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Scritto da dagospia   
Martedì 04 Settembre 2012 00:24

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"Mani pulite" come golpe: parla anche Pomicino che punta l'indice sugli ausiliari dell'invasore appartenenti a "Giustizia e libertà"

 

Francesco Grignetti per La Stampa

 

Paolo Cirino Pomicino è uno di quelli che non si sono mai rassegnati alla fine della Prima Repubblica. Per lui, Mani Pulite se non proprio un complotto, fu quantomeno un'operazione pilotata da suggeritori interessati. Così, quando ha letto le rivelazioni dell'ex ambasciatore Bartholomew, ha fatto un salto sulla sedia. «Ecco, ci siamo... Mi domando solo perché certi racconti arrivino oggi. Forse, andreottianamente, a pensar male si farà peccato, ma ci si azzecca».

Nessuna meraviglia, dunque, Pomicino? Anche lei, al pari degli ex socialisti come Formica e De Michelis, era convinto di una "manina" americana dietro Tangentopoli?

«E' quanto ho scritto nei miei libri. Quando l'ex console americano a Milano Semler dice che era informato già alla fine del ‘91 di come sarebbero andate le cose, per me torna tutto. C'è un episodio rivelatore: nella primavera di quell'anno mi venne a trovare Carlo De Benedetti e mi disse che assieme ad alcuni suoi amici imprenditori voleva dare vita a un nuovo progetto politico. Mi chiese se avessi voluto diventare il "suo ministro". Mi misi a ridere. Pochi mesi dopo però capii che non scherzava affatto.
E' dalla primavera del ‘91, metabolizzata la caduta del Muro, che si fa strada il disegno di cambiare la classe politica italiana. Sul versante italiano, chi si rifaceva al vecchio partito d'azione pensò che fosse giunto il momento di prendere la guida del Paese. Sul versante americano, cambiata l'Amministrazione, le strutture d'intelligence ritennero che gli italiani si erano spinti un po' troppo in là. Non dimentichiamo che l'episodio di Sigonella era accaduto appena cinque anni prima. E gli americani, intendo gli uomini della loro intelligence, non se ne erano dimenticati».

Due spinte diverse, ma convergenti. Ma la magistratura milanese che c'entra?

«Ora ci arrivo. E' storia, anche se poco nota da noi, che la Cia agli inizi degli Anni Novanta abbia avuto ordine di fare anche intelligence economica e di raccogliere informazioni sull'Europa corrotta. Ora, che in Italia ci fosse un sistema di finanziamento illecito ai partiti è noto oggi ed era noto allora. Io lo dissi pure in una riunione dei vertici della democrazia cristiana, che il finanziamento illecito era il nostro fianco scoperto. Ritengo che la Cia abbia raccolto informazioni e le abbia girate alla magistratura di Milano dove c'era un pm, ex poliziotto, che non andava troppo per il sottile».

La Cia, eh?

«Nello stesso periodo la Francia allontanò sei agenti segreti americani che indagavano sulla loro industria degli armamenti e su presunte mazzette verso Taiwan. In Germania, sempre nello stesso periodo, il cancelliere Kohl fu fatto dimettere per un finanziamento non dichiarato. In Italia, in quel periodo, capitarono davvero diverse cose strane. Qualcuno ricorda lo strano furto della pistola d'ordinanza dalla macchina dell'allora capo della polizia, Vincenzo Parisi? Reagì con una frase stizzita: "Qualcuno vuole fare dell'Italia una terra di nessuno". Oppure vogliamo parlare del panfilo Britannia, dove si ritrovarono a parlare di come privatizzare la nostra industria di Stato? Era il giugno ‘92».

Scusi, Pomicino, ma Bartholomew racconta però che lui, in Italia dalla metà del ‘93, inviato espressamente da Clinton perché vedeva che l'Italia era in preda alle convulsioni di Tangentopoli, frenò certi rapporti milanesi che non condivideva. Che c'entra con lo schema delineato finora?

«C'entra perché un conto è muovere le cose per riconquistare un'influenza perduta, e fare i conti con Andreotti e Craxi che si muovono troppo liberamente sullo scacchiere arabo e mediterraneo; altro è destabilizzare un Paese cruciale per le loro alleanze. Bartholomew ha una visione più larga e si rende conto che l'interesse americano è diverso. E ferma le macchine».

 

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