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Scritto da huffingtonpost.it   
Martedì 12 Gennaio 2021 00:55


Gli incentivi per un programma abbastanza caotico in Italia

La retribuzione del 34 % degli amministratori delegati delle maggiori società italiane è legata in parte anche alla riduzione delle emissioni di CO2. È un po’ come se Greta Thunberg bussasse ai piani alti della finanza italiana. E ottenesse dai super manager precisi obiettivi, mica chiacchiere! Se non si raggiungono, la parte variabile dello stipendio si alleggerisce. In realtà si tratta di un risultato dovuto alle pressioni dei Fondi d’investimento internazionali che chiedono una dose maggiore di sostenibilità ai grandi gruppi. E non si fidano di aziende “sporche” che sottovalutano i rischi climatici.
A fare la “radiografia verde” al Gotha della Borsa di Milano, ovvero alle 40 aziende quotate che fanno parte dell’indice FTSE MIB, è un report elaborato da Carbonsink, società italiana di consulenza specializzata in strategie climatiche, e da Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM). A questo proposito conviene ricordare che le aziende del FTSE MIB rappresentano di norma poco meno del 90% del controvalore delle azioni scambiate sul mercato italiano e circa l’80% della capitalizzazione. Quanto al titolo dello studio non lascia dubbi: “La percezione del rischio climatico nelle società quotate al FTSE MIB”.
Certo, la maggioranza delle grandi società non ha ancora collegato una parte dei super stipendi dei top manager alla riduzione delle emissioni. Tuttavia il segnale positivo c’è. A questo proposito vale la pena sottolineare che queste imprese per il loro prestigio e i rapporti stretti con migliaia di fornitori hanno un peso notevole fra le aziende minori quotate e non quotate, suscitando curiosità, interesse e spesso forme di emulazione.

Tutto bene, dunque? Mica tanto: “La nostra analisi”, precisa Andrea Maggiani, amministratore delegato e fondatore di Carbonsink ,“mostra che le aziende sono sempre più consapevoli dell’importanza dei cambiamenti climatici, ma c’è ancora molto lavoro da fare per essere preparati alle sfide che questi pongono”. Poi aggiunge: “Per le aziende avere obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni e prepararsi a fronteggiare i rischi legati ai cambiamenti climatici è ormai una questione di competitività e di strategia per continuare ad attrarre investimenti.”
Il rapporto innanzitutto punta la lente d’ingrandimento sulla governance ambientale delle 40 società. Scopriamo così che il 51% ha istituito un “Comitato manageriale” con il compito di studiare la transizione energetica. Si tratta di un elemento positivo perché questo comitato ha poteri reali includendo i vertici aziendali. Al contrario solo il 17% dei Cda ha imbarcato un consigliere “fit and proper”, ovvero competente e corretto, in campo ESG (Environmental, Social and Governance, cioè ambiente, campo sociale e governance). Una mancanza che priva i grandi gruppi di competenze preziose.
Luci e ombre emergono anche sulle strategie aziendali per mitigare il rischio climatico oppure per cavalcarlo. I casi emblematici come quello di ERG (quotata in Borsa senza far parte dell’indice FTSE MIB) che a suo tempo abbandonò il settore petrolifero per concentrarsi sulle rinnovabili sono pochissimi. Tuttavia il panorama sta cambiando anche in questo campo. E presenta degli elementi confortanti. Il rapporto Carbonsink-FEEM, ad esempio, sottolinea che il 56% delle aziende ha degli obiettivi di decarbonizzazione. Mentre ben il 93% svolge l’”Analisi di materialità”, vale a dire una valutazione del rischio climatico. “L’analisi di materialità”, osserva però Maggiani, “è un primo passo importante, non un punto di arrivo. Dimostra una presa di coscienza a livello aziendale, strategico, per cui il tema dei cambiamenti climatici è rilevante per le imprese e per i propri stakeholder e va gestito in maniera chiara”.

Un punto dolente, quando si parla di strategie ambientali, è quello delle analisi di scenario riferibili all’impatto del cambiamento climatico sull’intero business aziendale o sui mercati più rilevanti. La conferma: il 70% del campione non fa queste analisi. E in mancanza di scenari credibili costruiti con le tecniche appropriate si espone a grossi rischi. “Data la crescente importanza della valutazione dei rischi climatici per il mondo finanziario”, afferma Maggiani, “ci si può aspettare che l’analisi di scenario venga integrata sempre più nelle linee guida della rendicontazione non finanziaria, favorendo significativi passi avanti su questo fronte nel prossimo futuro”.
Un aspetto curioso del report riguarda la contraddizione fra la mancanza di “analisi di scenario” e il fatto che ben il 63% dichiara di aver inserito il tema del cambiamento climatico nelle sue politiche di gestione del rischio. Scavando ancora scopriamo che il 46% afferma di considerare con attenzione i “rischi fisici e le opportunità” schiusi dal cambiamento. Un rischio fisico, ad esempio, potrebbe essere collegato alla presenza di un impianto in una zona soggetta ad allagamenti. Mentre un’opportunità l’hanno sperimentata gli agricoltori britannici e del Nord Europa che grazie al riscaldamento globale hanno potuto puntare sulla coltivazione dell’uva e sul business del vino. Si registra invece una minore attenzione sui pericoli insiti nella transizione (34%), ad esempio quelli cui va incontro un’azienda dell’indotto auto che volesse passare dalla componentistica per le auto tradizionali a quella per le auto elettriche.
Infine la rendicontazione delle emissioni di gas serra. Viene fatta dal 95% delle imprese (ma il 5% la fa solo parzialmente) per quanto riguarda le emissioni dirette dell’azienda come quelle per il riscaldamento o per le macchine aziendali. La rendicontazione delle emissioni indirette dovute all’attività dell’azienda, come potrebbero essere le emissioni dei fornitori o quelle legate all’arco di vita del prodotto, invece è fornita solo dal 29% del campione e parzialmente da un altro 27%. Insomma, bene ma si potrebbe fare meglio.

 

 

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