, si vedono una decina di camionette bianche che scortano il veicolo della sposa, decorato con nastri.

Un giornalista e un fotografo dell'Ap, che hanno intervistato una decina di sopravvissuti dopo il bombardamento, hanno identificato loro stessi nella registrazione. Un uomo intento a suonare l'organo elettrico è ripreso più volte. In un altro video, girato il giorno dopo a Ramadi, si vede lo stesso uomo morto. Secondo il generale Kimmitt, i soldati americani hanno scoperto sul posto dei fucili, dei mitra, passaporti stranieri, e altri oggetti che lasciano pensare che si trattasse di una base nel deserto per terroristi stranieri.

 
Iraq: l’ultima trovata PDF Stampa E-mail
Scritto da Agi   
Lunedì 24 Maggio 2004 01:00

Usa e Gran Bretagna presenteranno una risoluzione all’Onu perché dall'intervento internazionale siano tolte loro le castagne dal fuoco di una gestione infelice

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Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si apprestano a presentare oggi al Consiglio di Sicurezza dell'Onu la prima bozza della nuova risoluzione sull'Iraq. La notizia arriva da fonti diplomatiche. La riunione del Consiglio e' convocata al Palazzo di Vetro per la mattina (le 16:00 in Italia). I due alleati nelle ultime settimane hanno lavorato a stretto contatto con gli altri 13 membri del Consiglio per mettere insieme lo schema di documento che dovra' riconoscere il nuovo governo iracheno, previsto a partire dal 30 giugno prossimo, e l'ingresso nel Paese di una forza multinazionale internazionale. E continuano gli scontri nel paese: un soldato americano e' stato ucciso a Falluja. Ne ha dato notizia il comando americano in Iraq. "Un marine della prima forza di spedizione e' stato ucciso questo pomeriggio a nord della citta'" ha reso noto il maggiore T.V. Johnson.

 
Condoleezza Rice: nel '44 vi abbiamo “aiutato".... PDF Stampa E-mail
Scritto da Federico Dal Cortivo   
Lunedì 24 Maggio 2004 01:00

Condoleeza Rice ribadisce la favola: gli USA sono in Iraq per portare la democrazia, non per rapinare il petrolio eurasiatico. E' lo stesso impeto ideale che li spinse a "liberarci" nel 1944...

Il delirio di onnipotenza che sembra accompagnare gli americani quando si parla di politica estera, sembra non fare difetto alla signora Rice, consigliere di Bush per la Sicurezza Nazionale. In una recente intervista ("Il Corriere della Sera" del 18/5/04) ha voluto ancora una volta rimarcare il perché gli USA si trovano oggi in Iraq, ovvero non per il petrolio, non per l’importanza geopolitica della regione, non per aiutare Israele, non per destabilizzare l’intera regione, ma «semplicemente per garantire la sicurezza, la libertà e la democrazia» al popolo iracheno… il quale evidentemente non chiedeva di meglio «che essere liberato a suon di bombe e cannonate». E per meglio rendere l’idea, la Rice scomoda la storia, quella della seconda guerra mondiale, dove gli USA «non abbandonarono al loro destino (?) il nostro continente e con lo sbarco in Normandia -tra poco scade il 60° anniversario- riportarono la libertà …» (peccato che dimentichi di dire che in America fino al 1954 ed oltre, vigeva la segregazione razziale, la Gran Bretagna era la maggior potenza coloniale dell’epoca e l’Unione Sovietica, loro principale alleato non era certamente un “paradiso in terra”…).
Allora, come anche oggi in Iraq, gli Stati Uniti si arrogano il diritto di decidere le sorti degli altri popoli in nome di una loro presunta superiorità morale, che gli consentirebbe di ergersi, si badi bene solo quando i loro interessi sono in pericolo, a difensori dei diritti altrui… Anche nel 1944 le armate anglo-americane sbarcarono sul nostro continente (prima in Italia nel 1943) per “tutelare i loro interessi”, semplicemente… messi in pericolo da Germania ed Italia. La scusa della democrazia, della libertà regge ancora perché e su di essa si sono costruite le fortune di quei partiti e partitini che reggo le sorti degli Stati Europei, in primis l’Italia.
In Iraq si sta consumando la stessa scena già vista sessanta anni fa, e con la stessa spocchia di allora, la Rice si erge a giudice del mondo: i buoni da una parte (loro, gli anglo-americani) ed i cattivi dall’altra (gli iracheni e gli arabi in genere… in questo caso). I bombardamenti a tappeto, le stragi di civili, gli embarghi, questi sono i metodi comunemente usati per ricondurre alla “libertà” i popoli, ma sono solo dettagli trascurabili…
Almeno un tempo, in cui le guerre erano fatte da gente più seria e meno ipocrita, non ci si nascondeva dietro falsi moralismi per giustificare un’invasione: la si faceva e basta. Ma nell’immaginario collettivo americano, tutto intriso di Bibbia e messianiche azioni, non vi è posto per la guerra, nella sua eccezione classica, tradizionale, ovvero la continuazione della politica con altri mezzi, come amava dire Von Clausewitz, la guerra è guerra di religione o meglio di redenzione, il “Bene contro Satana”, che in ogni fase della storia americana è stato impersonificato dall’avversario di turno: gli indiani, Hitler, Ho Chi Min, Gheddafi, Chavez, Saddam, ecc. ecc.
Ora la “democrazia” sta per essere imposta anche agli iracheni che non ne vogliono proprio sapere, tanto più che la cosa gli viene propinata con la forza delle armi e delle torture. La Rice fa solo un breve cenno alle torture dei prigionieri iracheni, glissando abilmente sul fatto che, da quello che comincia ad emergere, esse erano già state premeditate e pianificate a tavolino da esperti del Pentagono agli ordini di Rumsfeld.

Vi sarà forse una commissione d’inchiesta, statunitense ovviamente, e gli autori delle torture forse saranno puniti, ma resta il fatto che la cosa non è stata casuale (anche in passato gli americani e gli inglesi si sono m

 
Un uomo è stato sicuramente ucciso e decapitato. PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Domenica 23 Maggio 2004 01:00

Ma le cose potrebbero essere andate in maniera diversa da come ce le hanno raccontate.

Chi lo ha arrestato e tenuto in carcere?
Poco prima dell'arresto Nick Berg lavorava ad Abu Ghraib (è stato anche visto di notte lavorare su una torretta).
Il 24 marzo comunica ai genitori che il 30 dello stesso mese tornerà a casa.
L'arresto è avvenuto il 23 o il 24 di marzo (la data cui si propende è il 24 marzo), quando si trovava a bordo di un taxi, nei pressi di Mosul, con una copia del Corano ed una altro libro intitolato "Il problema ebraico" o "La soluzione ebraica" (a seconda delle testimonianze).
Ufficialmente l'arresto è stato opera della polizia irachena, ma il capo della polizia locale, stando all'Ap, ha negato che Berg fosse mai stato fermato dai suoi uomini.
Ed inoltre numerose chiamate alla polizia irachena, ottenevano la stessa risposta: "Non è detenuto qui". Il giovane americano avrebbe comunicato al padre con una email, dopo il suo rilascio avvenuto il 6 aprile, che dopo il fermo da parte della polizia irachena, era finito in custodia americana e interrogato da agenti dell'Fbi, i quali gli avevano vietato di chiamare chiunque, parenti e avvocato compresi.
In particolare in una di queste e-mail sosteneva che gli agenti federali sospettavano e chiedevano se avesse costruito una bomba per un oleodotto o se era stato in Iran.
Berg diceva nello stesso messaggio di voler rientrare negli Usa appena possibile.
Il suo rilascio avvenne 24 ore dopo che la famiglia aveva depositato una richiesta presso la Corte federale di Philadelphia, sostenendo che il figlio era tenuto prigioniero dai militari statunitensi in Iraq.
La detenzione di Berg da parte dell'esercito americano è confermata da alcune e-mail in mano della famiglia Berg e inviate da funzionari diplomatici degli Stati Uniti. In una di queste (l'e-mail del 1° aprile), mostrata a The Associated Press, Be

 
Risoluzione dell’Onu condanna Israele PDF Stampa E-mail
Scritto da Giacomo Orlandini   
Sabato 22 Maggio 2004 01:00

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato nella notte tra mercoledì e giovedì la risoluzione 1544 per chiedere ad Israele la fine delle violenze nella Striscia di Gaza.

La risoluzione è stata proposta dall’Algeria, l’unico Paese arabo rappresentato al Consiglio di sicurezza, ed è passata con 14 voti favorevoli, 0 contrari e una astensione. Ad astenersi sono stati gli Stati Uniti, paese tradizionalmente alleato dello Stato ebraico.

Con la risoluzione, il Consiglio di sicurezza “condannando le uccisioni della popolazione civile palestinese nella zona di Rafah” e dichiarandosi “gravemente preoccupato delle recenti demolizioni delle case eseguite da Israele, la potenza occupante, nel campo profughi di Rafah”, richiede allo Stato ebraico di:

- rispettare i suoi obblighi internazionali in base al diritto internazionale umanitario, e, in particolare, l’obbligo di non eseguire le demolizioni delle case contrarie al diritto internazionale.
- assistere i senzatetto che ha provocato a Rafah
- far cessare ogni tipo di violenza rispettando il diritto internazionale umanitario
- attuare assieme ai palestinesi gli impegni presi con la Road map.

Per la prima volta dal 2002, una risoluzione che condanna Israele non è stata affossata dal veto statunitense. La decisione statunitense di non fare ricorso al diritto di veto riflette il disappunto Usa verso l’operazione israeliana “Arcobaleno”, che in 4 giorni ha causato più di 40 morti.

Il segretario di stato Usa Colin Powell ha, infatti, dichiarato, riporta la Bbc, che le azioni dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza negli ultimi giorni hanno peggiorato la situazione e rendono più difficile riprendere il processo di pace.

L’ambasciatore israeliano Dan Gillerman ha però affermato, riferisce Le Monde, che la risoluzione non chiede esplicitamente ad Israele di fermare le sue azioni nella Striscia di Gaza nè le demolizioni delle abitazioni palestinesi. “Continueremo a fare tutto il possibile per proteggere i nostri cittadini” ha aggiunto.

Risoluzioni violate

La paura è che la risoluzione rimanga lettera morta e vada ad aggiungersi alla lunghissima lista delle risoluzioni dell’Onu che Israele non ha rispettato dal 1948 ad oggi.

Israele detiene, infatti, il triste primato di essere lo Stato che ha più volte violato le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Secondo una lista più restrittiva le risoluzioni violate da Israele sarebbero 32, mentre secondo altri analisti più di 80, senza contare le risoluzioni dell’Assemblea generale, e tenendo presente che gli Stati Uniti hanno molto spesso usato il diritto di veto per impedire l’adozione di altre risoluzioni.

Le risoluzioni non rispettate riguardano sia la politica territoriale (demolizioni delle case palestinesi, colonie illegali, incursioni nei territori occupati ecc.), sia il mancato rispetto da parte dello Stato ebraico del diritto internazionale umanitario, delle Convenzioni di Ginevra sulla protezione dei civili e sul divieto di deportare popolazioni, sia la modifica illegale dello status di Gerusalemme.

Gli altri Stati presenti sulla “lista nera” delle risoluzioni violate sono la Turchia, altra stretta alleata degli Usa (24 risoluzioni per lo più per la questione di Cipro), il Marocco (16 a proposito del Sahara occidentale), e a seguire l’Iraq, la Croazia, l’Indonesia, l’Armenia, il Sudan, la Russia, l’India e il Pakistan.

Ilgruppo di ricerca dell'Action for Peace fa notare come l’iraq sia stato oggetto di un durissimo embargo delle Nazioni Unite durato 13 anni per non aver rispettato una decina di risoluzioni e anche se molto probabilmente non possedeva armi di distruzione di massa, non deteneva armi nucleari e non aveva, durante il periodo dell’embargo, occupato o annesso

 
Colombia: esercito uccide 25 guerriglieri Farc PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansa   
Sabato 22 Maggio 2004 01:00

Almeno 25 guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie (Farc) sono stati uccisi dall'esercito in combattimenti nel sud del Paese.

Intensi combattimenti sono avvenuti nella citta' di Vista Hermosa. Anche un soldato e' morto e altri due sono rimasti feriti. 'I terroristi - ha fatto sapere il governo di Bogota' - volevano impadronirsi del centro urbano ma siamo riusciti, anche con l'aiuto dell'aviazione, a impedirglielo'.
 
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