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A scuola purtroppo non decide lei PDF Stampa E-mail
Scritto da huffingtonpost.it   
Mercoledì 24 Marzo 2021 00:16


Un muro di gomma nell'istituzione

«Allineare il calendario scolastico alle esigenze della pandemia»: Mario Draghi ha detto proprio così, il 21 febbraio scorso, presentando in Senato il programma del suo governo. E il cuore di molti italiani si è scaldato, quando il premier ha ricordato che «su circa un milione e 600mila studenti di scuola superiore, nella prima settimana di febbraio solo il 61 per cento ha avuto assicurato il servizio della didattica a distanza», e che, perciò, «non solo dobbiamo tornare a un normale orario scolastico, ma dobbiamo fare il possibile per recuperare le ore di didattica in presenza perse nello scorso anno».

Che succede appena un mese dopo? Succede che, secondo le indiscrezioni trapelate sui media e non smentite, il piano del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi sarebbe l’ennesima ammuina, per cambiare la scuola lasciandola così com’è. Perché il calendario delle lezioni non muterebbe di una virgola. Gli istituti resterebbero aperti fino ad agosto, ma per ospitare, su base facoltativa e senza voti, attività didattiche non definite, laboratori teatrali, sport e iniziative di socializzazione, coinvolgendo compagnie e lavoratori dello spettacolo e associazioni del volontariato. Sarebbe l’ennesimo welfare assistenziale che non serve a rafforzare le competenze dei ragazzi, penalizzati da due anni di limitazioni e chiusure. E neanche a scongiurare esclusioni nelle periferie sociali del Paese. Perché a partecipare a queste attività sarebbe sempre quel dieci, quindici per cento di studenti già inclusi nei processi di apprendimento e di socializzazione.
Risparmiateci allora l’ennesima spesa distributiva, pagata dai contribuenti, e destinata a scivolare sul corpo immobile del sistema. E risparmiateci anche il fittizio richiamo all’autonomia delle scuole. Che autonomia è quella che non può disporre del proprio personale? Perché questo è il nodo. Le migliori intenzioni del premier si sarebbero già infrante sui veti dei sindacati, una cortina di corporativismo indifferente al dramma che una generazione paga alla pandemia. E indisponibile a prolungare anche di un solo giorno il calendario. Se queste previsioni si confermeranno quando il piano del ministro Bianchi sarà reso noto, vorrà dire che il governo della speranza avrà deluso le aspettative. Perché la sua maggioranza plebiscitaria risulterà collaterale, non diversamente che in passato, alle rivendicazioni dei gruppi di pressione che tengono in ostaggio il Paese.
Al netto dei riflessi politici che avrà questa resa, l’Istruzione si conferma il monolite del declino italiano. «Incapace - come acutamente ha notato Alessandro Baricco - di sopportare anche oscillazioni organizzative ridicole». La stessa abiura della didattica a distanza, condannata nella pubblica piazza con pressoché unanime giudizio, copre i difetti e la rigidità del nostro sistema educativo. Perché nella maggior parte dei casi è stata impiegata per trasporre sulla rete l’insegnamento frontale, a cui è legata la scuola italiana, soprattutto la media superiore. Che vuol dire: c’è un docente che parla davanti al computer, e molti ragazzi che assistono sul loro video e prendono appunti. Ma, in una percentuale di casi che il mezzo tecnologico enfatizza, si distraggono, estraneandosi dalla lezione.

Un’indagine dell’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa (Indire) conferma che la tradizionale didattica in presenza è approdata sulla rete, senza cambiare, nove volte su dieci. Solo in una piccola percentuale i docenti hanno utilizzato la Dad per proporre agli studenti ricerche on line, lavori di gruppo, attività laboratoriali, costruzione di materiali digitali.
La tecnologia funziona quando è il mezzo di una didattica che punti su un apprendimento interattivo. Vuol dire confrontarsi,  produrre contenuti culturali insieme, sviluppare pensiero critico sulla realtà. Senza una pedagogia capace di valorizzare queste opportunità, la Dad enfatizza la tossicità di una didattica frontale che richiede un’autodisciplina incompatibile con le nuove generazioni, produce esclusioni e apre nella scuola e nella società un’emergenza psichica. Non a caso medici, psicologi e docenti segnalano che nell’anno della pandemia si sono moltiplicati i casi di anoressia e le cosiddette sindromi da distacco sociale.
Non si tratta perciò di archiviare la Dad, ma di farne un uso opposto. Cioè di impiegarla per mettere in discussione e cambiare il modello di trasmissione del sapere. Con l’obiettivo di riannodare il bagaglio teorico ai fatti della vita e alle esperienze personali. Dice Alberto Garniga, docente di filosofia al liceo Steam di Rovereto, una delle avanguardie educative del Paese: «Se stiamo studiando la Rivoluzione francese, confrontiamo la presa della Bastiglia con l’assalto a Capitol Hill, cogliamo similitudini, differenze e soprattutto contesti,  penetriamo il passato mettendolo in relazione con il presente. E poi chiediamo agli studenti: per che cosa oggi voi protestereste, e quali forme utilizzereste? Significa riportare la storia alla loro esperienza, farli interagire. Rinunciando a qualche contenuto, ma incentivando lo spirito critico».

L’obiettivo di questi modelli è anche quello di superare la frustrazione dell’insegnante che, dopo una dotta spiegazione lunga un’ora, azzarda alla classe la domanda «Ragazzi, cosa ne pensate?», constatando il vuoto cosmico nella risposta. Ma per trasformare la didattica in un compito attivo occorre investire in una formazione specifica. Far interagire in classe il docente da formare con un docente tutor, come avviene nel sistema di istruzione tedesco o inglese. Affinché acquisisca quella metodologia maieutica che può indurre lo studente a dire la sua ogni volta che gli viene chiesto un parere, a sviluppare una visione personale della realtà e, da ultimo, a tirar fuori le sue emozioni e a condividerle.
A queste condizioni la tecnologia non è nemica, ma alleata di un progetto educativo che punti a formare generazioni consapevoli. Quando avremo arginato la pandemia e ripristinato le nostre consuete relazioni sociali, dimenticheremo per sempre parole come smart working o smart learning e rottameremo il computer  che le incarna? È più probabile che accada il contrario. Che cioè le infrastrutture tecnologiche, imposte dall’emergenza, diventino l’habitat sociale di molti ex analfabeti digitali convertiti allo spazio virtuale.
Perciò la crisi è un’occasione per investire in formazione dei docenti, aggiornare la didattica e rafforzare le competenze dei ragazzi. Sprecarla vuol dire trascinare nel fallimento anche la politica, che sul cambiamento ha scommesso. Ci pensino il premier, il ministro dell’Istruzione, i partiti della maggioranza e i leader dei sindacati. Il successo dei vaccini potrebbe non bastare di fronte a una emergenza educativa che diventasse la tragedia di una generazione.

 

 

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