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Conflitti
Lynndie England: "obbedivo agli ordini" PDF Stampa E-mail
Scritto da repubblica.it   
Mercoledì 12 Maggio 2004 01:00

"Stavamo facendo il nostro lavoro, il che significa che stavamo eseguendo ciò che ci era stato ordinato ed il risultato era ciò che i superiori volevano".

Nuovi particolari sulle torture ad Abu Ghraib emergono dall'intervista a Lynndie England (la soldatessa che compare in diverse pose nelle foto che testimoniano le torture in Iraq) all'emittente Kcnc di Denver in Colorado. Dal carcere militare di Fort Bragg, dov'è detenuta, la England conferma di aver "ricevuto istruzioni da persone di grado superiore di posare lì, di tenere questo guinzaglio...loro poi hanno scattato le foto". E ancora: "Certo, pensavo che fosse tutto un pò strano, ma per quanto ci riguarda stavamo facendo il nostro lavoro, il che significa che stavamo eseguendo ciò che ci era stato ordinato ed il risultato era ciò che i superiori volevano".Alla domanda se i prigionieri ricevessero trattamenti anche peggiori la ragazza risponde "sì", senza però dare altre spiegazioni".

 
Torture: Bush è con Rumsfeld PDF Stampa E-mail
Scritto da Lastampa.it   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

Alla Difesa «lavoro superbo». Il presidente vede foto inedite al Pentagono: faremo giustizia

11 maggio 2004

BAGHDAD (Iraq). Il presidente George W. Bush non scarica il segretario alla difesa Donald Rumsfeld. Anzi, al termine di una visita al Pentagono, ne fa un forte elogio, lodandone il coraggio e la leadership: «L'America ha un debito di riconoscenza nei suoi confronti, sta facendo un lavoro superbo», dice.

Nella bufera per le sevizie inflitte da soldati americani a detenuti iracheni, Rumsfeld resta, dunque, al suo posto, con tutto lo Stato Maggiore della difesa americano, confortato dalle parole del presidente. Almeno per ora. Lo scandalo delle sevizie nel carcere di Abu Ghraib tiene in serbo altre puntate, migliaia d'immagini di umiliazioni e di violenze. Se ne rende conto di persona Bush, che, al Pentagono, vede una ventina di foto e mini-video finora inediti: squallidi souvenir della campagna della vergogna divenuti la prova schiacciante e imbarazzante di comportamenti abominevoli.

Le immagini mostrate a Bush non riguardano stupri, ma sono «sconvolgenti»: contengono - a quanto s'è appreso - «atti di degradazione dell'individuo e comportamenti inappropriati anche di natura sessuale».

È la prima volta che il presidente vede qualcosa che non sia già stato pubblicato. «La sua reazione - racconta il suo portavoce Scott McClellan - è stata di profondo disgusto e d'incredulità»
che soldati americani abbiano potuto arrivare fino a quel punto d'aberrazione e degrado.

Casa Bianca e Pentagono stanno valutando se cercare di controllare il danno della pubblicazione di foto e video diffondendone una parte di loro iniziativa, evitando di mettere in circolazione solo i documenti più crudi.

Oggi una parte del materiale sarà mostrato a deputati e senatori: un gruppo ristretto, per limitare le fughe di notizia alla stampa (che, comunque, ci saranno).

Al termine della visita al Pentagono, dove ha ricevuto un rapporto dettagliato sull'andamento del conflitto e sullo scandalo delle sevizie, Bush è parso teso e scuro in volto dopo avere ribadito il suo appoggio allo staff politico-militare dice che i responsabili dello scandalo saranno individuati e giudicati. Le loro azioni, nota, «hanno causato danno» agli Stati Uniti «ben oltre le mura della prigione» degli orrori di Abu Ghraib contribuendo ad ispessire i dubbi sulla missione americana e sulle sue motivazioni. Bush parla di «abusi crudeli e disgraziati» che sono «un insulto al popolo iracheno» e «un affronto ai livelli più elementari di moralità e di decenza».

La linea politica resta però inalterata; la priorità è - dice - la sicurezza dell'America; «daremo alle nostre truppe tutti i mezzi necessari per portare a termine il loro lavoro. Intendiamo completare l'opera che abbiamo cominciato verso un Iraq libero e
democratico».

lastampa.it

 
Senza aiuti l'Iraq muore PDF Stampa E-mail
Scritto da Famiglia Cristiana (Fulvio Scaglione)   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

Sempre più esigui i contributi per le ricostituzioni postbelliche di un paese distrutto da due guerre e da un severissimo embargo.

«Il problema, innegabile, è questo: i militari sono solo una componente del nation building, della ricostruzione di una nazione». Impossibile non dar ragione al generale Giulio Fraticelli, capo di Stato maggiore dell’Esercito, quando fa notare, in una recente intervista, che l’impiego delle truppe non è la soluzione quando il problema è quello di uno Stato che si disgrega e di una nazione che drammaticamente si divide. Una realtà che non riguarda solo il contingente italiano di stanza a Nassiriya e neppure il solo caso, pur clamoroso, dell’Iraq.Se andiamo a ripercorrere i dati, vediamo che il nation building sta ottenendo sempre meno fondi. In Kosovo sono stati spesi 814 dollari l’anno per abitante, a Timor Est 256, in Bosnia 249, giù giù fino ai poveri 67 dollari l’anno per abitante spesi finora in Afghanistan. Facile notare che i contributi ai vari dopoguerra si son fatti via via più esangui, anche perché nel frattempo siamo intervenuti in Paesi sempre più grandi e popolosi.

L’Occidente e i suoi alleati, insomma, non hanno abbastanza quattrini (o li hanno e non possono spenderli) per tutte le imprese in cui si lanciano. Saranno conti della serva, ma sarebbe stato meglio tenerli a portata di mano prima di promettere la ricostruzione dell’Irak. Non bastano gli interventi armati, dunque, e neppure le forze armate, come ricorda il generale Fraticelli. Il quale, poi, per carità di patria, evita di affondare il colpo e si limita a lamentare l’assenza delle "associazioni non governative" e delle "organizzazioni internazionali" dalla regione irachena controllata dalle truppe italiane.

È una rimostranza che i nostri soldati hanno finora espresso solo a mezza bocca, ma che è ben presente ai loro occhi, anche perché gli ordini e le priorità della missione in Irak sono chiari: primo, garantire la sicurezza dell’area; secondo, agevolare l’afflusso degli aiuti umanitari e la ricostruzione. I contingenti che si sono avvicendati a Nassiriya, invece, hanno dovuto fare l’uno e l’altro: proteggersi e proteggere gli iracheni, ma anche far ripartire la centrale elettrica, distribuire gli stipendi agli ex soldati, asfaltare le strade. 

Per i Britannici le torture sono una "normale procedura" PDF Stampa E-mail
Scritto da AGI/REUTERS   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

Anche se il novanta per cento dei detenuti iracheni erano stati arrestati per sbaglio. Ma le truppe della Coalizione non vanno troppo per il sottile.

Ai funzionari della Croce
Rossa che avevano visto i prigionieri iracheni tenuti per
giorni e giorni nudi e incatenati a buio, i militari britannici
risposero che quel trattamento faceva "parte della procedura":
la denuncia e' contenuta nelle 24 pagine del rapporto della
Croce Rossa sulle sofferenze inflitte alla popolazione irachena
per mano delle truppe della coalizione che occupa l'Iraq.
Nelle anticipazioni trapelate su quel rapporto si apprende
che, secondo i servizi di informazione militari, fino al 90 per
cento dei detenuti nelle carceri iracheni erano stati catturati
per sbaglio. Secondo la Croce Rossa (ai cui funzionari viene
riconosciuta particolare libertà di accesso nei campi di
prigionia delle zone di guerra), abusi e maltrattamenti
inflitti ai prigionieri "andarono oltre i casi eccezionali, e
potrebbero essere considerati una prassi tollerata dalle Forze
della Coalizione".
In alcuni casi, denuncia il rapporto, il trattamento
inflitto ai prigionieri "equivale alla tortura".

 
L'effetto torture si allarga a macchia d'olio PDF Stampa E-mail
Scritto da ANSA   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

In Afghanistan, nel carcere di Shibergan, novecento prigionieri torturati e umiliati, sono stati trasferiti a Kabul.

KABUL, 11 MAG - Trasferiti a Kabul circa 900 prigionieri afghani dopo uno sciopero della fame per i maltrattamenti subiti nel carcere di Shibergan. Il trasferimento e' avvenuto su 'decreto presidenziale', ha precisato il direttore delle carceri Abdul Salam Bashshi. I detenuti, catturati durante l'offensiva Usa contro il regime taleban, ora si trovano in una prigione alla periferia orientale di Kabul. Un tribunale di Kabul vaglierà individualmente la loro situazione.
 
Putin decora Kadyrov alla memoria PDF Stampa E-mail
Scritto da ANSA   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

Conferita la Stella di eroe della Russia alla memoria del Presidente ceceno. Vladimir Putin conferma l'intenzione di non cedere sul fronte ceceno. Prosegue la guerra trasversale per il controllo dell'Asia centrale

Il presidente russo Vladimir Putin ha compiuto una visita lampo oggi a Grozny, due giorni dopo l'uccisione Akhmad Kadyrov, per consegnare alla famiglia del presidente ceceno la massima onorificenza militare: 'la stella di eroe della Russia'. Alla vedova di Hussein Issaiev, capo del consiglio di Stato ceceno, Putin ha conferito 'l'ordine del coraggio'. Putin ha riferito della sua visita durante una riunione del governo svoltasi a Mosca dopo il suo rientro.
Il presidente russo, ai membri del governo russo, con i quali si è incontrato al suo rientro a Mosca dopo il viaggio lampo, ha detto che in Cecenia, 'una serie di questioni necessitano di risposte rapide e operative'. E ha impartito al ministro degli interni Rashid Nurgaliev l'istruzione d'inviare in rinforzo in Cecenia altri 1.125 uomini delle truppe de
 
Le basi USA in Italia PDF Stampa E-mail
Scritto da iraqlibero.net   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

Panorama delle installazioni statunitensi sul suolo italiano. E' poco più della "riconoscenza" che il Presidente del Consiglio ci invita ad avere nei confronti degli americani...

Le sigle
USAF: aviazione
Navy: marina
Army: esercito
NSA: National security agency [Agenzia di sicurezza nazionale]
SETAF: Southern european task force [Task force sudeuropea]

Elenco per regioni


TRENTINO ALTO ADIGE


1. Cima Gallina [Bz]. Stazione telecomunicazioni e radar dell'Usaf.

2. Monte Paganella [Tn]. Stazione telecomunicazioni Usaf.



FRIULI VENEZIA GIULIA


3. Aviano [Pn]. La più grande base avanzata, deposito nucleare e centro di telecomunicazioni dell'Usaf in Italia [almeno tremila militari e civili americani ]. Nella base sono dislocate le forze operative pronte al combattimento dell'Usaf [un gruppo di cacciabombardieri ] utilizzate in passato nei bombardamenti in Bosnia. Inoltre la Sedicesima Forza Aerea ed il Trentunesimo Gruppo da caccia dell'aviazione Usa, nonché uno squadrone di F-18 dei Marines. Si presume che la base ospiti, in bunker sotterranei la cui costruzione è stata autorizzata dal Congresso, bombe nucleari. Nella base aerea di Aviano (Pordenone) sono permanentemente schierate, dal 1994, la 31st Fighter Wing, dotata di due squadriglie di F-16 [nella guerra contro la Jugoslavia nel 1999, effettuo' in 78 giorni 9.000 missioni di combattimento: un vero e proprio record] e la 16th Air Force. Quest'ultima è dotata di caccia F-16 e F-15, e ha il compito, sotto lo U. S. European Command, di pianificare e condurre operazioni di combattimento aereo non solo nell'Europa meridionale, ma anche in Medio Oriente e Nordafrica. Essa opera, con un personale di 11.500 militari e civili, da due basi principali: Aviano, dove si trova il suo quartier generale, e la base turca di Incirlik. Sara' appunto quest'ultima la principale base per l'offensiva aerea contro l'Iraq del nord, ma l'impiego degli aerei della 16th Air Force sara' pianificato e diretto dal quartier generale di Aviano.

4. Roveredo [Pn]. Deposito armi Usa.

5. Rivolto [Ud]. Base USAF.

6. Maniago [Ud]. Poligono di tiro dell'Usaf.

7. San Bernardo [Ud]. Deposito munizioni dell'Us Army.

8. Trieste. Base navale Usa.


VENETO


9. Camp Ederle [Vi]. Quartier generale della Nato e comando della Setaf della Us Army, che controlla le forze americane in Italia, Turchia e Grecia. In questa base vi sono le forze da combattimento terrestri normalmente in Italia: un battaglione aviotrasportato, un battaglione di artiglieri con capacità nucleare, tre compagnie del genio. Importante stazione di telecomunicazioni. I militari e i civili americani che operano a Camp Ederle dovrebbero essere circa duemila.

10. Vicenza: Comando Setaf. Quinta Forza aerea tattica [Usaf]. Probabile deposito di testate nucleari.

11. Tormeno [San Giovanni a Monte, Vi]. Depositi di armi e munizioni.

12. Longare [Vi]. Importante deposito d'armamenti.

13. Oderzo [Tv]. Deposito di armi e munizioni.

14. Codognè [Tv]. Deposito di armi e munizioni.

15. Istrana [Tv]. Base Usaf.

16. Ciano [Tv]. Centro telecomunicazioni e radar Usa.

17. Verona. Air Operations Center [Usaf ]. e base Nato delle Forze di Terra del Sud Europa; Centro di telecomunicazioni [Usaf].

18. Affi [Vr]. Centro telecomunicazioni Usa.

19. Lunghezzano [Vr]. Centro radar Usa.

20. Erbezzo [Vr]. Antenna radar Nsa.

21. Conselve [Pd ]. Base radar Usa.

22. Monte Venda [Pd]. Antenna telecomunicazioni e radar Usa.

23. Venezia. Base navale Usa.

24. Sant'Anna di Alfaedo [Pd]. Base radar Usa.

25. Lame di Concordia [Ve]. Base di telecomunicazioni e radar Usa.

26. San Gottardo, Boscomantivo [Ve]. Centro telecomunicazioni Usa.

27. Ceggia [Ve]. Centro radar Usa.



LOMBARDIA


28. Ghedi [Bs]. Base dell'Usaf, stazione di comunicazione e deposito di bombe nucleari.

29. Montichiari [Bs]. Base aerea [Usaf ].

30. Remondò [Pv]. Ba
 
«Pronti a proclamare lo Stato di Palestina» PDF Stampa E-mail
Scritto da Noreporter.org   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

«Una cosa è certa: non aspetteremo che Ariel Sharon metta in atto il suo piano di segregazione razziale. Non permetteremo che Israele trasformi le aree autonome palestinesi in ghetti e che inglobi ciò che resta dei Territori. La realizzazione del Muro dell'apartheid distrugge ogni spazio di dialogoe affossa qualsiasi soluzione negoziale del conflitto israelo-palestinese fondata sul principio di due Stati. Ciò che intendiamo mettere in atto èuna grande offensiva politica e diplomatica che contempli tra le sue opzioni anche quella di una proclamazione unilaterale dello Stato di Palestina»..Ad affermarlo è Yasser Abed Rabbo, membro del Comitato esecutivo dell'Olp,uno degli artefici dell'«Accordo di Ginevra».

Rabbo boccia anche il piano di evacuazione degli insediamenti ebraici nella Striscia di Gaza delineato
da Sharon: «Le dichiarazioni di Sharon sulla evacuazione delle colonie - sostiene Rabbo - sono un imbroglio con cui il premier israeliano cerca di coprire il suo piano di separazione razzista». Il blocco della costruzione
del Muro sarà uno dei temi al centro della missione in Europa del primo ministro palestinese Ahmed Qrei (Abu Ala), che da stasera sarà a Roma dove,nei due giorni di peramnenza, incontrerà il presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi, i leader dellopposizione, le massime autorità dello Stato e, giovedì, il Papa. «Ai nostri interlocutori europei - sottolinea Rabbo - chiederemo di essere coerenti con i pronunciamenti contrari alla realizzazione
del Muro e di agire su Israele perché ponga fine a questo atto di inaudita gravità». Rabbo insiste molto sul fattore tempo. «Non possiamo aspettare - ripete - che Sharon metta in pratica i propri proponimenti. Dobbiamo reagire
prima. Ed è ciò che faremo». E tra le reazioni possibili c'è anche la proclamazione unilaterale di indipendenza: «Si tratterebbe - spiega l'ex ministro dell'Informazione
dell'Anp - nell'autoproclamazione dell'Autorità nazionale palestinese come autorità che rappresenta uno Stato palestinese indipendente entro i confini del 1967 (quelli antecedenti alla Guerra dei Sei giorni, ndr.), con Gerusalemme Est come capitale. Quindi sarà chiesto il riconoscimento delle Nazioni Unite e della comunità internazionale. Ad una mossa unilaterale estrema e senza
ritorno, come è quella della realizzazione da parte israeliana del Muro in Cisgiordania, saremo costretti a replicare con un atto di analoga portata».

Il premier palestinese Abu Ala ha iniziato la sua missione in Europa insistendo sulla pericolosità del Muro in Cisgiordania. Condivide questa preoccupazione?
«Certamente. Chiunque abbia a cuore la pace in Medio Oriente deve far sentire la sua voce contraria ad una forzatura unilaterale condotta dal governo israeliano che, se portata a termine, chiude lo spazio ad ogni soluzione
negoziale del conflitto israelo-palestinese. Il piano delineato da Ariel Sharon ha come obiettivo quello di trasformare le zone palestinesi più popolate in ghetti e a usurpare il resto dei Territori».
Ma il premier israeliano parla anche di evacuazione dei coloni dalla Striscia di Gaza.
«Non cadremo nella trappola di Sharon. Le sue dichiarazioni sull'evacuazione delle colonie di Gaza, con il trasgerimento dei settimila coloni negli insediamenti
in Cisgiordania, sono un imbroglio che serve a coprire un piano di segregazione razziale indegno di un Paese che si dice democratico». Come intendete opporvi a questo progetto? «Con le armi della politica e della diplomazia. Stiamo valutando diverse opzioni e tra queste vi è anche, come extrema ratio, la proclamazione unilaterale di indipedenza».
Una prospettiva che Israele interpreta come una dichiarazione di guerra.

«E cos'è la costruzione del Muro se non il proseguimento della guerra scatenata contro il popolo palestinese? Questo atto arbitrario è stato condannato dalla stragrande maggioranza degli Stati membri delle Nazioni Unite, eppure
Israele fa finta di nulla. Cosa dovremmo fare? Restare in silenzio, o rallegrarci se Israele modificherà di qualche metro il tragitto del Muro? Ci siamo appellati alle Nazioni Unite, abbiamo investito della questione la Corte di giustizia
internazionale dell'Aja, e anche questo è stato visto dai governanti israeliani come una provocazione. Sharon sostiene a parole di essere ancora legatoalla Road Map (il Tracciato di pace messo a punto dal Quartetto Usa-Ue-Onu-Russia, ndr.) ma con i fatti sta già realizzando il suo piano di separazione unilaterale, che una volta portato a compimento realizzerà nei Territori un regime segregazionista degno del Sudafrica dell'apartheid».
Dalla separazione all'integrazione. Come valuta la proposta emersa dalla
 
Pestaggi, sevizie, minacce di stupro: i rilasciati raccontano il loro inferno nelle mani dei soldati americani PDF Stampa E-mail
Scritto da Repubblica.it   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Scivolano fuori lentamente, contano i passi che mancano all'ultimo filo spinato, si trascinano nella polvere. E non si voltano mai i dannati di Abu Ghraib. Zoppicano, barcollano, storditi dall'aria che non respiravano più e dalla luce che non vedevano più si guardano intorno sperduti, cercano una faccia amica, cercano un fratello, un padre, una madre. Poi finalmente calpestano un po' di terra che è la loro libertà.

E uno dopo l'altro, cominciano a raccontare gli orrori. Acqua bollente e sabbia infilata con gli imbuti nelle orecchie. Gas spruzzati negli occhi. Colpi di bastone in faccia e in testa. Sostanze irritanti spalmate sulla pelle. Minacce di stupro. Cani aizzati contro. Tutti gli incubi di Abu Ghraib. Parlano loro, parlano le vittime del carcere della vergogna.

Sembrano come fantasmi questi uomini che hanno appena lasciato l'inferno che è lì dietro. E' proprio lì a cento metri la prigione dove Saddam per trent'anni aveva massacrato gli iracheni, il "campo" dove soldati americani negli ultimi mesi hanno seviziato veri e presunti guerriglieri catturati in quel "triangolo sunnita" che da Bagdad tocca da una parte Falluja e dall'altra la città di Ramadi.

Mezzogiorno, sole implacabile, folla dei parenti che urla "go home" ai militari sempre più nervosi sulle torrette del carcere. Ecco, all'improvviso esce il primo dei quasi trecento prigionieri che saranno liberati entro il tramonto. Cammina a fatica, inciampa, cade, si rialza ondeggiando. E' alto, smilzo, la barba incolta. E' di Khanakine, un villaggio ad est della capitale. Si chiama Alì El Shibibi e ha trentadue anni. La sua voce sofferente spiega cosa è stata la sua vita per otto mesi: "Mi sono accadute cose terribili, in certi momenti avrei preferito morire. A settembre mi hanno rinchiuso là dentro e ho sempre dormito a terra. Di giorno e di notte i soldati americani mi prendevano a calci in faccia e nello stomaco, quando urlavo mi spruzzavano negli occhi un gas e non vedevo più niente. Loro ridevano e continuavano a picchiarmi". Alì si ferma, guarda il ragazzo che sta avanzando oltre il filo spinato. E' un altro che stava anche lui in uno degli otto "settori" di Abu Ghraib, era finito in una cella di pochi metri dove erano pigiati in venti. Il suo nome è Salh Hussein, è di Falluja. Salh non parla, non dice neanche una parola. E' sotto choc. Arriva un fratello e se lo porta via, lo carica su un furgone che scompare sulla strada per Bagdad.


La folla dei parenti arrivata di prima mattina davanti Abu Ghraib è in tumulto. I ragazzini cominciano a lanciare pietre contro i soldati, le donne gridano, gli uomini si accalcano sempre più vicini all'ultima barriera prima delle torrette. Esce Aizat, che ha 28 anni ed è di Ramadi. Anche lui da settembre era rinchiuso in una camerata dove ce ne stavano più di cinquanta. Racconta: "Ogni sera i soldati mi dicevano che mi avrebbero messo dentro le orecchie acqua calda e sabbia, qualche volta lo facevano... diventava un impasto come il cemento, il dolore era insopportabile, urlavo, piangevo e loro facevano finta di non sentire e continuavano a infilarmi acqua e sabbia nelle orecchie con un imbuto". E racconta: "Qualche volta mi gettavano addosso una sostanza irritante, ho tutta la pelle della schiena bruciata". Solleva la tunica bianca e mostra i segni della tortura. E racconta ancora: "Tutti i mesi li ho passati sdraiato a terra, di giorno e di notte. Non mi facevano alzare mai, appena provavo a sollevarmi mi insultavano e mi bastonavano. D'inverno accendevano i condizionatori per farci morire dal freddo. Eravamo sempre nudi, non ci facevano avere mai uno straccio addosso. Qualcuno ci diceva che prima o poi ci avrebbero anche violentato".

Escono soli o a gruppi di tre o di quattro i prigionieri sopravvissuti ai gironi di Abu Ghraib. Sono tutti ragazzi o giovani uomini. Oggi libertà anche per Hadi Phasan, vent'anni, preso una notte di sedici giorni fa in un quartiere di Bagdad insieme ai suoi quattro fratelli. Dice: "Da quella notte di metà aprile non li ho più visti, credo che siano ancora in un angolo di questa prigione. Per me e per i miei fratelli nessuna accusa specifica, ci hanno preso e basta. E poi portato qui". Apre la bocca Hadi e fa vedere che non ha più quattro o cinque denti. Spiega: "Me li hanno rotti a colpi di canna di fucile e di bastone, mi facevano domande alle quali non sapevo cosa rispondere
 
Ora gli Usa temono di perdere una guerra già vinta PDF Stampa E-mail
Scritto da Gazzetta del Sud   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Adesso, al Pentagono si teme che gli Stati Uniti possono perdere la guerra già vinta. Dopo oltre 400 giorni di combattimenti e d'occupazione, l'esito del conflitto appare incerto ai generali che operano sul terreno: c'è il rischio di non centrare gli obiettivi strategici, che decidono i politici.

Il dubbio serpeggia fra i generali: le perdite sul terreno sono più del doppio di quelle della Guerra del Golfo del '91 e la rivolta delle milizie sciite s’è sommata alla resistenza degli irriducibili sunniti. E lo scandalo delle torture rende più difficile ottenere l'appoggio degli iracheni.

La Casa Bianca, messa sotto pressione politica proprio dalla vicenda delle sevizie inflitte a detenuti iracheni da militari americani, preme sulle Nazioni Unite perché l'Irak, dopo il 30 giugno, cioè dopo il passaggio dei poteri dalle forze d'occupazione a un esecutivo iracheno, abbia un governo di politici e non solo di tecnici. Ma chi siano i politici rappresentativi dell'Irak oggi è difficile dire.

A scavare fra i rovelli di generali e ufficiali superiori delle forze armate degli Stati Uniti, è il Washington Post. Al Pentagono - scrive il giornale - si comincia temere che gli Usa in Irak abbiano la prospettiva di subire uno stillicidio di perdite per anni, senza riuscire a centrare l'obiettivo finale di un Paese libero e democratico: il che sarebbe una sconfitta strategica.

Secondo il giornale, “profonde divisioni stanno emergendo al vertice delle forze armate degli Stati Uniti sulla strategia d'occupazione dell'Irak e sulla conduzione delle operazioni”.

E divisioni esistono, fin dall'inizio, nell'amministrazione del presidente Gorge W. Bush: l’ultimo esempio delle frizioni fra il Dipartimento di Stato e il Pentagono è il fatto che Colin Powell non era stato informato dell'intenzione di Bush e di Donald Rumsfeld di chiedere al Congresso fondi supplementari per 25 miliardi di dollari per il conflitto iracheno.

La preoccupazione più concreta dei militari è che l'America finisca col prevalere militarmente, ma non conquisti l'appoggio degli iracheni. È un punto di vista non unanime, anzi ancora minoritario al Pentagono, ma che si sta diffondendo e che viene anche espresso in modo pubblico.

Il Washington Post, infatti, cita alti ufficiali che non si trincerano dietro l'anonimato.

Il generale Charles H. Swannack Jn., comandante della 82.a divisione aerotrasportata , un'unità che ha trascorso l'ultimo anno nel Irak occidentale, subendo perdite non trascurabili, crede che l'esercito americano stia ancora vincendo la guerra al livello tattico. Ma a chi chiede se gli Stati Uniti stiano perdendo il conflitto strategico, risponde: “Credo che, strategicamente, stiamo perdendo”.

Il colonnello Paul Hughes, che è stato il primo direttore della pianificazione strategica per l'Autorità d'occupazione americana in Irak, condivide la visione di Swannack e nota l'emergere in Irak di una tendenza a vincere le battaglie, ma a perdere la guerra, com'era già accaduto in Vietnam. “Se non garantiamo coerenza alla nostra politica, saremo strategicamente sconfitti”.

I militari, dunque, chiamano in causa i politici: il fallimento sarebbe dell'Amministrazione, non delle forze armate. Sorpreso dalla recrudescenza degli scontri, che nessuno si aspettava così intensi e così letali, a oltre un anno dalla caduta delle regime di Saddam Hussein, Bush - s

 
Unione Sadici Aguzzini PDF Stampa E-mail
Scritto da Carlo Terracciano   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Torture, stupri, omicidi, umiliazioni. Benvenuti nel "sogno americano", che finalmente si manifesta al mondo per quello che è ed è sempre stato: un incubo senza fine!

«Tu non conosci leggi umane, né divine, scellerato: anche una bestia ha un fondo di pietà»
«Io non ho pietà alcuna, dunque non sono una bestia»

William Shakespeare, Riccardo III


Una giovane donna trascina al guinzaglio un uomo nudo riverso sul pavimento di un carcere. La stessa donna mima la fucilazione di prigionieri nudi e incappucciati, mentre un'altra donna soldato ed un uomo alzano il pollice in segno di vittoria davanti ad una pila umana di detenuti completamente nudi, accatastati l'uno sull'altro. Un uomo incappucciato, con un poncio attende a braccia aperte, su una cassa, la scarica elettrica dai fili collegati alle mani e ai genitali; altri sono costretti a masturbarsi davanti ai loro aguzzini, mentre dei soldati-carcerieri trascinano sul pavimento tre uomini, sempre completamente denudati e ammanettati tra loro.
A conclusione (per ora) un cadavere incelofanato e ghiacciato il cui viso mostra gli evidenti segni delle torture subite.

Benvenuti nel "sogno americano", che finalmente si manifesta al mondo per quello che è ed è sempre stato: un incubo senza fine!

No, non siamo sul set di qualche filmino sado-porno, ma nella prigione irachena di Abu Ghraib e queste foto hanno oramai fatto il giro del mondo, suscitando sconcerto, orrore, indignazione e ripulsa in miliardi di persone.
Qui le truppe di occupazione insegnano agli iracheni prigionieri i primi rudimenti della democrazia made in USA.
Siamo solo all'inizio di un campionario degli orrori che neanche il più feroce nemico dell'imperialismo americano poteva immaginare.
A quanto sembra migliaia di foto e persino filmati con tanto di audio ci attendono nelle prossime settimane e mesi.
Ma, a prescindere dallo schifo che tutto ciò può indurre, vogliamo qui fare alcune considerazione a latere sulle torture; e specialmente per quanto riguarda le reazioni della stampa e le dichiarazioni dei politici americani e non sull'intera vicenda.

Una pratica, quella della tortura applicata ai nemici dell'America, che non è affatto una novità, un caso eccezionale. Dallo scotennare i nativi americani per 1$ a scalpo, alla politica della terra bruciata e delle carestie per gli stati Confederati ribelli, dallo schiavismo ai trattamenti disumani nei campi di prigionia per giapponesi e tedeschi (800.000 morti), dalla Corea al Vietnam fino all'America Latina dei militari golpisti addestrati alle tecniche di tortura nei centri strategici statunitensi.

Negli stessi Stati Uniti, con una popolazione carceraria di tre milioni (!) di disperati, le pratiche di sadismo sui detenuti, per lo più afro-americani e latini, sono all'ordine del giorno. Chi ha letto "Nel ventre della bestia" di Jack Henry Abbott?
Sullo scandalo iracheno Mumia Abu Jamal, prigioniero politico da anni nel braccio della morte di Sci Green, dichiara:
«Quanto è accaduto ad Abu Ghraib accade pressoché ogni giorno anche nelle prigioni USA. Le foto hanno dimostrato al mondo un aspetto che non tutti conoscono, soprattutto negli altri paesi: quello di un'America arrogante che impone la propria forza attraverso la tortura e l'umiliazione».
Graner, uno degli aguzzini di iracheni delle foto dello scandalo, faceva il secondino a Sci Green!
Il generale Miller è passato da Guantanamo ad Abu Ghraib, che rimarrà sempre in funzione.

Un bel contrasto con le dichiarazioni rassicuranti di un liberal alla Thomas Friedman che in Salvare l'onore dell'America dichiara sfrontatamente:
«Corriamo il rischio di perdere qualcosa di molto più importante della sola guerra in Iraq. Corriamo il rischio di perdere il ruolo dell'America quale strum
 
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