Il nostro sangue versato invano Stampa
Scritto da insideover.com   
Lunedì 16 Agosto 2021 00:23


La ritirata dall'Afghanistan dove abbiamo lasciato morti e feriti

Afghanistan 2021. I talebani avanzano inesorabilmente, come da copione, conquistando un villaggio dietro l’altro, una provincia dietro l’altra: Kandahar, Herat e Lashkar Gah sono solo le ultime, in ordine temporale, ad essere tornate sotto il giogo talebano.
Le Ansf (Afghan National Security Forces), le forze di sicurezza afghane addestrate e armate dalla Nato e dagli Stati Uniti, si stanno sgretolando, passando “al nemico” o semplicemente abbandonando le armi, sperando in una clemenza che non c’è e non ci sarà.
Nella loro marcia verso Kabul, i talebani stanno dimostrando, una volta di più, che le regole della guerriglia, dei conflitti insurrezionali asimmetrici, sono impietose: da più parti arrivano rapporti frammentari di uccisioni di soldati che si sono arresi. Alla tragedia si aggiunge la beffa della propaganda talebana, che sui social mostra il trattamento “umano” riservato a chi si arrende. Tutto falso. Tutto costruito ad arte per cercare di guadagnare consenso e legittimazione.
Ci sono sacche di resistenza tra la popolazione civile, che imbraccia le armi per contrastare il ritorno dei talebani, ma si tratta di episodi sporadici: l’Afghanistan si sta trasformando sempre più in un “Vietnam” senza la giungla. Lo sapevamo. Lo sapevano i vertici militari e politici, del resto c’è stato il precedente dell’invasione sovietica degli anni ’80: il Paese che è stato definito “la tomba degli imperi” (chiedere a tal proposito anche agli inglesi) non fa sconti a nessuno, in tutte le epoche.

Herat, capoluogo della provincia omonima nell’ovest del Paese, è caduta da poche ore. Herat per ogni italiano, dovrebbe avere un significato particolare: è stata il quartier generale delle forze italiane in Afghanistan. Il nostro Paese ha infatti partecipato alla missione internazionale Isaf praticamente da subito: era l’11 agosto del 2003. Isaf si conclude nel 2014, ed il nostro intervento in quel Paese cambia pelle, ma continua sino al 2021, quando a giugno, con una cerimonia solenne tenutasi nella base di Herat, è stata ammainata per l’ultima volta la nostra bandiera. A quella cerimonia hanno preso parte il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il capo di Stato maggiore Enzo Vecciarelli, il comandante del Coi (Comando Operativo Interforze) il generale Luciano Portolano, il capo della missione Resolute Support, il generale statunitense Austin Scott Miller, e il generale Beniamino Vergori, responsabile del comando locale. Il tricolore è tornato per sempre in Italia, insieme agli ultimi 500 soldati. Un tricolore che ha sventolato per quasi vent’anni e che, come in ogni guerra, ha avvolto idealmente in un abbraccio i corpi dei nostri soldati caduti in Afghanistan.

Sono 53 i caduti italiani in quel conflitto, 651 i feriti. Un impegno in seno alla Nato che ha richiesto il più pesante tributo di sangue della storia repubblicana. Un onere umano, prima che finanziario (8,5 miliardi di euro) che non avrà nessun tipo di compensazione. In Afghanistan l’Occidente non lascia nulla se non una parentesi di “democrazia”, zoppicante e fallace, la cui eredità sta per essere sepolta nella sabbia e nella polvere. Forse. La speranza – flebile – è che venti anni di libertà dall’oppressione talebana abbiano in qualche modo plasmato le menti dei giovani (soprattutto delle donne), che così potrebbero coltivare, in sé, il seme della ribellione all’ordine castrante del fondamentalismo islamico. Il tempo sarà giudice ultimo, ma stiamo divagando.

Cinquantatre soldati morti. Cinquantatre vite spezzate, molte nel fiore degli anni. Andate a vedere le date di nascita di quei “ragazzi con le stellette” che sono caduti in battaglia. Trentuno di essi in combattimenti, gli altri per incidenti, con una “giornata nera”, quella del 17 settembre del 2009, in cui perdono la vita sei nostri militari. Quel giorno, a Kabul, un’auto carica di esplosivo (si stima circa 150 chilogrammi) riesce ad infilarsi tra due mezzi Lince del 186esimo Reggimento della Brigata Folgore, esplodendo. Tutti gli occupanti del primo mezzo, ed uno del secondo, muoiono sul colpo, insieme a 4 poliziotti e 20 civili afghani. Una strage. Coi loro nomi, che riportiamo, commemoriamo idealmente anche gli altri nostri soldati che hanno lasciato la vita in Afghanistan, insieme al personale locale e ai civili: Roberto Valente, sergente maggiore, Matteo Mureddu, primo caporal maggiore, Antonio Fortunato, tenente, Davide Ricchiuto, primo caporal maggiore, Giandomenico Pistonami, primo caporal maggiore e Massimiliano Randino, primo caporal maggiore.

Apriamo una piccola parentesi: il tributo di sangue dei nostri militari in quella lunga campagna sarebbe stato sicuramente più pesante senza i Lince, mezzi pensati per resistere agli ordigni improvvisati (Ied) che vengono usati dalla “guerriglia” in imboscate.
L’ultimo soldato a morire in quel Paese che – forse – non troverà mai la pace è Giuseppe La Rosa, 31 anni, capitano del Terzo Reggimento bersaglieri, caduto in un’imboscata a Farah mentre era di ritorno alla base a bordo di un Lince. Pochi invece sanno che il primo sangue italiano versato in Afghanistan precede di qualche anno la missione Isaf: il 22 agosto del 1998 il tenente colonnello Carmine Calò, 48 anni, unico militare italiano in missione a Kabul come osservatore della forza di pace dell’Onu, muore in seguito alle ferite riportate durante un attentato portato da un commando di talebani che attacca a colpi di pistola il minibus che stava guidando nel centro della capitale afghana.
Cosa resta di quella missione? Quasi nulla: il ritorno in Patria dei nostri soldati è stato talmente in tono minore da essere passato praticamente inosservato. Sì, le nostre forze armate hanno accumulato anni di preziosa esperienza, è vero, ma il sacrificio di tutti gli uomini, dal colonnello Calò sino al capitano La Rosa, non ha permesso di sconfiggere i talebani né ha messo in sicurezza il Paese dal possibile ritorno del terrorismo islamico, ora paventato da tutti, anche dalla Russia. Missione fallita.