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Scritto da insideover.com   
Lunedì 20 Giugno 2022 00:48


Crolli di borse

Il mondo si dirige verso una nuova crisi finanziaria con annesso rischio di recessione globale? Il marasma delle ultime settimane ha fatto destare gli allarmi. Tutte le borse principali, su scala globale, hanno perso da inizio anno tra un quinto e un quarto del loro valore, in Paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito la preoccupazione è sempre più rivolta alle dinamiche dell’inflazione galoppante in via di sviluppo e nel continente europeo la situazione non è meno preoccupante, i prezzi energetici sono soggetti ai massimi rincari dal 1973 in tutto l’Occidente, la ripresa post-Covid è sempre più anemica e, soprattutto, cresce un clima dominante di incertezza.

Il crollo delle borse
Le banche centrali di America e Europa stanno reagendo al caos con i primi, sostanziali, rialzi dei tassi di sconto dalla Grande Recessione ad oggi ma questo non sta facendo altro che generare ulteriore incertezza dato che i titoli di Stato e le obbligazioni corporate dei principali Paesi si erano abituati a una situazione fatta di continue iniezioni di denaro pubblico e circolazione facile delle risorse. Questo aveva, in particolar modo, scatenato i mercati finanziari: basti pensare che nell’ultimo semestre il Nasdaq, dopo la fine di questo ciclo, ha perso oltre il 31% della sua capitalizzazione tornando ai livelli di luglio 2020 proprio per l’esaurimento del circolo dei buyback azionari e del guadagno finanziario facile. Male anche il Dow Jones, che fa registrare -16,75%, e l’S&P500 (-21,28%). In Europa il Dax di Francoforte e il Cac40 di Parigi hanno perso circa il 16%, Piazza Affari il 20,4%. Tiene relativamente Madrid (-7,23%) e resiste con tenacia Londra (-3,59% da inizio anno), eccezioni in una situazione di caos generalizzato.

Siamo all’inizio di una situazione preoccupante o nel mezzo di una correzione brusca ma, tutto sommato, ordinaria? Le prove sono ambivalenti. Da un lato, sicuramente, ci troviamo in un contesto in cui il crollo degli indici borsistici sta avvenendosi a una velocità non conosciuta dalla brusca correzione della seconda metà del 2018, anno in cui si temeva che gli stimoli delle banche centrali fossero prossime all’esaurimento, dall’altro però non stiamo certamente assistendo a un’esplosione della bolla gonfiatasi nell’ultimo biennio. Nei mesi in cui aziende come Tesla, Apple e Alphabet trascinavano la corsa del Nasdaq e ovunque, nel mondo occidentale, le borse si dilatavano nonostante la crisi delle economie reali bloccate dai lockdown su queste colonne scrivevamo che la bolla americana potesse, in prospettiva, travolgere l’Europa qualora uno choc recessivo ne avesse frenato la corsa. Questo sinora non è successo e, anzi, lo sgonfiamento, ha avuto piuttosto la dinamica di un’inevitabile correzione a partire da livelli eccessivamente inflazionati. Come puntualizzato di recente, la picchiata iniziata ad aprile non è di per sé una cattiva notizia.

Il problema di fondo, da inquadrare in termini più ampi, è legato al fatto che nelle economie più avanzate la correzione borsistica va di pari passo con una crescente incertezza sul termine dei fondamentali reali dell’economia, già minati dalla Grande Recessione e dal Covid-19. L’idea di un crash finanziario simi-Lehmann o paragonabile alla botta della Grande Depressione del 1929 è oggigiorno fuorviante: la vera minaccia sta nella possibilità che le economie avanzate si sfibrino, nei prossimi anni, per logoramento strutturale non riuscendo a recuperare le batoste degli ultimi anni.


I segnali che preoccupano
A preoccupare, infatti, è la prospettiva di una mancata ripresa dell’economia reale, dei commerci, delle dinamiche produttive di un mondo di ieri che è tramontato mentre quello di domani deve ancora sorgere. Le prospettive di crescita della Cina sono state ridimensionate dai severi lockdown per contrastare il ritorno del Covid-19; la Federal Reserve americana è intervenuta per ovviare alla minaccia del surriscaldamento dell’economia legato a sussidi e dinamiche anti-crisi; le famiglie europee stanno affrontando una crisi legata al costo della vita alimentata da cibo, materie prime, energia; nei mercati emergenti si profilano addirittura fenomeni di crisi alimentare se non vere e proprie carestie.
Vale sempre la lezione di Charles Kindleberger che vede i mercati finanziari poco consci della propria storia e tesi a ripetere gli errori del passato, ma in questo caso più della miopia della finanza attratta, va detto, pesano politiche che hanno incentivato la creazione di un cosiddetto “momento Minsky” o di “trappola della liquidità”:  un periodo di stabilità forzatamente imposta con denaro emesso a fiumi dalle banche centrali e tassi a zero ha incoraggiato l’assunzione di rischi da parte del sistema finanziario mentre nel frattempo la trasmissione degli stimoli all’economia reale è stato pari o di poco superiore allo zero. Sono servite le conseguenze della pandemia per far sì che i trasferimenti diretti di risorse ai cittadini da parte degli Stati e il crollo delle catene del valore tradizionali creassero la dispersione produttiva necessaria a far riavviare il ciclo dei rincari, in una maniera dovuta però a crisi di offerta e non a espansioni della domanda nelle economie avanzate. Un’economia surriscaldata negli Usa è stata alimentata dalla massiccia dose di sussidi imposti dal governo federale, mentre un’economia anemica in Europa è stata colpita dai prezzi in volo delle materie prime. Il risultato è stato, in entrambi i casi, una feroce inflazione dettata da sottostanti reali.


Secondo Robin Brooks, capo economista dell’Institute of International Finance, la confluenza di questi shock suggerisce che l’economia mondiale è già in difficoltà. Tanto che i decisori politici hanno utilizzato il volano della guerra russo-ucraina per introdurre il concetto di “economia di guerra“. Una strana economia di guerra, invero, perchè promossa in assenza di un conflitto combattuto dalle nazioni più avanzate sul campo di battaglia, ma un concetto che di fatto consente ai decisori di esprimere l’indicibile: le dinamiche di crisi stanno diventando strutturali e la causa di fondo è che la globalizzazione e le sue logiche non funzionano più come un tempo. Lo si è detto al Forum di Davos, lo hanno dichiarato i guru della finanza, da Larry Fink a Ray Diallo, lo ha sottolineato anche il Segretario della Nato Jens Stoltenberg: la sicurezza è la vera priorità rispetto alla prosperità per i sistemi economici più avanzati. Sicurezza energetica, finanziaria, tecnologica, industriale da perseguire per fini geopolitici e strategici anche a scapito della crescita. Non si può dire, ma è così. E la foglia di fico dell’economia di guerra segnala la dinamica gramsciana di cui si parlava: il trentennio di globalizzazione entusiasta è terminato, ma i decisori politici del pianeta, complici relazioni internazionali ai minimi dalla fine della Guerra Fredda, non ne vogliono prendere atto.

Il rischio della stagnazione secolare
Innes McFee, capo economista globale di Oxford Economics, ha affermato al Financial Times che a causa di queste dinamiche “non ci sono dubbi sul fatto che l‘espansione economica globale sia vicina al picco, che stia rallentando e che i politici dovranno capire quanta stretta è necessaria. Ma”, dice, “per ora è ancora improbabile una recessione perché i responsabili politici hanno ancora gli strumenti per indietreggiare e stimolare se le cose peggiorano”. Plausibile che, nel breve periodo sia così, tanto che per gli Stati Uniti i dati danno più probabile una recessione per il 2024. Ma estendendo sul medio-lungo termine l’analisi non si può escludere che i prossimi anni presentino fasi di relativa paralisi della crescita associabili allo sdoganamento di una cosiddetta stagnazione secolare.
Tale concetto, coniato dall’economista Alvin Hansen negli Anni Trenta come analisi di un periodo prolungato di “riprese deboli che muoiono appena nate e depressioni che si alimentano a vicenda” sembra conformarsi perfettamente al “secolo delle emergenze”. Il risparmio si accumula in parallelo al debito e non genera investimenti, la crescita fatica a farsi strutturali, diverse recessioni causano graduali destabilizzazioni del sistema economico: sembra di rileggere, in larga parte, la storia dell’Occidente. Aggiungiamo disuguaglianza in crescita e instabilità sul lavoro e le produzioni industriali e il cerchio è completo.

Il rischio di precipitare nella “stagnazione secolare” è forse peggiore di quello di uno choc finanziario che porterebbe giù gli indicatori ma agirebbe per un periodo limitato nel tempo. L’Occidente deve temere, per la sua economia, il destino della Roma antica: non sono i tonfi a minacciare l’esistenza di un sistema, ma gli spegnimenti graduali. Come se ne esce? Ritrovando la forza di fare sistema. Ristabilendo regole certe per l’ordine economico e gli scambi internazionali. Capendo come governare la finanza in maniera da renderla funzionale alla crescita economica. Coordinando le politiche delle banche centrali maggiori per evitare il panico da inflazione. E soprattutto promuovendo investimenti capaci di rendere i settori di frontiera, ad alto tasso di innovazione tecnologica, i driver di una nuova crescita più sostenibile e, soprattutto, inclusiva. Per evitare che ogni ripresa sia divorata dalle inaccettabili disuguaglianze dei giorni nostri. La stagnazione secolare fa più paura di una nuova crisi finanziaria. E se l’Occidente non agirà per tempo sarà un destino inevitabile.

 

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