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Conflitti
Rinsaldate le catene dell'Italia PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Marescotti   
Martedì 08 Giugno 2004 01:00

La storia è nei dettagli. Quando Bush è andato dal Papa ha lasciato fuori dalla sala la valigetta nera con i codici di lancio dei missili nucleari. Ma vi sono anche altri dettagli che Bush a Roma non ha rivelato ai giornalisti. Le forze Usa stanno traslocando dal Nord Europa e il baricentro del potere navale della Us Navy sarà spostato in Italia. Il Quartier generale navale di Londra migrerà a Napoli. Il Comando della Sesta Flotta sorgerà a Taranto. La nuova "autostrada" militare Usa che passa per Milano-Solbiate Olona, Livorno-Camp Darby, Catania-Sigonella. E prevede l'ampliamento della micidiale base nucleare della Maddalena. Dietro i fumogeni della cronaca e la spettacolarità ecco i "dettagli" della visita di Bush.

Bush è venuto da Berlusconi non solo per l'Iraq ma anche per le basi Nato e Usa in Italia. E' questo il dato che non dovrebbe sfuggire al movimento pacifista. Il comando navale nel Quartier Generale Nato di Londra è ormai fuori gioco rispetto alle nuove guerre. Le truppe americane in Germania sono un soprammobile. Occorre spostare tutto. Ma dove? Le basi spagnole sono un'incognita con Zapatero, nessuna base turca non ha (come Taranto) la certificazione Nato HRF per l'alta prontezza d'uso delle forze navali Usa. E allora che fare? Bush va da Berlusconi e, dietro i fumogeni della cronaca e della spettacolarità, chiede di potenziare i punti nevralgici della logistica militare Usa in Italia. E' questo il retroscena della visita di Bush a Roma, con il suo staff di esperti e uomini in uniforme. Al centro c'è la nuova mappa militare Usa a Napoli, Taranto, Milano-Solbiate Olona, La Maddalena, Livorno-Camp Darby, Catania-Sigonella. Bush ha chiesto nuovamente a Berlusconi carta bianca per ridislocare a proprio piacimento navi, uomini e armi Usa in Italia: ha chiesto di realizzare una più rapida rete logistica militare. L'Italia non è più trincea della guerra di posizione contro l'Est con tante piccole basi disseminate nella Penisola.

L'Italia diventa punto di passaggio e "autostrada militare" con superbasi veloci per la guerra di movimento. Nessuna informazione è ufficialmente trapelata, ma si registrano interessanti novità. L'informazione più recente è quella delle ore 8.57 del 5 giugno 2004. L'esperto di questioni militari e strategiche Enrico Iacchia ha dichiarato a Radiotre (per informazioni: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ) che in questi giorni - in cui l'attenzione focalizzata sulla guerra in Iraq e sulla visita di Bush a Roma - è passato in secondo piano il piano del Pentagono di ridislocare le sue forze in Europa, ritirando massicciamente i militari Usa dalla Germania e intendendo trasferire il comando navale Nato a Londra - "ormai fuori mano", ha argomentato Iacchia - più a sud. Attualmente il quartier generale di Northwood, vicino Londra, è sede del Quartier generale delle forze navali della Nato nel Nord Europa. "Gli Stati Uniti avrebbero voluto spostarlo in Spagna, ma con Zapatero sono sorti dei problemi. E allora probabilmente andrà in Italia, forse a Napoli", ha concluso Iacchia. L'Italia si appresta ad un potenziamento della presenza americana in alcuni punti strategici. Nuovi accordi, accordi da perfezionare, accordi da ratificare. Con il via libera dei due Presidenti sono ora lì quelle carte, sui tavoli che decidono il potenziamento del dispositivo militare Usa a Napoli e a Taranto.

Al centro ora c'è la grande questione del ridislocamento strategico da Londra a Napoli delle forze navali Usa, così come delineato dalle dichiarazioni di Enrico Iacchia. Cambia lo scenario strategico militare in cui si collocherà la più grande base navale della Nato nel Mediterraneo, cioè Taranto. Quando a febbraio abbiamo - documenti alla mano - parlato di trasferimento del comando della VI Flotta Usa da Gaeta a Taranto, pensavamo ad un "alleggerimento di Napoli", come se Napoli e Gaeta "andassero in pensione". E invece sembra che le cose si dirigano verso esiti che non avevamo previsto: da una prospettiva di ridislocamento a sud delle forze esistenti in Italia si passa ad un loro incremento e potenziamento per via dello spostamento complessivo verso l'Italia del baricentro militare navale americano. Lo spostamento da Napoli-Gaeta verso Taranto in realtà fa posto ad un corposo spostamento dal comando di Londra verso il Sud dell'Italia. E veniamo alle ripercussioni sulla base di Taranto, da poco diventata Nato con certificazione di alta prontezza d'uso HRF (che nessuna base turca ha). A Taranto Bush vorrebbe un'altra base

 
Irak, liberati gli ostaggi italiani PDF Stampa E-mail
Scritto da ANSA   
Martedì 08 Giugno 2004 01:00

Un'ora fa gli ostaggi italiani sono stati liberati nei pressi di Baghdad dalle forze della coalizione.

VARSAVIA - Il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta e il ministro degli esteri Frattini, a nome del governo, comunicano che circa un'ora fa gli ostaggi italiani sono stati liberati nei pressi di Baghdad dalle forze della coalizione. Gli ostaggi si stanno ora recando all'aeroporto ed e' stato previsto un dispositivo per il loro rientro in Italia nelle prossime ore. Gli ostaggi sono in buone condizioni. La tv polacca ha detto che sono stati liberati tutti gli ostaggi in Iraq. La televisione ha riferito che il generale Bieniek, comandante polacco della zona, ha detto a Camp Babylon che ''Jerzy Kos e altri rapiti sono stati liberati''.
 
Iraq, la rapina del secolo PDF Stampa E-mail
Scritto da reporterassociati   
Lunedì 07 Giugno 2004 01:00

Le mani degli antiquari Usa sui capolavori di Babilonia.

Quando l'ultimo elicottero si leverà in volo dal tetto della più grande ambasciata degli Stati Uniti nel mondo il tragico bilancio di una guerra sanguinosa e dissennata registrerà solo un dato positivo: positivo non certo per l'Iraq e per l'umanità tutta, ma per i saccheggiatori del patrimonio archeologico di questo paese, per gli antiquari e i mercanti d'arte disonesti, per i grandi musei della repubblica stellata.

Vera o falsa, la notizia del sequestro di reperti archeologici su un automezzo del contingente italiano a Nassiriya è ben poca cosa di fronte alle dimensioni di una rapina che ha fatto già impallidire la memoria storica di quella napoleonica o dell'altra perpetrata in Italia tra l'800 e il '900 dai "baroni ladri" Usa.

I capolavori trafugati della civiltà sumera e assiro babilonese sono ormai oggetto di accanita trattativa privata tra i grandi antiquari della 57ma strada di New York, a Bruxelles e a Londra, ma le cosiddette opere minori, come i sigilli cilindrici e le tavolette a caratteri cuneiformi dell'era sumera fanno bella mostra di sé nelle vetrine del Sablon, di St. James e della seconda Avenue: a nulla sono serviti gli allarmati appelli dell'Unesco e dei più insigni storici d'arte antica riuniti a convegno pochi mesi fa a Bruxelles, a nulla l'azione di contrasto condotta dal ministro giordano per le antichità Fawas Khreisheh che ha tra l'altro dato notizia del ricorrente sequestro sulla frontiera con l'Iraq di reperti rinvenuti nelle valigie di giornalisti americani, inglesi, belgi e italiani.

Anche le nostre denunce nel parlamento europeo hanno cozzato contro l'indifferenza della signora Viviane Reading, la più insipiente dei commissari alla cultura nell'intera storia dell'Unione. E' pur vero che subito dopo il clamore provocato dal saccheggio, sotto gli occhi dei marines, del museo nazionale di Baghdad l'Fbi si era dato da fare, sequestrando ad esempio nel porto di Napoli l'intero carico archeologico di una nave da 9mila tonnellate proveniente dal Kuwait.

Ma negli ultimi otto mesi l'ente investigativo federale è stato costretto ad occuparsi di ben altro. Cosa si può dire poi dell'azione di tutela e restauro affidata a cinque carabinieri e agli archeologi Giovanni Pettinato e Giuseppe Proietti, un'azione rivendicata con orgoglio in Parlamento dal ministro Urbani che aveva tra l'altro esaltato l'opera di un nostro plenipotenziario presso le truppe di occupazione, l'ambasciatore Pietro Cordone? Di questo nostro diplomatico possiamo solo riferire quanto riportato dall'Economist, che si è occupato principalmente della debaathificazione o epurazione degli addetti alla cultura irachena e poi dell'allestimento di una mostra itinerante di capolavori assiro babilonesi "presi in prestito" e destinata a circolare per le principali città degli Stati Uniti.

C'è da augurarsi che il suo successore, ambasciatore Mario Bondioli Osio possa fare di meglio anche se la crescente marea di sangue induce ad un marcato pessimismo. Sono ormai mesi che l'amministrazione americana tace sull'argomento, ma anche se si pronunziasse raccoglierebbe poco credito. Della credibilità zero del presidente Bush scrive sul Washington Post Richard Cohen in un commento dal significativo titolo "consistentemente disconnesso".

I fatti continuano a smentire nel giro di poche ore le parole del capo dell'esecutivo: nel suo discorso all'Accademia militare di Carlysle aveva sottolineato

 
"+L'Intifada trionferà”+ PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Domenica 06 Giugno 2004 01:00

Queste le parole con cui Marwan Barghuti, leader di al Fatah, ha accolto i 5 ergastoli comminatigli da un tribunale israeliano. Dure reazioni dei palestinesi: "Israele in realtà ha processato tutto il popolo palestinese. Ma ciò non servirà a spegnere il nostro desiderio di libertà e indipendenza".

TEL AVIV - Il segretario generale di al Fatah in Cisgiordania, Marwan Barghuti , è stato condannato a cinque ergastoli per la morte di cinque israeliani. Questa la sentenza definitiva del processo emessa dal tribunale distrettuale di Tel Aviv che ha condannato Barghuti oltre che a cinque ergastoli (uno per ogni israeliano ucciso in attentati legati alle sue attività) anche ad altri 40 anni di carcere. "L'accusato - hanno stabilito i giudici - guidava un apparato terroristico".

Il dirigente palestinese subito dopo la condanna ha affermato che "l'Intifada trionferà" e ha fatto il segno di vittoria con le dita, come hanno riferito persone presenti nell'aula. Barghuti, parlamentare del Consiglio legislativo palestinese e leader di al Fatah in Cisgiordania, non intende appellarsi in quanto non riconosce la legittimità del processo, intentato nei suoi confronti dopo che fu rapito a Ramallah da una unità militare israeliana.

Dure le reazioni palestinesi alla pesante condanna inflitta dai giudici di Tel Aviv. L'Autorità nazionale palestinese (Anp) di Yasser Arafat, in un breve comunicato, contesta la condanna di Barghuti e riafferma pieno sostegno al leader di al Fatah e alla sua famiglia. "Israele ha commesso un errore grave", ha aggiunto il ministro degli esteri Nabil Shaath.

La moglie di Barghuti, Fadwa, da parte sua, si è detta certa che la sentenza "non servirà a eliminare Marwan dalla scena politica e l'Intifada continuerà fino alla fine della occupazione israeliana".

"E' una sentenza politica, non ci sono dubbi. Volevano condannarlo a tutti i costi e lo hanno fatto", ha sostenuto Jawad Boulos, avvocato di Barghuti anche se per gran parte del processo, l'esponente palestinese aveva comunque preferito difendersi da solo.

Per il deputato palestinese Hatem Abdel Qader "Israele in realtà ha processato tutto il popolo palestinese. Ma ciò non servirà a spegnere il nostro desiderio di libertà e indipendenza".

Alla lettura della sentenza era presente anche l'europarlamentare italiana Luisa Morgantini (Rifondazione). "Oggi è un giorno triste anche per i tanti israeliani che credono nella pace - ha detto all'Ansa - Barghuti è un leader politico e può dare un contributo decisivo alla soluzione del conflitto. Speriamo di poterlo rivedere libero molto presto".

 
Rumsfeld: presto truppe americane in Asia PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansa   
Sabato 05 Giugno 2004 01:00

Rumsfeld spera che le forze Usa parteciperanno in un prossimo futuro alla lotta contro il terrorismo nell'Asia sud-orientale.

Il segretario alla Difesa, in visita alle truppe Usa su una nave da guerra nel porto di Singapore, ha aggiunto: 'Non possiamo attendere un nuovo attentato dobbiamo prendere l'iniziativa, trovare la rete dei terroristi, quelli che li finanziano e i Paesi che danno loro asilo'. Ma non ha precisato a quali operazioni potranno partecipare i soldati Usa.
 
Manda un sms a un amico: fermato dalla polizia PDF Stampa E-mail
Scritto da Corriere.it   
Venerdì 04 Giugno 2004 01:00

Aveva scritto un testo con le parole «pistola», «jet», «prigionieri»

Gran Bretagna, una squadra dell'antiterrorismo ha interrogato un giovane tecnico: ma erano sole le parole di una canzone
BRISTOL- Ha spedito un Sms a un amico. Tanto è bastato per essere raggiunto in ufficio da una squadra speciale dell'antiterrorismo britannico. Che l'ha portato nella sede della polizia, a Bristol, per un interrogatorio. La brutta avventura, rivelata in esclusiva dal quotidiano britannico «The Sun», è capitata a un tecnico di computer inglese. Il giovane, Mike, che nel tempo libero suona in una band tutta dedicata ai Clash, ha spedito questo testo a un amico, anche lui nel gruppo musicale: "Tommy Gun? Ok - Dunque, accordiamoci sul prezzo e facciamo che un jet di linea vale dieci prigionieri".

CANZONE - Che cosa significa? Per Mike era tutto chiaro: «Il mio amico non ricordava le parole di una canzone dei Clash, "Tommy Gun" - ha spiegato il giovane ai giornalisti del Sun -. Tutto qui: io gliele ho spedite via sms». La «visita» degli agenti dell'antiterrorismo nel suo ufficio ha svelato però che gli sms, così come probabilmente le email e le telefonate, vengono monitorati da supercomputer capaci di analizzare milioni di testi e isolare quelli che contengono parole-chiave come aereo, pistola (gun, in inglese), prigionieri e così via.

BUONA FEDE - Per fortuna Mike è riuscito a convincere un imbarazzatissimo agente della sua buona fede («A dire il vero era molto imbarazzato dopo che gli ho raccontato che quelle parole erano in una canzone dei Clash»). Ma resta aperta una questione: davvero le  
IRAQ: ESERCITO USA INDAGA SU EPISODI FURTI COMPIUTI DA SOLDATI PDF Stampa E-mail
Scritto da AGI   
Mercoledì 02 Giugno 2004 01:00

Dopo gli abusi nelle carceri, i furti nelle case degli iracheni: il nuovo round di indagine in corso nell'esercito statunitense riguarderebbe una serie di casi di furti in denaro e gioielli compiuti dai militari americani.

Secondo il 'Washington Post', l'esercito ha avviato
indagini su almeno 18 casi di furto ai danni di civili compiuti
dai soldati statunitensi durante le perquisizioni e i raid
nelle abitazioni.
Citando fonti investigative, il 'New York Times' scrive che
in alcuni casi i militari avrebbero rubato denaro contante agli
iracheni durante i controlli ai posti di blocco, soldi
sottratti con il pretesto della confisca di beni che potrebbero
foraggiare la guerriglia. Su 91 indagini avviate per cattiva
condotta da parte dei militari, almeno 59 casi sono ora chiusi.
Secondo la fonte del Washington Post, le indagini hanno portato
ad almeno 14 processi in corte marziale e a sette condanne non
giudiziarie; ma non e' chiaro chi, per cosa o con quali
risultati sia stato condannato. (AGI)
 
AHMAD AL-SHAIKH: AL JAZEERA E' UNA VOCE LIBERA PDF Stampa E-mail
Scritto da Al-Awda-Italia   
Mercoledì 02 Giugno 2004 01:00

La televisione satellitare Al Jazeera ha costituito un'autentica rivoluzione nell'informazione del mondo arabo, quando nel novembre 1996 ha iniziato le trasmissioni.

Affrontandoliberamente tutti gli argomenti, anche quelli piu' delicati, haprima stupito, poi appassionatol'opinione pubblica araba.Molti governi, sia arabi comequello statunitense, non hanno gradito l'approcciodell'emittente, divenuta una fonte di informazione di assoluto livello internazionale negli ultimi tre-quattro anni.
I redattori di Al Jazeera raccontano che quandoil presidente egiziano Hosni Mubarakvennein visita a Doha,capitale del Qatar, dove si trova la sede della televisione, chiesedi poterla visitare. Arrivandodavanti all'edificio basso e modesto, che ospitail quartier generale di Al Jazeera (ma una nuova sede,piu' ampia, e' gia' quasi pronta e aprira' i battenti nei prossimi mesi),ha detto:"dunque,e' questa scatola di fiammiferi che crea tutti questi problemi?". Arabmonitor ha incontrato presso il suo ufficio a Doha il direttore responsabile di Al JazeeraAhmad Al-Shaikh. Cinquantacinque anni, originariodi un villaggio vicino a Nablus, in Palestina, Al-Shaikh ha il passaporto giordano e la carta d'identita` dell'Autorita' palestinese. Nota interessante: tra icirca cento giornalisti della rete, i palestinesi costituiscono la maggioranza.

*E' vero che la magistratura italiana vi ha chiesto il videodell'esecuzione di Fabrizio Quattrocchi, l'ostaggiosequestrato in Iraq?

"Lo hanno richiesto in molti, ma non la magistratura.Non lo abbiamodato a nessuno, e anche se fosse l'autorita' giudiziara a chiederne la consegna, prima di farlo,chiederemmo l'opinione dei nostri avvocati.Gli unici che lo hanno visto, sono stati i rappresentanti diplomatici italiani qui a Doha. Alcuni giornali italiani, in modo particolare il Corriere della Sera,ci hanno attaccato,accusandoci di aver voluto proteggere l'identita' dei rapitori. Un'accusa vergognosa.Abbiamo voluto semplicemente difendere la dignita' della vittima, della sua famiglia e risparmiare agli spettatori una sequenzabrutale. Questa e` la ragione per cui non abbiamo mai voluto trasmettere ildocumento".

*Come si spiega l'uccisionequasi immediatadell'ostaggio italiano, e la lunga detenzione dei suoi compagni,mentre numerosi altri ostaggi stranieri sono stati liberati qualche tempo dopo ilrapimento?

"Rispondo a titolo personale, e non come Al Jazeera. Penso che le sceltedel governo italiano abbiano pesato molto in quello che e' successo".

*Qual e' a suo avviso il maggiore risultato ottenuto da Al Jazeera come mezzo di informazione?

"Prima di noi, esistevanotanti tabu' nel mondo arabo che nessuno aveva il coraggio di affrontare.Lo abbiamo fatto e oggi sono oggetto di dibattito pubblico".

*Quali sarebberoquesti tabu' ?

"Che non e` accettabile che un presidente rimanga tale per 25 anni. Che esiste un'ottusita` religiosa. Che il trattamentoriservato alle donne deve cambiare".

*Parliamo di fatti legati all'attualita' araba. Che ne pensa della dichiarazionerilasciataa Tunisi, al vertice arabo, dal leaderlibico Gheddafi, secondo il quale e' fuori luogotenere dei vertici arabi, mentre due presidenti arabi, Yasser Arafat e Saddam Hussein, siedonoin prigione?

"Quello che dice e' vero, ma non e' certo Gheddafi la persona piu' indicata a fare queste dichiarazioni.I dirigenti arabi hanno tutto il diritto di riunirsi e discutere, quello che suscitarabbia e' che gli accordi verbali tra i leaderarabi non si trasformanomai in azione concreta".

*Cosa succedera' in Iraq dopo il 30 giugno?

"Gli americani consegneranno la sovranita' agli iracheni oppure sara' un fiasco. Ma mi domando come possa essere sovrano un Paese in cui rimangono 140mila soldati stranieri? Certo, c'e` l'esempio del Giappone. Ma il Giappone
 
Israele: lo spettro della tortura PDF Stampa E-mail
Scritto da Peacereporter   
Mercoledì 02 Giugno 2004 01:00

(Nella foto, uno dei carcerieri americani di AbuGhraib in Iraq) "I soldati americani, purtroppo, non sono i soli". Questo l´amaro commento del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele (Pcati), un´organizzazione per i diritti umani indipendente fondata nel 1990 che monitorizza l´applicazione della legge nelle carceri e, da tempo, si batte per l´abolizione della tortura durante gli interrogatori da parte delle autorità israeliane e palestinesi. "

Condanniamo fermamente gli abusi di cui hanno sofferto i detenuti iracheni per mano di soldati britannici e statunitensi", si legge nel loro comunicato. "E, al tempo stesso, chiediamo al governo israeliano di porre fine al maltrattamento di prigionieri palestinesi da parte delle forze di sicurezza". Secondo quanto diffuso ultimamente dalla stampa, soldati britannici e americani picchiavano sistematicamente, maltrattavano, abusavano sessualmente e sodomizzavano i detenuti iracheni. Una pratica, quella della tortura, che sembra tuttavia non conoscere limiti geografici o di tempo. Il Pcati ha infatti ricevuto numerosissime proteste riguardanti l'abuso di detenuti palestinesi da parte di soldati dell'Esercito israeliano e della polizia di frontiera durante la fase dell'arresto e nei luoghi di detenzione. Il quadro che ne esce, è il maltrattamento dei prigionieri come una procedura standard di violenza e umiliazioni, come una parte inseparabile dell'esperienza detentiva dei palestinesi in condizioni disumane. Le forme di maltrattamento descritte dai detenuti comprendono: percosse, schiaffi e calci, intimidazioni, minacce, l´uso di manette di plastica che causano gonfiori, tagli e dolori intensi ai polsi; i prigionieri a volte vengono poi costretti a correre bendati. Spesso sono sistemati all´aperto o in "gabbie" esposte al caldo, al freddo e alla pioggia. Le celle sono sovraffollate, senza letti, lenzuola, coperte e servizi igienici. Inoltre ai detenuti viene negato accesso regolare alle toilettes, alle docce e, per settimane, non è consentito loro un cambio di vestiti. Il cibo è poco e di scarsa qualità, e manca un'assistenza medica. Questa è la storia di Khader Rais, arrestato l'11 gennaio 2004. In una deposizione scritta e giurata raccolta dall'avvocato Labib Habib, Rais sostiene che i soldati che l'hanno arrestato, l'hanno spinto giù da una lunga rampa di scale, con le mani bloccate dietro la schiena da un paio di manette, e gli occhi bendati. Rais è stato poi portato al Centro di Detenzione russo a Gerusalemme; mentre i soldati lo conducevano là, gli sferravano calci sulle gambe. Un altro incidente è stato riportato da Ahmed Atallah, arrestato dalla polizia di frontiera il 27 agosto 2003. In una deposizione giurata raccolta dall´avvocato Inas Younes, Atallah afferma che i poliziotti l´hanno fatto salire su una loro camionetta, dove l´hanno picchiato ripetutamente; lui era ammanettato e la camicia gli copriva la faccia, in modo che non potesse vedere. Un mese prima del suo arresto, Atallah aveva riportato una ferita da arma da fuoco a una spalla, la ferita non si era ancora del tutto rimarginata. Lo ha detto ai poliziotti, ma questi hanno continuato a colpirlo. Uno di loro ha addirittura appoggiato il fucile sulla spalla ferita di Atallah e ha sparato, mirando fuori dalla camionetta. Atallah, a quel punto, non è più riuscito a sostenere il dolore ed è svenuto. I poliziotti l´hanno scosso finché non ha ripreso conoscenza e poi hanno tentato di costringerlo a

cantare: "One humus one ful, I love you `Mishmar Hagvul´ (polizia di frontiera)". Lui si è rifiutato, e loro hanno ripreso a picchiarlo. Un poliziotto l´ha quindi portato in un Centro di detenzione presso la sede della Brigata Binyamin, dove gli abusi sono continuati. Tre soldati, che Atallah conosce per nome (Erez, Oz e Kruz), avevano l´abitudine di bestemmiare, urlare e picchiare, anche se non provocati. In tutti e due i casi, è stata fatta una protesta formale al magistrato dell´Esercito, il generale Menachem Finkelstein. Le informazioni sulle torture praticate da soldati americani e britannici hanno scatenato un mare di polemiche sia negli Stati Uniti che in Europa, e sono state largamente coperte da giornali e tv. Al contrario, molte denunce riguardanti azioni simili da parte di soldati israeliani sono state accolte dai media e dall´opinione pubblica israeliana nella più totale indifferenza e silenzio. Per questa ragione, il Comitato Pubblico c

 
La rapina chiamata "ricostruzione" PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Hamam   
Lunedì 31 Maggio 2004 01:00

In questi giorni è uscito un volumetto dal titolo "Eurobusiness in Iraq: dall'esportazione della democrazia ai subappalti USA", edito da Manni Editori.

Si tratta di 100 pagine (per lo più contenenti articoli tratti dalla Rete) prefate da Manlio Dinucci - lo stesso autore de "Il potere nucleare. Storia di una follia da Hiroshima al 2015" - che tentano di far chiarezza sul colossale "Affare Iraq". Il primo merito che ha questo libro è l'aver fornito un valido strumento a chi vuole farsi un'idea di cosa sta avvenendo in Iraq dietro le quinte del teatro bellico, con quell'operazione chiamata "ricostruzione". Nome, questo, che leggendo il libro inizia con l'apparire dapprima dubbio, poi improbabile e infine ridicolo. E infatti il secondo merito di questo volumetto è l'aver chiamato le cose con il loro nome: non "ricostruzione" ma "svendita". A svendere un intero Paese come l'Iraq è uno straniero, gli Stati Uniti, che armato di tutto punto e basandosi su motivazioni del tutto menzognere ne ha distrutto le infrastrutture - ministeri, porti, aeroporti, ponti, strade, impianti idrici, elettrici - i settori di macro e microeconomia, radendo al suolo tutto ciò che sarebbe poi stato possibile "ricostruire". "La guerra per il dopoguerra", come qualcuno ha definito le imprese belliche statunitensi. Ma il libro della Manni va oltre. Ricondotto il ruolo degli Stati Uniti d'America nel giusto contesto e chiaritene le dimensioni, passa a spiegare il sistema con il quale sta avvenendo la più grande e colossale svendita della storia. Illuminante, in questo senso, è non solo il saggio di Dinucci, ma anche un piccolo articolo dello scorso aprile a firma di Naomi Klein tratto da "The Nation". Leggiamo: "L'Iraq sta per essere trattato come una lavagna vuota sulla quale i peggiori ideologi neoliberisti di Washington possono disegnare l'economia che sognano: completamente privatizzata, in mano agli stranieri e aperta alle speculazioni […] Cos'ha da fare una superpotenza votata alla crescita ma in crisi recessiva? Dopo tutto i negoziati con nazioni sovrane sono duri. Molto più facile distruggere il paese, occuparlo, quindi ricostruirlo come vuoi. Bush non ha rinnegato il liberoscambismo […] ha semplicemente una nuova dottrina: "Bombarda prima di comprare" […].Quanto si sta pianificando non sono riparazioni, ricostruzione o reinserimento. E' rapina: furto massiccio mascherato da carità".
Ma cosa si sta rapinando in Iraq? Di tutto: petrolio, acqua, strade, telefoni, treni, porti, aeroporti, trasporti, medicine, ospedali e persino i libri scolastici, alla cui stampa pensa una società statunitense. Tutto ciò che prima aveva l'Iraq, che era resistito a 12 anni di tremendo embargo internazionale - che in questo contesto appare un buon sistema per annientare l'impianto infrastrutturale statale iracheno in previsione di qualcos'altro - è stato privatizzato e dato in mano alle industrie statunitensi che poi hanno caritatevolmente subappaltato i prime contracts (il grosso dell'affare, per capirci) ai loro amici fedeli che hanno fatto da "palo" alla rapina in corso: Gran Bretagna, Polonia, Spagna (che ora rischia le ire Usa) e in prima fila l'Italia. E appare chiaro lo stretto legame tra sforzo profuso (supporto militare) e ricompensa assegnata (subappalti): come dire, più truppe invii più chances avrai di aggiudicarti i contratti di subappalto delle nostre industrie. E' per questo che Valentino Parlato, nell'ultimo capitolo, definisce questi stati "mercenari": "Mi alleo e guadagno diritto alla mia mercede". Dai "fortunati" sono stati, ovviamente, esclusi i "cattivi" - i cui capofila sono Francia e Germania - ma, nell'immensa bontà statunitense, sono state incluse le industrie di nazioni quali le Isole Solomon o Palau. E dell'Iraq stesso. Peccato che poi, all'atto pratico, non siano in grado di partecipare alle gare vista la mancanza dei requisiti fissati - guarda caso - proprio dagli Stati Uniti (spesso solo un alto fatturato). Quindi, per esempio, alle industrie statunitensi - la maggior parte delle quali legate

 
Stuprata davanti al padre PDF Stampa E-mail
Scritto da Islamonline   
Lunedì 31 Maggio 2004 01:00

E' successo ad un irakena sedicenne. Prosegue la campagna di esportazione della democrazia al popolo irakeno. Benvenuti nel mondo libero...

“Il soldato americano le ha strappato i vestiti e l’ha violentata di fronte al padre che era legato poco lontano” così denuncia Saddam Saleh, ex detenuto nel carcere di Abu Ghreb, dove i militari USA si sono distinti per le umiliazioni imposte ai prigionieri. Saleh è stato uno dei primi a raccontare le torture, compresi gli abusi sessuali, di cui erano vittime gli iracheni in quel carcere. In una intervista ad ash-Sharq al-Awsat di mercoledì 19 maggio, ha rivelato di aver assistito allo stupro di una ragazza meno che sedicenne. Si sfoga: “La ragazza ha iniziato ad urlare. Non posso descrivere come era quella voce…continua ad ossessionarmi. Quale animale farebbe una cosa del genere?” Saleh ha 29 anni ed ha passato quattro mesi ad Abu Ghreb. Per 18 giorni, 23 ore al giorno lo hanno lasciato nudo, con mani e caviglie legate alle sbarre della cella, costretto ad ascoltare musica ad altissimo volume. Né può scordare la soldatessa americana che gli urinava addosso,lo picchiava con una sbarra di ferro, e lo trascinava a terra legato ad una catena.
E’ lui che appare nella foto che ha fatto il giro del mondo, quella della fila di prigionieri nudi con un sacco in testa, con la soldatessa Lynndie England che indica i loro genitali mentre fuma una sigaretta.

Saleh è entrato in carcere nel dicembre 2003 e ne è uscito il 28 marzo scorso. Quel giorno stava andando a fare acquisti per la casa dove sarebbe andato a vivere con la futura sposa. La polizia l’ha fermato per un controllo e, trovandolo in possesso di una grossa cifra di denaro, l’ha portato al comando americano. Solo giorni dopo ha scoperto che lo accusavano di finanziare una cellula terroristica.
Il suo desiderio è di testimoniare di fronte alla Corte Marziale al processo contro Jeremy Sivits, il militare che appare in molte delle foto incriminate. “Entrerò in quell’aula ad ogni costo, e mostrerò loro tutte le prove”, dice. Sostiene la necessità che il popolo iracheno partecipi in prima persona a questo processo per fare sentire la propria voce, e rimediare al paradosso per cui a giudicare i reati commessi a danno degli iracheni siano le stesse forze di occupazione. Una situazione, nelle sue parole, in cui “Il nemico ed il giudice sono la stessa persona”.

Tratto da Islamonline, 19.05.04

Tradotto da Elena Volpi
 
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