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Scritto da ilgiornale.it   
Giovedì 18 Gennaio 2018 00:23


Dei ed eroi greci tutti africani e possibilmente un po' finocchi

Come vi immaginate Achille? Biondo, occhi azzurri, sguardo assassino e muscoli a tartaruga? Un po' come Brad Pitt nel Kolossal hollywodiano del regista Wolfgang Petersen del 2004? Dimenticate tutto questo.
Anche se lo stesso Omero nell'Iliade afferma chiaramente che Achille è greco, quindi bianco, e xanthos (una sfumatura fra il biondo e il rosso), ora lo vedrete con la pelle nera e la capigliatura di pece. Così come di colore saranno Enea, l'amico-amante di Achille, Patroclo, e persino - o sacrilegio - il re degli dei dell'Olimpo, Zeus fulminatore.
Ebbene sì: nella mega serie in otto puntate «Troy: Fall of a city» prodotta dalla BBC e da Netflix, di prossima uscita in tutto il mondo, a impersonare Achille sarà David Gyasi, attore britannico di origini ghanesi reduce dall'avere salvato l'umanità che rischiava di essere risucchiata da un buco nero nello spazio in «Interstellar». Il ruolo di Zeus è appannaggio di Kae-Kazim, anglo-nigeriano.
Bianca come la neve rimane almeno la più bella delle donne, Elena, che però nel colossal sceneggiato da David Farr non sarà bionda, come nell'Iliade, ma castana: bella di nome e di fatto, a prestarle il volto sarà l'attrice Bella Dayne.
Scandalizzati? Giulio Guidorizzi, docente di Letteratura greca all'Università di Torino e gran conoscitore di Omero, non lo è. «Anzi, questo ennesimo filmone tratto liberamente dall'Iliade dimostra che Omero, a 3000 anni di distanza, è un patrimonio universale». Anche se forse è diventato un'icona pop, visti gli svarioni a cui è regolarmente sottoposto. «L'importante è fare una netta distinzione: una cosa è l'Iliade, altra sono le sue riscritture come questa». Nella versione BBC-Netflix la guerra di Troia sarà talmente «riscritta» che sarà vista dal punto di vista dei perdenti, ossia dei Troiani. «E che c'è di male? Le riscritture fanno parte della libertà di ogni regista o scrittore: persino io sto scrivendo un romanzo dove vedo Ulisse dal punto di vista delle sue donne, poveretto...» sorride Guidorizzi. «Sarà un'Iliade come non ne avrete mai viste, una storia vecchia di tremila anni narrata in pompa magna» annuncia orgoglioso Piers Wenger, ai vertici della Bbc: le scene sono state già tutte girate a Cape Town, in Sudafrica, lontanissimo dall'Anatolia della vera Troia.
Anche se nel 1987 apparve davvero un libro che suscitò scalpore e dibattito fra gli studiosi: «Atena nera» di Martin Bernal, in cui l'autore voleva dimostrare le «radici afroasiatiche della civiltà classica». In pratica, sosteneva che la cultura greca classica ha subito influssi determinanti e fondamentali da quella fenicia e ancora più da quella dell'antico Egitto. Certo, una cosa è l'Egitto, visitato anche da Platone ed Erodoto, altro è il Sud Africa. Ma consoliamoci. Secondo le teorie storiografiche più accreditate, i film storici o epici parlano molto di più della società che li ha prodotti, in questo caso l'anglosassone staff di Netflix, rispetto al periodo storico che vogliono raccontare... «Sono d'accordo - conclude il grecista -. Forse questo kolossal con Achille e Zeus neri si adegua a un certo conformismo politically correct dei nostri tempi, che vuole protestare contro il razzismo». Zeus come Obama per umiliare Trump?

 

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